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Come investire in ETF e diversificare i tuoi investimenti

GUIDA GRATUITA

Obiettivo: spiegare in modo semplice e con esempi concreti tutto quello che c’è da sapere sugli ETF.

Livello: base

Tempo di lettura: 2 ore


Indice dei contenuti

Capitolo 1
Introduzione

Lo scopo della Guida

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il mondo della finanza non è affatto grigio, triste e privo di fantasia. Al contrario, è caratterizzato da una grande creatività. Prova ne sia la grande varietà di prodotti e strumenti per l’investimento e per la gestione dei capitali. Si pensi infatti non solo ad azioni e obbligazioni, ma anche ai derivati, quotati e non, e alle loro mille declinazioni, ai veicoli d’investimento, agli organismi d’investimento collettivo, fino ad arrivare alle forme maggiormente speculative legate alla negoziazione di criptovalute o dei cambi.

Questo rapido accenno al complesso e variegato panorama delle opportunità d’investimento è quindi utile a comprendere il motivo per cui OraFinanza ha ritenuto necessario realizzare questa Guida agli ETF.

L’evoluzione dell’ingegneria finanziaria e le continue novità rischiano infatti di far perdere di vista un principio fondamentale dell’investimento, cioè il fatto che non basta fare riferimento solo a un potenziale rendimento, più o meno garantito, per giustificare l’investimento stesso. È infatti necessario aver ben presente il proprio profilo di investitore (anagrafica, situazione familiare, valori, obiettivi finanziari, durata dell’investimento, livello di rischio, etc.) e su questa base analizzare i prodotti e gli strumenti che il mercato ci offre per creare un portafoglio diversificato, efficiente e coerente.

In quest’ottica, gli ETF rappresentano un’evoluzione molto positiva di un settore – quello degli Organismi d’Investimento Collettivo del Risparmio (OICR) – che ha tutte le potenzialità per supportare gli investitori privati nel raggiungimento dei propri obiettivi ma che non è privo di criticità, a partire dai costi.

Lo scopo di questa guida è quindi quello di spiegare in modo semplice, chiaro e preciso cosa sono gli ETF, quali vantaggi e quali rischi comporta utilizzarli all’interno di un portafoglio finanziario ma, soprattutto, di metterli a confronto con le principali alternative disponibili (in primis i fondi comuni d’investimento) per consentirne una valutazione globale, comprese le non trascurabili implicazioni fiscali.


Capitolo 2
Cosa sono gli ETF

L’acronimo ETF

L’acronimo ETF deriva dell’espressione inglese Exchange Traded Fund, ovvero “fondo quotato in borsa”.

Le caratteristiche principali degli ETF sono infatti:

  • essere assimilate ai fondi comuni d’investimento (fund); come questi dal punto di vista normativo sono infatti Organismi d’Investimento Collettivo del Risparmio (OICR);
  • avere un valore che fa riferimento a quello di un indice (benchmark);
  • essere negoziabile in borsa (exchange traded) come un’azione.

Fatte salve alcune eccezioni i normali fondi d’investimento non sono infatti negoziabili in borsa, ma possono essere acquistati e venduti solo dall’emittente (solitamente una banca o una società di gestione del risparmio SGR) o da una società da questa delegata alla distribuzione.

Una grande parte degli ETF attualmente sul mercato ha come benchmark un valore ancorato a quello di un indice di borsa azionario, ma vi sono ETF su indici obbligazionari, di cambi, di materie prime e così via.

Strumenti e prodotti finanziari

Definiamo strumento finanziario un titolo o un contratto scambiato tra due parti (negoziazione) che per una delle due parti dà origine a un’attività finanziaria.

Il prodotto finanziario comprende uno o più strumenti finanziari e viene messo a disposizione degli investitori da un’istituzione finanziaria (banca, SIM, SGR, etc.) in connessione con servizi di diverso tipo e con la specifica funzione di supportare gli investitori stessi nel raggiungimento dei loro obiettivi.

Quindi strumenti finanziari “semplici” come azioni, obbligazioni o derivati possono essere “impacchettati” e forniti ai clienti attraverso combinazioni o forme diverse, tra cui appunto ETF, fondi d’investimento, conti di deposito, prodotti previdenziali, attività creditizie e così via.

Gli ETF sono quindi prodotti d’investimento che possono essere negoziati in borsa come uno strumento quotato (per esempio le azioni). Nati per replicare passivamente gli indici si sono poi evoluti in diverse forme, ma la loro caratteristica principale resta comunque la replica passiva, anche se, come vedremo più avanti, la replica attiva negli ultimi anni ha iniziato a muovere i primi passi.

Le società che sviluppano e quotano gli ETF si definiscono “emittenti”.Gli ETF rientrano nella più ampia categoria degli ETP (exchange traded product, ved. il Capitolo 7)

Organismi d’Investimento Collettivi del Risparmio (OICR)

Prima di entrare nei dettagli di funzionamento, vantaggi e rischi degli ETF, cerchiamo di capire bene perché questi prodotti finanziari sono assimilati ai fondi d’investimento.

La normativa italiana ed europea regola in modo dettagliato e severo tutte quelle attività che si basano sulla raccolta di capitali presso il pubblico, con lo scopo di evitare non solo le truffe ma, soprattutto, per limitare il più possibile l’eventualità che in caso di fallimento dell’iniziativa di investimento i risparmiatori possano perdere tutti i loro soldi, con un evidente danno non solo individuale ma per l’intera collettività.

Per questo una società finanziaria che vuole raccogliere capitali presso il pubblico può creare un fondo d’investimento; può cioè aprire una società (il fondo, appunto) che manterrà i capitali raccolti in un conto separato dal proprio capitale e che deve dichiarare in modo trasparente gli obiettivi che intende raggiungere, le modalità d’investimento, i mercati e gli strumenti su cui intende operare, le strategie che intende applicare, la durata dell’attività e così via.

La società finanziaria deve quindi obbligatoriamente fornire agli investitori tutte le informazioni possibili affinché questi siano in grado di valutare rischi e opportunità dell’investimento stesso. Tra questi documenti vi sono il prospetto informativo (solitamente un documento tecnico molto corposo e di non facile lettura) e il KID o Key Information Document, che contiene le “informazioni chiave” in versione semplificata di tre pagine.

Avendo depositato i capitali dei risparmiatori-clienti in un conto separato saranno quindi preservati in caso di fallimento della società, anche se saranno tuttavia sempre soggetti alle normali fluttuazioni negative o positive del benchmark di riferimento.

Gli OICR possono essere normali fondi comuni d’investimento (sulla base del capitale che decide di impiegare, l’investitore sottoscrive frazioni del prodotto di investimento), SICAV e SICAF (società a capitale variabile o fisso, in cui l’investitore non è cliente della società ma socio in quanto partecipa al capitale) e ETF (l’investitore negozia in borsa quote fisse del fondo di cui l’ETF è espressione).

In sostanza, quindi, gli investitori conferiscono alla società-fondo il proprio capitale e questa lo investe secondo le linee guida indicate nei prospetti con specifici obiettivi e modalità. Nella maggior parte dei casi il fondo d’investimento è gestito da uno o più “gestori”, professionisti esperti dei mercati finanziari che si assicurano costantemente che l’andamento del fondo sia coerente con le linee guida e con gli obiettivi prefissati; in questo caso si parla di fondi “a gestione attiva”. Vi sono anche fondi “a gestione passiva”, che cioè seguono pedissequamente l’andamento del benchmark: la stragrande maggioranza degli ETF è a gestione passiva.


Capitolo 3
Come funzionano

ETF passivi

Gli ETF passivi replicano un indice ed è possibile trovare ETF che consentono di prendere posizione sui principali indici mondiali, dal FTSE MIB italiano all’S&P 500 statunitense all’MSCI World, passando per gli indici settoriali, per quelli dei Paesi emergenti come l’India o la Cina, ma anche su asset specifici come materie prime, criptovalute e obbligazioni.

Una volta scelto l’indice, il fondo identifica, secondo la propria visione, la migliore strategia per sfruttarne l’andamento, considerando che nel caso di una replica passiva si tratta di ipotizzarne l’andamento nell’arco di un periodo di tempo definito. Lo standard su cui si calcola il rapporto tra rischio e rendimento dell’ETF è solitamente cinque anni.

