Bessent ha tre problemi da risolvere

Bessent ha tre problemi da risolvere: difendere lo yen, difendere il bond a 10 anni e stringere il cappio a Teheran. Una vittoria decisiva su tutti e tre i fronti è improbabile, ma Bessent fatto capire di essere pronto ad adottare un approccio molto proattivo e orientato alla crescita nel suo incarico, ma tuttavia notiamo delle incoerenze negli obiettivi generali di Bessent
A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM
Oggi i mercati avranno un po’ di carne al fuoco sia dal fronte americano sia da quello europeo, anche se non si tratta di dati di primissima importanza come un NFP o un CPI flash dell’Eurozona. Sarà più un giorno di “termometro del sentiment” e di controlli incrociati sullo stato di salute di consumi e mercato del lavoro.
Dall’Europa la giornata si apre con lo sguardo rivolto alla Spagna, dove arriverà la stima preliminare dell’inflazione di settembre. Gli analisti si aspettano un’accelerazione verso il +4,7% annuo dal +4,3% di agosto. Un rialzo che, se confermato, rinfocolerebbe un po’ le preoccupazioni sulla tenuta dei prezzi nel Sud Europa, soprattutto in un momento in cui la BCE continua a monitorare attentamente ogni segnale di persistenza. Accanto a questo dato ci saranno anche le vendite al dettaglio sempre della Spagna e, più tardi, gli indicatori di fiducia della Commissione europea. L’Economic Sentiment Indicator dovrebbe migliorare di poco, salendo intorno a 99 punti dai 98,4 precedenti, mentre la fiducia dei consumatori potrebbe invece allentarsi leggermente, verso area -16,5. Sono numeri che di solito non scatenano movimenti violenti, ma aiutano a capire se il clima economico nel Vecchio Continente sta reggendo o se inizia a mostrare qualche crepa, specialmente dopo le ultime letture miste sul fronte della crescita.
Dall’altra parte dell’Atlantico l’attenzione si concentrerà soprattutto sul fronte “soft” e sul mercato immobiliare. Nel pomeriggio italiano arriveranno l’indice Case-Shiller sui prezzi delle case (atteso in lieve accelerazione intorno al +2,2% annuo) e l’indice FHFA, entrambi utili per capire se il raffreddamento del settore residenziale prosegue o se i prezzi stanno ritrovando un po’ di sostegno. Poco dopo, però, arriveranno i due pezzi più seguiti: la fiducia dei consumatori del Conference Board, prevista in leggero miglioramento a 90 punti da 89,4, e soprattutto i JOLTS sulle posizioni lavorative aperte di agosto. Qui il consenso punta a una leggera flessione, intorno ai 7,23 milioni dal precedente 7,27. Un dato più debole del previsto potrebbe alimentare l’idea che il mercato del lavoro americano stia finalmente raffreddandosi, mentre un numero ancora elevato terrebbe viva la narrazione di un’economia ancora troppo calda per permettere alla Fed di diventare più colomba.
Scott Bessent ha tre bei problemi da risolvere: sta cercando di rafforzare lo yen giapponese, lotta per impedire che il rendimento del Treasury a 10 anni superi in modo decisivo il 5% e pare abbia avuto il compito di schiacciare finanziariamente ed economicamente l’Iran. Non facciamoci comunque illusioni. Bessent e il Dipartimento del Tesoro sono sempre più uno strumento della statecraft economica americana, incaricati non solo di finanziare il governo e di sorvegliare il sistema finanziario, ma di gestire contemporaneamente mercati, valute e avversari geopolitici. Benvenuti nella nuova era della guerra finanziaria.
Primo problema: difendere lo yen. Il primo fronte si è aperto nell’estate, quando Bessent e la BoJ sono intervenuti in modo discreto a sostegno dello yen, che a fine luglio era sceso ai minimi da quasi 40 anni contro il dollaro. Per arrestare il declino dello yen, il Tesoro USA ha venduto euro invece di dollari a sostegno dello yen, spingendo al contempo la BoJ a utilizzare le facility di repo di emergenza della Fed. Ad ulteriore sostegno dello yen, la BoJ ha fatto ciò che Bessent e i mercati auspicavano da tempo, ovvero ha alzato il tasso ufficiale di 25 bps portandolo all’1,25%. Dall’intervento sui mercati valutari, lo yen si è apprezzato di quasi il 5% contro il dollaro USA, alleviando i timori di un disordinato unwind delle posizioni sullo yen e garantendo a Bessent — almeno finora — un’importante vittoria.
Difendere lo yen, ovviamente, non riguarda solo il Giappone, ma anche gli Stati Uniti e il bisogno di afflussi di capitali esteri. Il Giappone è uno dei maggiori creditori esteri dell’America. Uno yen persistentemente debole crea pressioni su Tokyo affinché difenda la propria valuta, potenzialmente vendendo parte delle sue enormi disponibilità di asset esteri, inclusi i Treasury USA. Questa prospettiva non andava a genio al Segretario del Tesoro. Proprio nel momento in cui Washington ha bisogno di capitali esteri per finanziare i suoi enormi deficit fiscali, l’ultima cosa che Bessent desidera è che uno dei maggiori creditori americani diventi un venditore significativo di titoli del Tesoro. Da qui la battaglia per sostenere la valuta giapponese.
