Allianz GI, "La Financial Repression entra in una nuova fase"


Gli interventi delle Banche Centrali consolidano il contesto di tassi bassi o negativi. La propensione al rischio è sostenuta dai dati congiunturali degli ultimi mesi e settimane, da cui emerge che la recessione globale è acqua passata. Non manca tuttavia un certo scetticismo circa il ritorno alle dinamiche di crescita pre-pandemia, che potrebbe influenzare l’andamento dei mercati


Scesi i costi di rifinanziamento del debito

Sono passati diversi anni da quando si è parlato per la prima volta di Financial Repression. Vale a dire di quella fase in cui i creditori sono disposti ad investire in titoli governativi con rendimenti bassi/negativi, contribuendo in misura consistente a ridurre la montagna di debiti dello Stato. La pandemia di coronavirus ha dato il via ad una nuova fase di Financial Repression, determinata dall’attuale politica fiscale e monetaria di governi e banche centrali. Oltre il 70% dei titoli governativi a livello globale ha un rendimento pari o inferiore all’1% e quasi il 30% presenta rendimenti negativi. I costi di rifinanziamento medi del debito sovrano sono scesi ulteriormente dalla crisi dei mercati finanziari (2008) e del debito nell’Eurozona, e difficilmente potrebbero essere più vantaggiosi sotto il profilo fiscale. Ciò significa che nel corso del tempo la montagna di debito si riduce da sola– per lo meno se il tasso di indebitamento resta sotto controllo e non si creano deficit fiscali permanenti. Basta che il tasso di rifinanziamento rimanga al di sotto del tasso di crescita. Inoltre, in numerosi Stati dell’Eurozona e nel Regno Unito sarà possibile annullare parte dei debiti esistenti assumendone di nuovi. Questa pratica, ancora relativamente nuova in Europa, è in uso già da anni in Giappone.

La ricerca di reddito da capitale prosegue e tale trend dovrebbe spiegare perché in maggio i mercati hanno evidenziato la ripresa più rapida di sempre dopo il crollo innescato dalla pandemia. Nel tentativo di stabilizzare i mercati finanziari le banche centrali hanno non solo consolidato il contesto di tassi modesti/negativi, ma anche varato una serie di misure che nelle speranze degli investitori dovrebbero fungere da protezione contro eventuali ribassi.

Non si esclude un ritorno alla volatilità

La propensione al rischio è sostenuta dai dati congiunturali degli ultimi mesi e settimane, da cui emerge che la recessione globale è acqua passata. Non manca tuttavia un certo scetticismo circa il ritorno alle dinamiche di crescita pre-pandemia. Alcuni dati di tipo alternativo, estremamente reattivi agli sviluppi congiunturali, come quelli sulla mobilità di Google o sulle prenotazioni online di tavoli al ristorante, mostrano un indebolimento del momentum economico.

La liquidità dovrebbe offrire un sostegno, ma non possiamo escludere nuove impennate della volatilità a seconda dell’evoluzione della pandemia e in caso di delusioni sul fronte economico.

Allocazione tattica, azioni e obbligazioni

  • In seguito alla pandemia di coronavirus l’economia mondiale è caduta in una profonda recessione, da cui tuttavia sembra stia gradualmente uscendo. Un’ulteriore ripresa congiunturale resta comunque fortemente dipendente dall’andamento dell’emergenza sanitaria.
  • Le speranze di una rapida ripresa economica a V, sulla scia degli ampi pacchetti di stimoli fiscali e delle iniezioni di liquidità delle banche centrali, hanno comportato un veloce rimbalzo dei mercati azionari, un evento unico nel dopoguerra. E’ probabile che anche la mancanza di altre opportunità di investimento abbia contribuito alla propensione al rischio, considerando che i rendimenti obbligazionari oscillano su livelli molto bassi o addirittura negativi.
  • Tale contesto e la volontà delle banche centrali di attuare politiche ancora più espansive qualora necessario, dovrebbero continuare a favorire i segmenti più rischiosi, tra cui le azioni.
  • Non si escludono delusioni legate alle dinamiche congiunturali e all’evoluzione della pandemia.
  • Sembra inoltre che le presidenziali USA, previste per novembre, non abbiano ancora catalizzato l’attenzione dei mercati. L’eventuale aumento delle tasse sulle società, come proposto dal candidato Joe Biden, comporterebbe una corrispondente erosione degli utili.

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