Con la replica passiva l’emittente non utilizza particolari strategie ma la sua attività è prima di tutto la verifica delle richieste di mercato, poi la selezione dell’indice più adatto al raggiungimento dell’obiettivo degli investitori e, infine, con l’ausilio di sofisticati strumenti di analisi tecnica e fondamentale, l’identificazione della tendenza maggiormente favorevole allo scopo. Per esempio, se emerge che gli investitori vogliono cavalcare il boom borsistico della tecnologia, l’emittente analizzerà gli indici settoriali o sottosettoriali dei Paesi maggiormente industrializzati, sceglierà (o realizzerà) l’indice che offre una maggiore probabilità di raggiungere l’obiettivo e lo quoterà in borsa.

L’ETF viene quindi quotato in uno dei principali mercati europei o statunitensi dedicati a questo tipo di prodotti e da questo momento il suo valore sarà soggetto ai meccanismi di mercato che caratterizzano i suoi sottostanti: liquidità, volatilità, fasi di mercato e così via.

Mentre, come vedremo, l’emittente deve farsi carico dell’investimento diretto sugli strumenti finanziari che compongono l’indice (anche se talvolta con qualche artificio, per esempio nel caso della cosiddetta “replica sintetica”, si veda più avanti), l’investitore che acquista un ETF non negozia direttamente i titoli compresi nel benchmark.

Ciò consente di investire anche su un amplissimo numero di titoli in modo semplice e a costi estremamente contenuti. L’indice MCSI World comprende per esempio circa 1.400 azioni di tutto il mondo e negoziarle separatamente avrebbe costi molto alti; con un solo ETF, e quindi con un unico ordine, è invece possibile replicare l’andamento dell’intero paniere.

ETF ad accumulazione e a distribuzione

Spesso gli investitori non hanno ben chiaro che fine fanno i dividendi delle azioni o le cedole delle obbligazioni dei titoli che fanno parte dell’indice utilizzato dagli ETF come benchmark. La risposta è che possono essere sia distribuiti sia accumulati. Cosa significa?

Che vi sono “ETF a distribuzioneche girano direttamente agli investitori i dividendi delle azioni o le cedole delle obbligazioni comprese nell’indice benchmark, mentre gli altri sono “ETF ad accumulazione” e, come indica la parola stessa, li accumulano e li reinvestono nello stesso ETF, contribuendo in questo modo ad aumentare il valore delle quote.

Vediamo di capire il motivo di quest’ultimo meccanismo.

Se per esempio un ETF ha un valore netto, cioè il valore dell’insieme di tutte le sue quote, di 1.000.000 di euro ed è suddiviso in 10.000 quote, ha un valore netto per quota (NAV) di 100 euro.

Ipotizziamo che l’ETF sia composto da azioni e che di una società quotata ne possegga 5000. Se questa emette un dividendo di 1 euro per azione, all’ETF andranno 1 euro x 5000 azioni, cioè 5.000 euro in contanti, che verranno aggiunti (accumulati) al capitale iniziale. Ciò porterà il valore netto dell’ETF a 1.005.000 euro e il suo NAV a 100,05. Un investitore che avrà acquistato 300 quote dell’ETF per un investimento di 30.000 euro (300 quote x 100 euro) vedrà quindi accrescere il valore dell’investimento a 30.015 euro (300 quote per 100,05). 

Nel caso di un ETF a distribuzione, invece, i 15 euro vengono girati all’investitore sotto forma di contanti e non vanno a incrementare il valore del capitale investito.

Si tratta quindi di due strategie d’investimento differenti: la distribuzione può potenzialmente offrire un flusso di reddito periodico mentre l’accumulazione sposta il valore nel medio o lungo periodo, consentendo di massimizzare l’investimento.

Nel caso dei dividendi si tratta però di un rendimento potenziale, perché le aziende quotate possono non solo ridurre o aumentare annualmente l’entità del dividendo, ma possono anche decidere di non distribuirlo affatto. Le cedole obbligazionarie sono invece più certe ma soggette al rischio di credito dell’emittente.


Capitolo 4
Storia e diffusione attuale

Dagli anni 90

Gli ETF sono nati all’inizio degli anni ’90 sulla base degli Index fund ideati dal fondatore di Vanguard John Bogle: proprio nel 1990 è stato quotato in Canada il primo ETF, il Toronto 35 Index Participation Fund, oggi gestito da Blackrock come iShares S&P/TSX 60 Index ETF. Tre anni dopo un prodotto simile è stato quotato negli Stati Uniti, questa volta sull’S&P 500 da State Street Global Advisors.

In Europa i primi ETF sono comparsi sul mercato tedesco dello Xetra nel 2000, emessi da Merrill Lynch su indici Stoxx, e rapidamente si sono diffusi nel resto del Vecchio Continente. L’efficienza della loro struttura ne ha permesso una rapida diffusione in tutti i mercati del mondo. Negli ultimi dieci anni i volumi di ETF negoziati sulle borse di tutto il mondo sono passati complessivamente da 3.000 a circa 15.000 miliardi di dollari (ved. grafico). Disponibili in Europa dal 2000, dal settembre 2002 sono negoziabili in Italia sul mercato ETFPlus gestito da Borsa Italiana.

Secondo i dati elaborati da HanETF, nel 2024 i capitali gestiti attraverso ETF hanno raggiunto i 15.000 miliardi di dollari (circa 14.350 miliardi di euro), di cui circa 2.300 miliardi di dollari (2.196 miliardi di euro) soltanto in Europa. Di questi, la maggior parte sono relativi a ETF che investono sui mercati azionari, seguiti dagli investimenti nell’obbligazionario e, in misura minore, dagli ETF cosiddetti “multiasset”, che cioè replicano contemporaneamente indici legati a diverse classi di attività (azioni, obbligazioni, materie prime, etc.). Si tratta comunque di una tendenza che può oscillare in direzione dei diversi asset a seconda dei momenti di mercato, con spostamenti anche marcati verso l’azionario o l’obbligazionario per esempio in relazione ai trend di variazione dei tassi d’interesse decisi dalle banche centrali, da opportunità di crescita di specifici settori trainanti (per esempio la tecnologia, l’intelligenza artificiale, le energie alternative) o da altri fattori.

In Italia sull’ETPlus a fine 2024 erano quotati circa 1.650 ETF, a cui si aggiungono circa 340 strumenti denominati ETC (Exchanged Traded Commodity), ETP (Exchange Traded Product) ed ETN (Exchange Traded Note), simili ma con caratteristiche in parte differenti (ved. il Capitolo 9).

Le masse gestite (cioè i capitali degli investitori che utilizzano questi prodotti) ammontano a oltre 150 miliardi, mediamente concentrati per poco meno del 50% sui mercati azionari dei Paesi sviluppati, per il 30% sulle obbligazioni (societarie e governative) e il restante più o meno equamente diviso tra mercati emergenti, ETC/ETN e altri settori.

Immagine contenuto

Capitolo 5
Vantaggi potenziali degli ETF

La grande diffusione degli ETF

A cosa è dovuta la grande diffusione degli ETF, prodotti d’investimento che nel giro di poco più di trent’anni si sono conquistati in tutto il mondo una posizione di tutto rilievo? Il vero punto di forza degli ETF è che integrano in un unico prodotto i vantaggi dei fondi comuni d’investimento con quello delle azioni, oltre a un ulteriore vantaggio non trascurabile: l’economicità.

Perché nel titolo si fa però riferimento a vantaggi “potenziali”? La risposta è che qualunque investimento ha la potenzialità per essere redditizio, ma solo se utilizzato nel modo corretto, inserito all’interno di un portafoglio che tenga conto del profilo, degli obiettivi e della conoscenza dell’investitore e faccia riferimento a una strategia d’investimento coerente e giustificata. Il singolo strumento o prodotto d’investimento, insomma, non fornisce di per sé una garanzia di successo o di rendimento. Quello che può fornire, però, sono condizioni di base più o meno favorevoli per esempio rispetto a strumenti ed asset comparabili. E in questo caso di elementi favorevoli gli ETF ne hanno più di uno. Vediamoli in dettaglio.

Sono quotati in borsa

Gli ETF sono negoziati “in continua”, cioè, come le azioni, in modo continuativo nel corso dell’orario previsto per la normale giornata borsistica. Sull’ETPlus italiano gli exchange traded fund sono negoziabili nei giorni feriali dalle 9:00 alle 17:40. Non solo, ma questa caratteristica consente di negoziare indici relativi a strumenti o mercati anche quando questi ultimi non sono disponibili. Per esempio, un ETF indice sui mercati azionari asiatici o emergenti sarà negoziabile anche negli orari in cui i mercati azionari di origine dei sottostanti dell’indice sono chiusi, perché in Italia è giorno quando in Asia o nelle Americhe è notte.

