Brent verso i 100 dollari al barile con nuovi timori alle forniture dal Medio Oriente

L’Arabia Saudita ha annunciato lo stop ad uno dei suoi più importanti oleodotti e non ha comunicato alcuna ipotesi sui tempi di riapertura, limitando così l’offerta di petrolio dall’area dopo le chiusure dei passaggi marittimi.
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Ancora rally per il petrolio
Continua inarrestabile la corsa del petrolio, questa mattinata in accelerazione con l’aggravarsi dell’instabilità in Medio Oriente e la conseguente nuova pressione sulle forniture globali di oro nero.
Il Brent aveva sfondato quota 108 dollari al barile, per poi ripiegare ma solo leggermente (107,67 dollari), seguito in scia dal greggio WTI, salito fino ad un massimo di 103,58 dollari.
Se si esclude il picco del 10 settembre a 107,66 dollari al barile, il Brent resta sui massimi da maggio scorso e da inizio anno sta guadagnando il 68%.
I prezzi del benchmark del mare del Nord dovrebbero “rimanere elevati nel quarto trimestre, sostenuti dalle persistenti interruzioni nello Stretto di Hormuz, dai crescenti rischi a Bab el-Mandeb e dalle limitate esportazioni dal Medio Oriente”, ritiene Thye May Ting, analista di Hong Leong IB, prevedendo che il Brent si attesterà tra i 95 e i 100 dollari al barile verso la fine del 2026, rivedendo al rialzo la sua ipotesi sul prezzo medio per il 2026 da 80 a 90 dollari al barile.
Chiuso oleodotto in Arabia Saudita
Mentre proseguono gli attacchi nell’area del Medio Oriente, l’Arabia Saudita ha annunciato venerdì scorso la chiusura a titolo precauzionale dell’importante oleodotto Est-Ovest, colpito nei giorni scorsi da droni provenienti dall'Iraq che hanno interrotto anche lo Stretto di Bab el-Mandeb.
Il Paese asiatico esaurirà le proprie scorte di petrolio destinate all'esportazione se non riattiverà entro pochi giorni il suo principale oleodotto verso il Mar Rosso, con una conseguente perdita fino al 4% dell'offerta globale. Negli ultimi mesi, l'oleodotto ha risparmiato all'Arabia Saudita gran parte delle conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha bloccato le esportazioni dei Paesi vicini.
Non ci sono state indicazioni su quando le operazioni riprenderanno e alcune fonti Reuters hanno fornito stime diverse: una ha affermato che i danni potrebbero richiedere da cinque a sei settimane per essere riparati, mentre un'altra ha detto che l'oleodotto potrebbe essere ripristinato prima.
"Fondamentale sarà la durata della chiusura", spiega June Goh, analista senior del mercato petrolifero presso Sparta Commodities SA. “Se i flussi riprenderanno rapidamente, l'impatto dovrebbe essere limitato poiché le scorte a Yanbu, il terminale occidentale dell'oleodotto, potrebbero essere utilizzate, ha spiegato. Ma un blocco prolungato potrebbe forzare tagli alla produzione”, ha aggiunto.
A incidere sui prezzi ci sono anche le conseguenze regionali di una rapida avanzata militare da parte dei militanti Houthi sostenuti dall'Iran lungo la costa dello Yemen sul Mar Rosso. La spinta potrebbe consentire al gruppo di esercitare un maggiore controllo sul traffico marittimo attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, altro punto di snodo marittimo vitale.
La diplomazia
Sul fronte diplomatico, è stato rinviato un incontro previsto nel corso della giornata di oggi tra l'Iran e diverse nazioni del Golfo per creare una corsia navale temporanea attraverso Hormuz, secondo il ministro degli Esteri dell'Oman, Badr Albusaidi.
In precedenza, il Bahrain aveva dichiarato che non avrebbe partecipato, citando in parte l'attacco all'oleodotto Est-Ovest, mentre Axios ha riportato che anche Riyadh aveva riserve sul piano.
Negli Stati Uniti, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato la scorsa settimana che avrebbe annunciato oggi alcune sanzioni contro una grande banca iraniana, nell'ambito degli sforzi per costringere Teheran alla capitolazione.
Allo stesso tempo, la Marina statunitense sta imponendo un blocco dei porti della Repubblica Islamica per soffocare le sue esportazioni di energia.
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