Secondo problema: difendere il bond a 10 anni. Bessent sembra aver avuto meno successo sul secondo fronte. Sebbene il rendimento del Treasury a 10 anni sia leggermente sceso dopo la decisione della Fed della scorsa settimana di alzare i fed funds di 25 bps, il tasso di interesse di riferimento è salito di circa 85 punti base dall’inizio dell’anno. Un’inflazione ostinatamente elevata, i prezzi del petrolio alti, le enormi esigenze di finanziamento del governo e la crescente ansia degli investitori sulla traiettoria fiscale americana si sono combinati e hanno cospirato per mantenere il rendimento a 10 anni più vicino al 5% che al 4%. Bessent è ben consapevole che il Treasury a 10 anni è il centro gravitazionale della finanza globale e che i tassi sui mutui, i costi di finanziamento delle imprese, le valutazioni azionarie e la stessa spesa per interessi del governo prendono tutti spunto da esso.
Un movimento prolungato e sostanziale oltre il 5% stringerebbe le condizioni finanziarie in tutta l’economia americana, potrebbe minacciare il mercato azionario rialzista e aumentare ulteriormente la pressione sul Partito Repubblicano. Per impedire che ciò accada, il Tesoro ha ampliato le operazioni di riacquisto di bond, inclusi gli acquisti di titoli di Stato a lunga scadenza, nel tentativo di migliorare la liquidità e alleviare un po’ di pressione sul mercato, spostando al contempo le nuove emissioni di debito pubblico verso i titoli a breve termine.
Tuttavia i “bond vigilantes” si sono finora dimostrati più difficili da intimidire dei trader valutari. Anche dopo che il Tesoro ha annunciato ulteriori acquisti, i rendimenti hanno continuato a salire prima di ricevere un po’ di sollievo dall’ultima mossa hawkish della Fed. Nel medio termine, se gli investitori riterranno che Washington stia prendendo in prestito troppo, che l’inflazione sia troppo alta o che l’offerta di bond stia sopraffacendo la domanda globale, esigeranno un rendimento più elevato per detenere il debito americano. Questa battaglia è tutt’altro che conclusa.
Terzo problema: stringere il cappio a Teheran. Poi c’è l’Iran, dove Bessent sta brandendo un’arma del tutto diversa: il controllo americano sull’infrastruttura della finanza globale. Di fatto, questo significa che il Tesoro può costringere una banca estera a scegliere tra fare affari con l’Iran o con gli Stati Uniti. Può congelare asset, mettere in blacklist aziende, limitare le transazioni e fare pressione sugli alleati affinché chiudano le vie di fuga finanziarie. Nell’ambito di “Operation Economic Outcast”, presentata come un “D-Day” economico, il Tesoro ha intensificato le sanzioni contro entità e reti finanziarie iraniane, comprese le recenti azioni contro l’aviazione iraniana e ulteriori misure mirate a banche e organizzazioni che facilitano le transazioni internazionali di Teheran. Bessent ha descritto l’obiettivo in termini insolitamente netti: asfissiare economicamente” il regime iraniano.
Si tratta di guerra economica nella sua forma più pura, ma se funzionerà o meno resta da vedere. Asfissiare un’economia richiede tempo e pazienza, cooperazione e coordinamento internazionali. Significa chiudere le numerose scappatoie globali di soggetti terzi ancora disposti e in grado di fare affari con l’Iran (basti guardare alle banche russe). Inoltre, mettere sotto pressione un grande produttore di petrolio comporta il rischio di aggravare le forniture petrolifere globali, mantenendo elevati i prezzi del petrolio. Costi energetici più alti, a loro volta, si riverberano direttamente sulle prospettive di inflazione USA che la Fed sta cercando di domare e tengono i “bond vigilantes” all’erta e pronti a reagire. Non diversamente dalla battaglia per contenere i rendimenti dei bond USA, quella per piegare l’Iran sarà lunga.
La domanda degli investitori è come finisce tutto questo. Come si evolverà la guerra sui tre fronti di Bessent resta da vedere. Una vittoria decisiva su tutti e tre i fronti è improbabile, poiché tenere a bada i mercati valutari e obbligazionari è quasi impossibile, mentre i capricci della geopolitica possono vanificare i piani meglio congegnati. Ciò detto, però, il Segretario del Tesoro USA ha fatto capire di essere pronto ad adottare un approccio molto proattivo e orientato alla crescita nel suo incarico. Questa è la buona notizia.
La notizia meno buona deriva dalle incoerenze negli obiettivi generali di Bessent, perché può fare pressione sull’Iran perché l’accesso al sistema finanziario basato sul dollaro rimane straordinariamente prezioso. Può intervenire sui mercati valutari perché le risorse finanziarie americane conferiscono a Washington un’enorme influenza. E può tentare di influenzare il mercato dei Treasury perché i titoli di Stato USA restano il fondamento del sistema finanziario globale. Ma è proprio qui che risiede la contraddizione. Gli Stati Uniti stanno contemporaneamente armando il sistema finanziario all’estero mentre diventano più dipendenti da quello stesso sistema finanziario in patria. Washington vuole che il mondo tema di perdere l’accesso ai dollari e allo stesso tempo chiede al mondo di prestarle migliaia di miliardi di dollari. Vuole usare il Tesoro e la dominanza del dollaro come strumenti di coercizione geopolitica mentre accumula deficit fiscali che richiedono che gli stranieri continuino a credere profondamente proprio in quegli asset.
Più Washington si indebita, più diventa sensibile alla disciplina del mercato obbligazionario.
Più aggressivamente arma l’accesso al dollaro, maggiore è l’incentivo per gli avversari a cercare alternative. E più il Segretario del Tesoro interviene direttamente sui mercati, più gli investitori possono iniziare a chiedersi dove finisce la politica economica e dove inizia la gestione dei mercati. Per il momento, Mr. Bessent sta combattendo su tre fronti. Vuole uno yen più forte, un rendimento del Treasury a 10 anni più basso e un Iran isolato economicamente. Il successo su uno qualsiasi di questi fronti sarebbe difficile. Raggiungere tutti e tre contemporaneamente richiederà una notevole abilità — e forse anche un po’ di fortuna.
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