Hanno una struttura semplice da comprendere

A differenza di altri strumenti e prodotti, gli ETF non nascondono complessità o insidie ma replicano semplicemente l’andamento di un indice di riferimento (spesso molto noto) che può avere come sottostanti azioni, obbligazioni, materie prime o altro. Ciò consente sia di verificarne in modo facile e immediato il valore rispetto agli strumenti compresi nell’indice, ma anche rispetto al NAV reso disponibile ogni giorno.

C’è sempre un minimo di liquidità assicurata

Gli emittenti di ETF ne sono anche marker maker (letteralmente: “coloro che fanno il mercato”), cioè devono obbligatoriamente assicurarne la liquidità. Il che significa che il regolamento della borsa prevede che debbano sempre garantire offerte in acquisto e in vendita a livelli ragionevoli e con spread (cioè differenza tra prezzo di acquisto e di vendita non troppo ampi). Ricordiamo che i prezzi sono indicati sul book, cioè la lista ufficiale dei prezzi di uno strumento quotato che può essere visionata in tempo reale da tutti coloro che operano in borsa. Il fatto che gli emittenti siano market maker è molto importante, soprattutto per quegli ETF sui cui vi sono pochi scambi (quindi sono poco liquidi). Ciò garantisce infatti che l’investitore non sia costretto a tenersi in portafoglio un titolo che vuole vendere. Insomma, la negoziabilità è sempre garantita.

Costano poco

Investire in un ETF significa acquistare un prodotto d’investimento sviluppato e messo a disposizione da una società che per questo servizio richiede una remunerazione sotto forma di costi di gestione. Trattandosi di una replica passiva, però, la remunerazione è molto limitata, soprattutto in confronto a prodotti a gestione attiva in cui il lavoro del gestore è molto più gravoso. Come per altri prodotti e strumenti d’investimento è tuttavia necessario calcolare anche le commissioni di negoziazione richieste dal proprio intermediario, le imposte sulle plusvalenze e altre voci che possono incidere sul rendimento finale dell’investimento (ved. Capitolo 6).

Infine, con gli ETF è possibile investire anche una sola quota e questo permette di utilizzare anche capitali esigui senza per questo essere in qualche modo penalizzati.

Sono trasparenti

Trattandosi di un prodotto quotato, investire in un ETF significa poter seguire in tempo reale la variazione del prezzo e ogni giorno la valorizzazione del NAV ufficiale. Non solo, ma con gli ETF è possibile conoscere con esattezza dove si stanno mettendo i propri soldi. Gli emittenti, infatti, mettono a disposizione degli investitori la documentazione sul prodotto che illustra in modo chiaro il rapporto rischio-rendimento e la composizione del portafoglio con gli eventuali aggiustamenti nel corso del tempo.

Non hanno scadenza

Gli ETF quotati in borsa possono essere inseriti nel proprio portafoglio indipendentemente dalla strategia di durata perché non hanno scadenza. Ciò significa che sono quindi adatti alle strategie d’investimento di brevissimo periodo (negoziazione intraday, cioè nel corso di un’unica giornata di borsa) agli investimenti di tipo previdenziale (cioè di lunghissimo periodo, anni).

Consentono un’ampia diversificazione degli investimenti

Il fatto di replicare gli indici conferisce agli ETF una grande flessibilità. È infatti possibile replicare l’andamento di indici globali che comprendono centinaia o migliaia di azioni di tutto il mondo, oppure limitare geograficamente o settorialmente l’investimento (per esempio puntare solo su azioni europee, dei Paesi emergenti, del settore tecnologico o della grande distribuzione), oppure ancora diversificare ulteriormente scegliendo asset differenti (ETF obbligazionari o multiasset), senza dimenticare la possibilità di scegliere ETF a distribuzione o ad accumulazione.

Sull’ETFPlus di Borsa Italiana a fine gennaio 2025 erano quotati circa 1.700 ETF.

Supportano nella gestione dei rischi

I capitali raccolti negli ETF, come per i fondi d’investimento, sono per legge conservati separatamente rispetto al capitale della società che li detiene e questo significa che in caso di insolvenza dell’emittente i soldi versati restano al sicuro. Quindi il cosiddetto “rischio emittente” è estremamente ridotto. Il fatto di investire in indici molto ampi e liquidi (si pensi all’S&P 500 o all’Eurostoxx 50) e la garanzia di un’ampia diversificazione supportano inoltre gli investitori nell’accurata gestione del rischio.


Capitolo 6
Rischi potenziali degli ETF

I Rischi degli ETF

Gli ETF sono prodotti semplici da comprendere, da negoziare e da monitorare, oltre che relativamente poco costosi. Tuttavia, come tutti gli investimenti anche gli ETF sono soggetti a rischi.

Trattandosi di un prodotto d’investimento quotato in borsa è infatti soggetto ai rischi stessi insiti nella quotazione, tra cui la volatilità, i rischi imprevisti (i famosi “cigni neri”, che possono anche essere eventi esterni alla borsa, come lo scoppio di una guerra o il crollo delle torri gemelle di New York), e la perdita di valore dei titoli compresi nell’indice.

Quest’ultimo caso è strettamente legato all’indice investito e alla variabili che influenzano il paniere su cui investe. Recentemente si è visto per esempio come i titoli azionari di imprese che operano nel settore dell’intelligenza artificiale sono scesi improvvisamente all’annuncio di un’innovativa attività concorrenziale proveniente dalla Cina. In questo caso, se ci si fosse trovati investiti in un ETF (ma il discorso vale anche per altri asset) focalizzato su un indice tecnologico o su un indice settoriale molto specifico, l’improvvisa e drastica riduzione del valore sarebbe stata significativa. Se invece l’ETF in portafoglio avesse avuto come benchmark un indice ampio e generico come l’MSCI World oppure un indice su un settore non strettamente correlato alla tecnologia, l’andamento negativo sarebbe stato decisamente meno significativo.

In caso di perdita di valore dei titoli dell’indice, quindi, l’ETF stesso e il relativo NAV si deprezza e l’investitore può potenzialmente perdere anche tutto il capitale investito.

Un altro elemento è rappresentato dal rischio di cambio. Un ETF che ha come benchmark un indice espresso in dollari, o comunque in una valuta diversa da quella utilizzata dall’investitore, dovrà tenere conto del cambio sia al momento dell’acquisto sia al momento della vendita, e ciò potrebbe rivelarsi un rischio (ma anche un’opportunità). Si tratta quindi di una variabile da monitorare con attenzione.

Vi sono poi altri rischi connessi con l’utilizzo di ETF che, seppure remoti e di non semplice valutazione, devono comunque essere considerati.Come vedremo nel Capitolo 7, la replica dell’indice può essere realizzata dall’emittente in modi differenti. Nel caso della cosiddetta “replica sintetica” e dell’attività di prestito titoli l’emittente si appoggia ad altre società finanziarie che potrebbero rivelarsi impossibilitati a rispettare in tutto o in parte gli obblighi sottoscritti (rischio di controparte). La normativa in questo caso è però di grande supporto nel limitare il rischio di cui le due parti interessate (emittente e controparte) possono farsi carico nei confronti dell’investitore.

Un altro rischio è legato alla strategia utilizzata per inserire l’ETF in portafoglio. Come abbiamo visto la diversificazione è un punto di forza degli ETF, visto che mettono a disposizioni panieri di titoli anche molto articolati. Tuttavia se non gestita con attenzione, la diversificazione in determinate fasi di mercato può limitare i guadagni rispetto ad asset maggiormente concentrati.


Capitolo 7
Quanto costano gli ETF

Struttura trasparente

Gli ETF hanno una struttura trasparente anche a livello di costi: sia la documentazione fornita dall’emittente sia i prezzi di borsa sono di semplice interpretazione da parte dell’investitore, che può avere un’idea chiara e immediata di ciò su cui sta investendo.

Il parametro più importante da considerare è il TER (Total Expense Ratio). Se paragoniamo un ETF a un’auto, il TER può essere interpretato come la percentuale sul prezzo di acquisto che viene corrisposto alla FIAT o alla Volkswagen, cioè al margine di guadagno del produttore. Il prodotto deve essere però portato sul mercato, proposto all’investitore e venduto, e queste altre attività generano costi aggiuntivi che per gli ETF non sono compresi nel TER. Anche la “manutenzione” del prodotto prima e dopo la vendita ha dei costi. Quindi vi sono dei costi compresi nel TER ma altri che non sono compresi.Vediamo quindi in dettaglio le voci di costo degli ETF.

TER o costo totale di gestione annuale

L’elemento di costo più importante che grava sugli ETF è il TER (Total Expense Ratio) che è la misura dei costi di gestione totali annualizzati. È un valore che deve essere obbligatoriamente comunicato all’investitore e deve essere presente sui documenti informativi come il KID. Per gli ETF il TER è mediamente compreso tra lo 0,1% e l’1,0% sul capitale investito a seconda del prodotto, già incorporato nel prezzo di negoziazione.

Il TER indica sinteticamente le commissioni di gestione, di custodia, di licenza (per la replica dell’indice) e di distribuzione, costi che sono incorporati nel prezzo dell’ETF e che quindi l’investitore non “vede”, pur conoscendoli (e pagandoli).

In particolare, la commissione di custodia è un costo che l’emittente paga per conferire a un ente finanziario (es. una banca) la custodia dei titoli che detiene per la replica dell’indice. Si tratta di un costo variabile perché la società proprietaria dell’indice può modificare o aggiornare la composizione dell’indice stesso inserendo o togliendo titoli che non hanno più i requisiti necessari per rimanere in quell’indice, e costringendo quindi l’emittente ad adeguarsi negoziando i titoli sul mercato.

La commissione di licenza viene pagata dall’emittente alla società che ha sviluppato e gestisce l’indice utilizzato come benchmark per la replica.

La commissione di distribuzione, infine, sono tutti i costi che l’emittente sostiene per il marketing del prodotto, cioè per farlo conoscere e portarlo su mercato (quotarlo in borsa).

Il TER di un ETF quotato sul mercato italiano può variare mediamente tra lo 0,1% e l’1% del capitale investito. Ciò significa che se investo 10.000 euro su un ETF pagherò una commissione all’emittente compresa tra i 10 e i 100 euro circa. Queste percentuali sono però da considerare puramente indicative (medie, appunto), visto che le punte estreme di questa voce di costo possono passare per un gran numero di ETF con TER a 0,0X% (cioè a pochi centesimi di punto percentuale) toccando, in rari casi in cui i costi per l’emittente siano particolarmente gravosi, il 2% o 2,5%.

Il TER è molto utile nel confronto tra ETF o con i fondi d’investimento che abbiano lo stesso benchmark, perché ci dice che per uno stesso “servizio” (la replica del medesimo indice) possiamo pagare cifre differenti a seconda dell’emittente. È quindi un’indicazione importante per una prima scrematura tra ETF confrontabili.

Non solo, ma è una sorta di “cavallo di Troia” che aiuta a scardinare la complessità del calcolo dei costi soprattutto nel confronto con i fondi d’investimento, in particolare se a gestione attiva, mediamente caratterizzati da un TER molto più oneroso. Questo perché chi sceglie un ETF sceglie esplicitamente di non affidarsi a un gestore “umano” e alla sua esperienza e professionalità (o presunte tali), ma semplicemente al mercato, replicando un indice. E poiché il servizio svolto dal gestore si paga, il costo di un fondo attivo è decisamente più alto. Contro una media del TER che per gli ETF italiani mediamente non raggiunge lo 0,50% (con però differenze significative tra ETF obbligazionari, azionari e multiasset), i fondi possono arrivare al 3% o al 4%.

Non solo: i fondi non sono quotati ma per la maggior parte “distribuiti”, cioè venduti ai clienti dalle reti bancarie di consulenti finanziari. La presenza di questi intermediari della vendita fa lievitare ulteriormente i costi, aggiungendo un’ulteriore percentuale al costo totale.

Va anche detto che la pressione esercitata dagli ETF sul mercato dei fondi sta portando i due prodotti verso una nuova convergenza: da una parte spinge gli emittenti di fondi a ridurre progressivamente le commissioni di gestione, dall’altra ha ispirato gli emittenti di ETF, come vedremo, nel lancio di prodotti a gestione attiva.

Inoltre la differente fiscalità è un elemento importante da considerare nel confronto per valutare la potenziale redditività dei singoli prodotti d’investimento.

Commissione di negoziazione

Il primo costo che bisogna sostenere per l’acquisto di un ETF è la commissione di negoziazione richiesta dal nostro intermediario per inviare l’ordine in borsa ed eseguirlo. L’intermediario (in inglese broker) può essere la nostra banca o il broker online con cui abbiamo aperto un conto di trading. Questa commissione viene corrisposta dall’investitore sia al momento dell’acquisto sia a quello della vendita.

L’entità della commissione di negoziazione, che viene corrisposta solo se l’ordine viene effettivamente eseguito, dipende dal nostro intermediario. Le commissioni dei broker online, sono spesso molto articolate e dipendono da quanti eseguiti vengono effettuati in un dato periodo di tempo. Possono essere fisse (mediamente 10-15 euro per eseguito) o variabili (una percentuale sul controvalore transato, in media l’1,9 o il 2 per mille), ma possono essere “degressive” o “dinamiche” (cioè ridursi con l’aumentare del numero degli eseguiti effettuati) o addirittura ridotte a zero in caso di specifici accordi tra il broker e l’emittente.

Commissioni di transazione o di ribilanciamento

Per lo stesso motivo indicato sopra (modifica e aggiornamento dell’indice), l’emittente deve adeguarsi acquistando o vendendo sul mercato parte dei titoli posseduti (appunto “ribilanciando” i titoli posseduti rispetto all’indice), sostenendo con questa attività dei costi che si traducono per l’investitore in una commissione di transazione. Questi costi non sono sempre prevedibili al momento della quotazione dell’ETF visto che dipendono dalle scelte attuate dal gestore dell’indice, ma che possono generare per l’investitore delle commissioni di transazione o di ribilanciamento.

Commissione di swap

Nel caso di una replica sintetica dell’indice da parte dell’emittente (ved. Capitolo 7), la gestione dei titoli viene demandata a un ente finanziario esterno e può essere attuata attraverso un tipo di derivato finanziario utilizzato soltanto tra investitori istituzionali, lo swap. L’emissione di questo derivato comporta dei costi che l’emittente deve sostenere e che incidono sul costo finale per l’investitore.

Differenziale tra prezzo d’acquisto e prezzo di vendita (spread bid-ask)

A volte è bene ribadire anche gli aspetti di un investimento che possono apparire ovvi. Poiché gli ETF non hanno una scadenza e sono soggetti alle normali fluttuazioni di mercato, il loro prezzo deve essere costantemente monitorato. Nel momento in cui l’investitore decide di vendere un ETF che ha in portafoglio, la vendita non può che avvenire al prezzo che il mercato stima in quel momento, che potrebbe anche non essere favorevole all’investitore. Sia in caso positivo (con generazione di guadagno o plusvalenza) sia in caso negativo (generazione di perdita o minusvalenza), la differenza tra prezzo d’acquisto e prezzo di vendita è comunque interamente a carico o a vantaggio dell’investitore, e può quindi tradursi in un costo o in un guadagno.

Imposte

Prima di tutto va ricordato che sui redditi si pagano le imposte, non le tasse. Queste ultime infatti sono connesse a specifici servizi o attività, come i bolli obbligatori sui documenti ufficiali, la tassa di soggiorno turistico o la tassa sullo smaltimenti dei rifiuti.

Come per altri strumenti e prodotti finanziari, sulle plusvalenze generate dalla negoziazione degli ETF si paga il 26% di imposta fissa, che quindi incide in modo significativo sul rendimento di qualsiasi investimento.

I titoli di Stato italiani come BOT e BTP sono invece tassati solo al 12,50% ma, come vedremo nel capitolo dedicato alle implicazioni fiscali degli ETF, quest’ultima caratteristica può essere ben sfruttata anche con gli ETF obbligazionari.


Capitolo 8
Tipologie di ETF

Tipologie di ETF

Gli ETF fanno parte di una famiglia di prodotti definiti ETP, cioè exchange traded product (“prodotti negoziati in borsa”), che oltre agli ETF comprende ETN (exchange traded note, dove il ‘note’ è un titolo di debito) ed ETC (exchange traded commodity, materie prime). ETP è quindi una definizione apparentemente generica che però riporta ad alcune caratteristiche comuni dei diversi prodotti d’investimento:- sono quotati su mercati regolamentati e per quello negoziabili in qualunque momento durante l’orario di borsa;

  • la liquidità sul mercato è garantita dagli emittenti market maker;
  • replicano un benchmark.

ETN ed ETC hanno alcune caratteristiche che li differenziano dagli ETF ma anch’essi sono quotati sull’ETFPlus di Borsa Italiana.

Come abbiamo sottolineato nell’introduzione, nell’ideare e sviluppare prodotti finanziari la creatività non manca di certo. Ed anche gli ETF in questo senso non fanno eccezione.

Gli ETF si articolano infatti in diverse tipologie che integrano:

  • il tipo di replica dell’indice (fisica o sintetica);
  • lo stile di gestione (passiva, attiva o strutturati);
  • il tipo di asset sottostante all’indice benchmark (es. azioni, obbligazioni).

Replica dell’indice

Come si fa a replicare l’andamento di un indice? È semplice: bisogna mettere in portafoglio gli strumenti compresi nell’indice. Per esempio, nel caso di un indice composto dai quaranta titoli a maggior capitalizzazione della borsa italiana (il FTSE MIB 40) sarà necessario acquistare sul mercato tutti e quaranta i titoli. Ma non tutti gli indici sono uguali. Alcuni equipesano i titoli, cioè li inseriscono nell’indice con lo stesso peso (in inglese: equal weight) in percentuale della capitalizzazione, altri li inseriscono nell’indice sulla base del peso reale (sempre in termini di capitalizzazione) che hanno sul mercato di riferimento. Per esempio, accanto all’MSCI World Index esiste l’MSCI World Equal Weighted Index, come pure per l’S&P 500 vi è l’omologo l’S&P 500 Equal Weight.

Per “capitalizzazione” si intende il numero di azioni quotate in borsa moltiplicate per il loro valore: in un dato momento, se il titolo A vale 10 euro per azione e ha collocato in borsa un milione di azioni, la sua capitalizzazione sarà di 10 euro x 1.000.000 di azioni = 10.000.000 euro.

Fatto questo calcolo per tutte le azioni di un dato mercato, un indice solitamente le seleziona sulla base di parametri specifici di interesse e ne aggiorna in tempo reale il valore.

L’ETF, quindi, deve fare due cose: un accordo con la società che gestisce l’indice per poterlo usare come benchmark e poi acquistare i titoli dell’indice. Come abbiamo visto, la composizione degli indici può variare e in questo caso l’ETF deve adeguarsi.

Tenere una gran quantità dei titoli però comporta dei rischi (rischio di mercato, di controparte, di emittente, etc.), rischi che le società finanziarie calcolano e gestiscono con attenzione. Per questo motivo l’emittente di ETF ha a sua disposizione diverse modalità per attuare la replica.

A questo proposito va quindi introdotto un concetto importante, quello di tracking error, espressione inglese che letteralmente significa “tracciatura dell’errore” e che indica di quanto si discosta l’andamento dell’ETF rispetto al suo benchmark. Infatti l’ETF non replica mai al 100% l’indice ma per motivi tecnici se ne discosta sempre leggermente e il tipo di replica è uno degli elementi che può incidere sul tracking error. Vediamo come.

Replica fisica

La replica fisica garantisce una maggior aderenza all’indice, perché si basa sull’effettivo possesso degli strumenti finanziari che compongono l’indice stesso. La replica fisica è quindi il possesso fisico (anche se ormai completamente digitalizzato) degli strumenti quotati. Questo tipo di replica però può essere “completa” (full replication), “a campionamento” (sampling replication) o ad “ottimizzazione” (optimized replication).

Nel primo caso se quaranta sono le azioni che compongono il FTSE MIB 40, allora quaranta saranno le azioni messe in portafoglio. Nel secondo caso, invece, l’emittente avrà selezionato un paniere di titoli più ristretto (quindi non tutte e quaranta) che però per il loro peso all’interno dell’indice e per eventuali evidenze statistiche relative all’andamento passato possono essere considerate un campione rappresentativo (sample, appunto) dell’indice stesso. Nel terzo caso, infine, la selezione dei titoli del paniere è basata su modelli quantitativi avanzati, cioè su un’analisi maggiormente sofisticata.

La strada delle repliche a campione od ottimizzata consente all’emittente di risparmiare in termini di oneri di negoziazione e di gestione del portafoglio ma può avere un impatto significativo sul tracking error, cioè può far discostare l’andamento reale dell’ETF da quello del benchmark.

Per limitare questo impatto gli emittenti utilizzano lo strumento del prestito titoli, cioè prestano i titoli che compongono il portafoglio dell’indice ad altre istituzioni finanziarie ricevendo in cambio un interesse. Questo interesse viene poi utilizzato per compensare, in tutto o in parte, lo scostamento rispetto all’indice. Un giro complesso che porta con sé un rischio aggiuntivo, per quanto per lo più teorico, cioè il rischio di controparte: l’istituzione che prende in prestito i titoli potrebbe teoricamente non essere infatti in grado di restituirli (anche se di solito si tratta di grandi banche).

Replica sintetica

Un’alternativa alla replica fisica è la replica sintetica, che consente all’ETF di replicare la performance dell’indice di riferimento senza che l’emittente possegga i titoli che compongono l’indice stesso. Questo avviene attraverso l'utilizzo di contratti derivati, noti come swap o contratti di scambio, e può essere attuato con diverse modalità. In linea generale funziona così: l’emittente dell’ETF stipula un contratto swap con una controparte (di solito una banca d'investimento) che si impegna a fornire all'ETF la performance dell’indice di riferimento in cambio di un corrispettivo. A garanzia del contratto l’emittente mette un proprio paniere di titoli (diversi da quelli dell’indice) chiamato portafoglio sostitutivo o substitute basket.

Insomma, nel caso della replica sintetica, l’ETF vi dice che replica l’indice ma che i titoli li ha ‘in tasca’ un’altra società con cui ha un accordo.

Rispetto alla replica fisica, la replica sintetica presenta vantaggi e rischi diversi. I vantaggi sono una maggiore efficienza dell’ETF e la possibilità di emettere ETF su indici difficili da replicare fisicamente o con asset class la cui gestione può presentare costi e complessità eccessivi (si pensi alle materie prime fisiche). Inoltre può ridurre il tracking error rispetto alla replica fisica. D’altra parte però, come nel caso del prestito titoli, coinvolgere nell’attività un’altra entità (una banca) inserisce come variabile il rischio che questa non sia in grado di mantenere gli impegni (rischio controparte, in questo caso misurato come differenza tra il valore del NAV dell’ETF e il valore del substitute basket) e costringe a prendere precauzioni complesse (uso di garanzia collaterali e altro) che possono impattare sui costi finali.

ETF a gestione passiva

È la tipologia più diffusa e quella con cui gli ETF sono nati. Gestione passiva significa che il gestore umano si limita passivamente a controllare che il portafoglio sia in linea con l’indice e ad adeguarlo in caso di modifiche. L’utilizzo di un simile strumento rende molto semplice applicare una strategia d’investimento in quanto consente di investire su benchmark che funzionano in modo automatico, riducendo possibili errori umani di gestione. Il lato negativo della medaglia è che l’esperienza di un gestore umano in talune fasi di mercato può fare la differenza, anche per una diversa capacità di reazione nelle fasi più complesse.

ETF a gestione attiva

È una tipologia di ETF relativamente recente ma che si sta progressivamente ritagliando uno spazio sempre più ampio. In questo caso è il gestore umano (o un team di gestori) che agisce sistematicamente sul portafoglio con lo scopo di battere il benchmark (non quindi semplicemente di replicarlo) ed è quindi la qualità della gestione che può fare la differenza, in positivo o in negativo. Per l’investitore i costi di gestione sono più alti rispetto ai normali ETF “replicanti” (circa il triplo), quindi a parità di benchmark il gestore dovrà essere in grado di superare l’indice di una percentuale che non solo copra i costi di gestione aggiuntivi ma che fornisca anche un plus rispetto ad essi tale da giustificarne la scelta. In parole più semplici: se un ETF passivo sull’S&P500 in un anno riesce a dare un rendimento del 10%, perché scegliere un ETF attivo che dà lo stesso risultato, visto che da questo si dovrà togliere, per esempio, il 2% di costi di gestione? Ma la stessa domanda si potrebbe porre anche se rendesse il 12%, perché in questo caso renderebbe esattamente come l’ETF passivo: ma allora cosa mi serve un gestore? È evidente che la scelta della gestione attiva potrebbe essere giustificata da un rendimento significativamente superiore, che tuttavia non è sempre possibile ottenere, né con gli ETF attivi né con i fondi d’investimento.

Soprattutto però, è la strategia di gestione dell’ETF attivo che deve essere valutata attentamente prima di inserire lo strumento in portafoglio.

Bisogna infatti sapere che gli ETF a gestione attiva non sono strettamente legati al benchmark, cioè possono modificare la composizione del loro portafoglio scegliendo strumenti extra-indice (per esempio azioni non presenti in esso), ma anche asset diversi (obbligazioni, derivati), utilizzare la leva o applicare specifici criteri selettivi (per esempio la sostenibilità) e altre strategie per ottenere rendimenti superiori.

ETF Strutturati

Accanto ai più noti ETF passivi e agli emergenti ETF attivi si pone una categoria che possiamo definire intermedia. Si tratta di prodotti che Borsa Italiana definisce “passivi ma dinamici”.

Sono infatti ETF a gestione passiva, quindi il loro portafoglio replica passivamente quello dell’indice di riferimento e non viene gestito da nessuno. È invece la replica che subisce qualche scossone.

Il portafoglio degli ETF strutturati può essere infatti soggetto a due diverse strategie di replica: lo short (e in questo caso si parla di “ETF inversi”) e l’effetto leva. Finanziariamente “short” significa speculare al ribasso, vendendo cioè sulla discesa e ricomprando sulla risalita; si tratta di un tipo di strategia non intuitiva e opposta a quella tradizionale, quindi non adatta a tutti i tipi di investitori. Gli ETF strutturati inversi o short replicano quindi un indice ma al contrario, guadagnando dai ribassi e perdendo sui rialzi.Gli ETF con effetto leva, invece, consentono di moltiplicare la performance, al rialzo o al ribasso, secondo un fattore predeterminato. ETF a leva 3x significa per esempio che a fronte di un rialzo dell’indice il valore dell’ETF aumenta del triplo di questa variazione. Ma che anche la discesa viene moltiplicata per lo stesso fattore.

In questi ETF, leva e short possono essere combinati tra loro in “strutture” complesse (da cui il nome). Com’è facile intuire, si tratta di prodotti altamente speculativi e adatti a investitori con un profilo di rischio alto o comunque consigliabili per una parte limitata del portafoglio all’interno di un’attenta strategia di diversificazione del rischio. Tra l’altro sono mediamente poco liquidi, quindi non sempre è possibile operare su livelli di prezzo ottimali.

ETF Smart Beta

Nel gergo finanziario le “greche” sono alcune lettere dell’alfabeto greco che rappresentano parametri utilizzati per misurare la sensibilità del prezzo di un titolo o di un portafoglio rispetto a vari fattori di mercato. Il beta, in particolare, indica quanto il rendimento è sensibile alle variazioni del mercato, quindi il rischio rispetto ad esso. L’espressione “smart beta” significa quindi “strategia beta intelligente”, cioè strategia che punta a migliorare la risposta dello strumento finanziario rispetto all’andamento del benchmark.

Questo è esattamente il senso degli ETF Smart Beta, un’invenzione recente che integra la gestione passiva, cioè la replica di un indice, con una gestione attiva ex ante, cioè elaborata prima del collocamento ed eventualmente modificata periodicamente secondo parametri prefissati.

Vediamo di capire meglio di cosa si tratta. I normali ETF a replica passiva si basano sull’andamento di un indice che solitamente pesa i titoli in esso presente sulla base della sola capitalizzazione. Alcuni emittenti hanno invece pensato di selezionare preventivamente i titoli di un indice sulla base di parametri aggiuntivi. Questo perché gli studi sui parametri che influenzano la redditività dei singoli strumenti finanziari hanno portato a identificare alcune variabili che più di altre sembrano fornire una buona probabilità di raggiungimento degli obiettivi finanziari.

Gli ETF Smart Beta, detti ETF fattoriali, selezionano quindi preventivamente i titoli in base a fattori specifici aggiuntivi. Per esempio possono puntare maggiormente su titoli azionari value, cioè a crescita lenta e costante, su società sottovalutate, a ridotta capitalizzazione (small e medium company) o che investono molto in ricerca e sviluppo, oppure ancora su titoli caratterizzati da bassa volatilità, da un particolare momentum (cioè in prosecuzione del trend in cui si trovano), sulla politica di distribuzione dei dividendi, il tutto utilizzando metodologie di ponderazione alternative spesso complesse. Questo approccio modifica il rapporto rischio-rendimento rispetto a un ETF passivo sul medesimo paniere e ne può allontanare significativamente l’andamento dal benchmark.

Sebbene abbiano costi di gestione leggermente superiori rispetto agli ETF tradizionali, restano comunque più economici dei fondi a gestione attiva.

ETP, ETC ed ETN

La caratteristica principale che distingue un ETF dalle altre tipologie di ETP è che sono OICR (organismi di investimento collettivo del risparmio), cioè quote di fondi; inoltre investono su indici, cioè sui panieri di titoli e non su titoli singoli.

ETC ed ETN, invece, non sono quote di fondi quotati ma quote di titoli di possesso, che riflettono un investimento effettuato dall’emittente direttamente o indirettamente attraverso contratti derivati e che è quindi garantito dal possesso del sottostante.

Gli ETC investono in commodity (cioè materie prime) o in contratti per commodity, sia singolarmente che sotto forma di panieri.

Gli ETN investono in sottostanti diversi dalle commodity, sia direttamente sia attraverso derivati, e sono sostanzialmente paragonabili a titoli di debito non collateralizzati.

Per riassumere: gli ETP sono quote di un’attività finanziaria quotate in borsa; gli ETF sono quote di fondi, gli ETC di investimenti in materie prime e gli ETN di investimenti in sottostanti vari.


Capitolo 9
Perché mettere gli ETF in portafoglio

Perché usare gli ETF

Gli indubbi vantaggi degli ETF rispetto ai rischi, esistenti ma limitati, ne fa strumenti d’investimento molto diffusi e utilizzati sia dai professionisti sia dagli utenti finali. Proprio le specifiche caratteristiche degli ETF possono aiutare a comprendere come utilizzarli al meglio all’interno del proprio portafoglio. A questo proposito è sempre meglio sottolineare che la strategia d’investimento dipende in primis dalle caratteristiche del singolo investitore. Ognuno di noi non solo ha un proprio patrimonio (inteso come capitale liquido, beni mobili e immobili, etc.), ma ha anche valori, obiettivi, storia famigliare, attitudine al rischio differenti, senza contare il timing (cioè la durata dell’investimento) e gli obiettivi che intende raggiungere. Solo su questa base è possibile delineare una strategia di diversificazione e di rischio che fungerà da guida per le scelte tattiche.

A differenza di altri strumenti gli ETF possono rientrare all’interno di un portafoglio sia come elementi di una strategia di lungo o lunghissimo periodo, sia in modo tattico, per integrazioni di breve e medio periodo o per cogliere opportunità in specifiche fasi di mercato. Il tutto con la possibilità di investire a basso costo e in tempo reale su asset, aree geografiche e settori anche molto diversi tra loro.

Proprio grazie alla loro efficienza e versatilità, gli ETF possono essere utilizzati all’interno del portafoglio con funzioni diverse.

Possono infatti rappresentare la parte core (cioè il nucleo centrale, principale) del portafoglio attraverso l’inserimento di ETF a basso costo e molto diversificati, in modo da avere una parte centrale il più possibile diversificata e stabile con obiettivi di lungo periodo; ad essa è poi possibile affiancare altri strumenti “satelliti”, come ETF più “verticali”, cioè maggiormente focalizzati su temi specifici da monitorare e aggiornare con maggiore frequenza. Questo tipo di strategia viene appunto definita core-satellite.

Oppure, all’interno di un portafoglio composto da asset differenti (azioni, obbligazioni, fondi, etc.) possono fungere da complemento sempre in ottica di diversificazione ed efficienza grazie alla possibilità di replicare indici ad ampio spettro. Il completamento del portafoglio con gli ETF può quindi essere valutato non soltanto in termini di asset ma anche di tema d’investimento.

La diffusione crescente degli ETF a gestione attiva, poi, permette di diversificare il rapporto rischio-rendimento anche in questa direzione, inserendo in portafoglio l’esperienza di gestori esperti accanto alla semplice replica passiva.

Gli ETF sono poi gli strumenti principe per la costruzione dei cosiddetti lazy portfolio (cioè “portafogli pigri”), investimenti costruiti in modo da fornire una buona stabilità a costi molto contenuti, con obiettivi di lungo termine ma anche di bassa attività di manutenzione e di aggiustamento nel tempo. I lazy portfolio sono molto utilizzati e studiati; tra questi i 40/60, 50/50 e 60/40, in cui le due cifre indicano rispettivamente la percentuale di investimento in azioni e in obbligazioni. Oltre ai lazy portfolio a due asset ve ne sono a tre (con l’aggiunta per esempio dell’oro), a quattro (per esempio il Permanent di Harry Browne, che ad azioni e obbligazioni USA e all’oro aggiunge un 25% di liquidità), fino a dodici asset, ma sempre con l’obiettivo della stabilità a lungo termine e della ridotta manutenzione.

Oltre agli esempi di strategie citate, gli ETF consentono anche una buona gestione della liquidità; la rapidità di smobilitazione di un investimento in exchange traded fund permette infatti di ottenere velocemente liquidità ma anche di spostare il rischio su altri asset e di parcheggiare in tempi molto ristretti la liquidità ottenuta dalla vendita di altri strumenti in attesa di migliori opportunità.


Capitolo 10
ETF vs Fondi d’investimento

ETF vs Fondi d’investimento

Gli ETF sono quote di fondi d’investimento quotate in borsa. Il fatto che appartengano alla famiglia degli OICR che abbiano quindi molte caratteristiche in comune con i fondi d’investimento porta all’inevitabile domanda: perché mettere in portafoglio degli ETF invece che dei fondi?

Se mettiamo insieme tutti gli indizi raccolti finora, è facile dedurre che il confronto ETF-fondi è impietoso e i fondi ne escono penalizzati, visto che gli ETF sono più efficienti e meno costosi. Tuttavia è un fatto che gli investitori italiani prediligano i fondi rispetto agli ETF: secondo dati recenti, il 39% ha in portafoglio un fondo contro il 15% che investe in ETF. Come mai?

La risposta risiede soprattutto nella facilità di accesso al tipo di investimento e, quindi, nella differenza di distribuzione di cui godono fondi ed ETF.

I fondi d’investimento vengono sviluppati da società specializzate (SGR, Società di Gestione del Risparmio), che possono essere parte di un gruppo bancario o indipendenti.

Nel primo caso metteranno a disposizione della loro banca il prodotto così realizzato; questa lo metterà in mano alla propria rete di consulenti finanziari (ma anche ad altre) che, entrando in contatto con i clienti proporranno loro il fondo.

Questo implica due elementi importanti: come in tutte le attività commerciali anche per i fondi c’è una fase di ricerca e sviluppo, una fase di produzione e una fase di marketing, cioè di commercializzazione e di vendita. Ciò implica la volontà di vendere il prodotto congiunta a quella di remunerare l’intera catena di produzione e vendita, e ciò avviene con il ricarico sul cliente di alcuni punti percentuali di costi applicati al capitale investito.

Il secondo elemento riguarda la rete di consulenti finanziari. In Italia esistono due tipi di consulenti: il “consulente finanziario autorizzato all’offerta fuori sede” che lavora per una banca o per una rete ed è l’ex promotore finanziario, e il “consulente autonomo” o indipendente, che lavora in proprio o per una Società di Consulenza Finanziaria (SCF). Il primo è un dipendente della banca, quindi è spinto a proporre ai clienti i prodotti della banca ed è pagato in percentuale sulle vendite, in costante equilibrio tra conflitto d’interesse (più vende più lui e la banca guadagnano) e interesse del cliente; il secondo, invece, non ha (non deve avere per legge) conflitti d’interesse ma è pagato a parcella, indipendentemente dai risultati ottenuti.

E poiché per l’investitore italiano medio la filiale bancaria (se non addirittura quella postale) è ancora il riferimento per i propri investimenti, è facile capire come possa essere orientato verso i fondi.

Per gli ETF, invece, l’accesso è più semplice, ma per quegli investitori che hanno dimestichezza con la negoziazione online, cioè con l’utilizzo del computer per acquistare e vendere titoli in borsa attraverso i servizi online degli intermediari. Per operare da soli in borsa serve una buona preparazione sui meccanismi di funzionamento dei mercati e degli strumenti e una buona infarinatura di analisi tecnica. Insomma, l’apparente semplicità per molti può tradursi in complicazione, quindi in molti preferiscono spendere di più (o guadagnare di meno) ma avere qualcuno che fa il lavoro per loro. Inoltre per molti il fatto di poter vedere il valore delle quote del fondo (NAV) soltanto una volta al giorno non è un problema, visto che non tutti possono monitorare costantemente la borsa, senza contare che l’investimento in un fondo è prevalentemente un’attività di lungo periodo quindi il monitoraggio minuto per minuto può non essere necessario.

Prima della quotazione degli ETF a gestione attiva e degli ETF Smart Beta il vero campo di battaglia tra ETF e fondi d’investimento era però la gestione attiva, cioè l’importanza del gestore umano rispetto alla replica passiva.

Su questo tema le ricerche finanziarie e accademiche sono molte e in linea generale confermano che la gestione attiva non sempre è un vero plus. Anzi, rispetto ai benchmark, a fronte di pochi fondi che lo battono costantemente, sono in molti a non esserne quasi mai in grado. Uno degli studi più importanti di questo settore è il SIPVA (Standard & Poor’s Indices Versus Active Funds), che confronta i risultati dei fondi rispetto a quelli degli indici globali e settoriali S&P. I risultati indicano che investire nella replica passiva degli indici avrebbe reso di più che un investimento in fondi a gestione attiva.

In una nota del 2023 si legge: “Nell'intero decennio trascorso dall'inizio della pubblicazione [del SIPVA], la maggior parte dei fondi a gestione attiva offerti in Europa ha sottoperformato il benchmark assegnato in ciascuna delle nostre categorie azionarie e obbligazionarie nazionali e internazionali”. E continua: “La sovraperformance è stata difficile da riscontrare nei fondi azionari dei paesi europei, in particolare in Germania, Francia, Svezia, Spagna, Danimarca e Italia; qui i fondi azionari nazionali a gestione attiva hanno registrato tassi di sottoperformance a un anno rispettivamente dell’87%, 90%, 95%, 97%, 97% e 98%”. E i dati di metà 2024 non hanno fornito indicazioni molto più confortanti.


Capitolo 11
Fisco e tassazione

Fisco e tassazione

Diciamo subito che gli aspetti fiscali legati alla negoziazione di ETF sono complessi ma molto importanti, perché una loro corretta comprensione e gestione può far risparmiare molti soldi.

Con gli ETF si possono ottenere due tipi di reddito: “redditi da capitale”, ottenuti con l’impiego di capitale, e “redditi diversi”, ottenuti con la negoziazione di strumenti finanziari in borsa.

Sugli ETF sono entrambi soggetti a una ritenuta d’imposta fissa del 26%, con due eccezioni. La prima riguarda i cosiddetti ETF non-UCITS o non armonizzati, cioè che non aderiscono alla normativa UCITS dell’Unione Europea; in questo caso i redditi ottenuti sono soggetti alle normali imposte sui redditi, quindi agli scaglioni IRPEF in vigore e calcolati sulla base totale del reddito dell’investitore.

La seconda eccezione riguarda invece la tipologia di titoli presenti negli indici benchmark. Se vi sono infatti titoli di Stato italiani, di enti internazionali riconosciuti o di Stati esteri compresi nella cosiddetta white list, per essi la ritenuta d’imposta è del 12,5%. Questo significa che i redditi ottenuti con un ETF multiasset che investe al 50% su azioni e al 50% su titoli di Stato sarà soggetto a una ritenuta d’imposta del 26% sul 50% e del 12,5% sul restante 50%.

Ma la distinzione tra redditi da capitale e redditi diversi ha conseguenze importanti in caso di minusvalenze, cioè di perdite, contemplate al momento della vendita dell’ETF nel caso in cui il prezzo di vendita sia inferiore al prezzo d’acquisto.

Il fisco italiano, infatti, consente la “compensazione” delle plusvalenze con le minusvalenze, aiutando l’investitore a pagare meno imposte se ha registrato delle perdite. La compensazione funziona così: se un investimento mi ha fruttato 1.000 euro di plusvalenza e un secondo investimento mi ha invece portato un perdita di 300 euro pagherò l’imposta del 26% solo sulla differenza tra guadagno e perdita, cioè su 700 euro.

La compensazione però ha due regole fondamentali: è possibile solo entro i quattro anni successivi all’evento e non può essere fatta tra redditi di natura diversa. Cioè plusvalenze e minusvalenza non possono essere compensate se una delle due è stata ottenuta da redditi da capitale e l’altra da redditi diversi.

E qui sta la complicazione.

Perché per il fisco italiano:

  • le plusvalenze generate dagli ETF sono considerate redditi da capitale;
  • le minusvalenze generata dagli ETF sono invece redditi diversi.

Quindi, “plus” e “minus” generate da ETF non sono compensabili tra loro, regola che vale anche per i fondi d’investimento. Un portafoglio composto soltanto da ETF o fondi è quindi fiscalmente svantaggiato rispetto a un portafoglio maggiormente diversificato.

Tuttavia, proprio in quanto redditi diversi le minusvalenze registrate sugli ETF possono essere compensate con le plusvalenze ottenute da redditi analoghi, per esempio da plusvalenze ottenute dalla negoziazione di azioni o obbligazioni, certificates. Cosa che invece non vale al contrario: un ETF tenuto in portafoglio genera redditi diversi solo quando lo si vende, mentre può generare redditi da capitale attraverso cedole e dividendi dei titoli contenuti nell’indice benchmark, ma questi sono redditi da capitale, quindi non possono servire a compensare eventuali perdite sull’azionario.

Sicuramente si tratta di una materia complessa ma che non può essere trascurata (meglio se con l’aiuto di un commercialista o di un consulente finanziario) per le implicazioni dirette che ha sui risultati finali dell’investimento.

In estrema sintesi, l’ETF si conferma un ottimo prodotto d’investimento anche a livello di ottimizzazione fiscale se integrato con strategie che perseguono, tra gli altri, obiettivi di diversificazione, con il contemporaneo utilizzo di strumenti d’investimento compensabili come le azioni.


Capitolo 12
Il KID e l’indicatore di rischio

Il KID e l’indicatore di rischio

Il KID (Key Information Document) è un documento informativo che deve essere obbligatoriamente fornito all’investitore dell’emittente prima dell’investimento in ETF e come indica il suo nome, contiene le informazioni chiave per comprenderne le caratteristiche.

È diviso in sezioni.

Sezione “Prodotto”

È la prima sezione del KID e riporta denominazione, emittente, codice ISIN e alcune altre indicazioni specifiche. Per esempio:

Xtrackers MSCI USA Information Technology UCITS ETF

Codice ISIN: IE00BGQYRS42, Valuta: USD

La denominazione già dice molto sul prodotto. Per esempio, Xtrackers è il marchio commerciale dell’emittente DWS Investment (Gruppo DWS); MSCI USA Information Technology ci informa che l’indice di riferimento è sviluppato da MSCI (cioè Morgan Stanley) e che ha come sottostante titoli statunitensi di un settore specifico; inoltre UCITS indica il fatto che è un ETF armonizzato, cioè aderisce alla normativa dell’UE.

In altri casi, dopo l’indicazione finale ETF vi possono essere altre informazioni specifiche per la classe di azioni, come la valuta, il fatto che sia ad accumulazione (Acc.) o a distribuzione (Dis.), che sia coperto dal rischio cambio con derivati (Hedged), che sia a leva (es. 2x, 3x), che sia short e così via.

Sezione “Che cos’è questo prodotto?”

È la sezione più importante perché ne spiega sinteticamente la composizione e il funzionamento, quindi è questo il testo che serve da spunto di riflessione per capire se l’ETF fa al caso della nostra strategia d’investimento oppure no.

La sezione è a sua volta suddivisa in quattro sottosezioni: Tipo, Termine, Obiettivi e Investitori al dettaglio cui si intende commercializzare il prodotto, di cui la più importante ed estesa è la terza.

  • Tipo: specifica che è un ETF e a quale normativa fa riferimento, cioè dov’è basato il fondo che lo gestisce (e quindi se è UCITS); solitamente, gli emittenti scelgono Paesi come l’Irlanda o il Lussemburgo per motivi fiscali.
  • Termine: gli ETF non hanno scadenza, quindi questa sezione contiene informazioni standard relativamente rilevanti.
  • Obiettivi: questa sottosezione riporta le informazioni utili per verificare a quale indice fa esattamente riferimento o se si tratta di un ETF a distribuzione o ad accumulazione. Per alcuni KID questa sezione è particolarmente dettagliata, per altri si limitano alle informazioni essenziali, rimandando al corposo (e molto tecnico ma più preciso) prospetto informativo. Qui solitamente si trovano le indicazioni sul fatto che l’emittente può effettuare attività di prestito titoli e se può utilizzare derivati “al fine di ridurre il rischio o i costi e/o di generare reddito o crescita supplementari”. Nel caso dell’ETF Xtracker citato all’inizio, in questa sezione viene spiegato che l’indice benchmark di riferimento MSCI USA Information Technology 20/35 Custom Index, calcolato a partire dall’MSCI USA Index (detto “indice genitore” o “parent index”) con dettagli relativi alla ponderazione, al calcolo dell’indice e sulla politica d’investimento.
  • Investitori a cui è proposto: la normativa UE impone che ogni strumento o prodotto d’investimento proposto a un investitore debba essere in linea con il suo profilo di rischio. L’intermediario deve quindi assicurarsi di profilare il suo cliente e ad esso potrà mettere a disposizione soltanto gli strumenti adatti. Ciò a meno che i cliente stesso dichiari esplicitamente di voler rinunciare a questa protezione. L’indicazione contenuta nel KID aiuta quindi a capire se si tratta di un prodotto adatto a noi oppure no.

Sezione “Quali sono i rischi e qual è il potenziale rendimento?”

È la sezione del KID che aiuta a comprendere le potenziali prospettive dell’ETF, i rischi e i possibili scenari che il prodotto potrebbe affrontare.

Rischio indicatore

Molto utile è l’Indicatore Sintetico di Rischio (ISR). Si tratta di un indicatore numerico e grafico (una sorta di righello colorato) che a colpo d’occhio consente di comprendere il livello di rischio dell’ETF.

L’ISR prevede una scala da 1 a 7, in cui 1 è il rischio minimo e 7 il rischio massimo. Nel caso di un ETF esprime “la probabilità che il prodotto subisca perdite monetarie a causa di movimenti sul mercato o a causa dell’incapacità dell’emittente di pagare quanto dovuto”. Nel caso dell’ETF citato, il livello di rischio indicato è 5. L’ISR viene sempre calcolato su un periodo predefinito di mantenimento dell’ETF in portafoglio, di solito cinque anni (o sette, come nel caso dell’ETF citato).

Performance scenari

Nel KID vengono indicati cinque scenari standard relativamente ai quali l’emittente deve dare indicazioni sulle stime dei possibili risultati che potrebbero essere ottenuti se l’investitore dovesse vendere l’ETF dopo un anno oppure al termine del periodo di mantenimento in portafoglio consigliato. Gli scenari indicati sono Minimo, Stress, Sfavorevole, Moderato e Favorevole e l’emittente deve indicare i periodi in cui ognuno di questi scenari (basati sull’analisi di algoritmi complessi) si sono verificati in passato.

Sezione “Cosa accade se l’emittente non è in grado di corrispondere quanto dovuto?”

In questa breve sezione l’investitore in ETF trova di solito l’indicazione che i titoli dell’ETF sono depositati presso una banca depositaria che, se fallisce o è inadempiente i titoli sono comunque protetti. Tuttavia il fondo potrebbe essere soggetto ad altri tipi di perdite; inoltre, a differenza per esempio di quanto accade per le somme depositate sui conti correnti bancari, l’investimento nel fondo da parte degli investitori non è coperto da nessun tipo di garanzia.

Sezione “Quali sono i costi?”

Qui sono esplicitate le commissioni applicate all’investitore, ma non le commissioni di distribuzione. A differenza dei fondi d’investimento gli ETF non hanno commissioni di ingresso e di uscita o commissioni di performance, quindi queste caselle nel KID restano sempre a zero. Sono invece importanti prima di tutto la commissione di gestione e poi l’eventuale commissione di transazione per la negoziazione dei sottostanti dell’indice.


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