Eurozona, la flessione del PIL non tarderà molto a manifestarsi


Con le aspettative attuali, per Tognoli il PIL per l’Eurozona non tarderà molto a far segnare una variazione negativa.

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM


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PMI composito dell’Europa di gennaio in uscita oggi alle 10:00 (stima 50,2 punti contro 49,2 di dicembre), tasso di disoccupazione USA di gennaio alle 14:30 (stima 3,6% contro 3,5% di dicembre), PMI composito USA di gennaio alle 15:45 (46,6 punti contro 45 di dicembre) e ISM non manifatturiero di gennaio alle 16:00 (stima 50,3 punti contro 49,6 di dicembre).

Ieri i dati USA sono risultati in generale migliori rispetto alle stime: la produttività del 4Q22 è cresciuta del 3% (2,4% la stima), mentre le richieste dei sussidi alla disoccupazione sono cresciuti meno delle aspettative (183k contro 200k stimati). Quest’ultimo dato, unito a quelli delle precedenti settimane, conferma la forza dell’economia americana anche nel primo mese del 2023, nonostante la contrazione complessivamente prevista nel primo semestre dell’anno.

Ieri la Lagarde ha alzato i tassi di 50 bp, in linea con le attese dei mercati, dicendo che a marzo ci sarà un nuovo aumento di ulteriori 50 bp e questa è una novità di non poco conto, visto che nei meeting scorsi aveva genericamente fatto dipendere la politica monetaria dai dati che sarebbero usciti.

Molto determinata la Lagarde è apparsa nel voler riportare l’inflazione al 2%, lasciando quindi intendere che dopo marzo potrebbero esserci ulteriori aumenti dei tassi la cui dinamica di aumento sarà funzione della situazione generale.

Del resto la BCE si rende perfettamente conto che le pressioni inflazionistiche rimangono forti soprattutto a causa degli alti costi energetici che si stanno diffondendo in tutta l'economia, ma sui quali non può fare nulla se non esortare i governi ad agire velocemente e con maggiore coesione. L'inflazione al netto dell'energia e dei generi alimentari è rimasta infatti invariata al 5,2% in gennaio, mentre quella sui beni industriali non energetici è salita al 6,9%.

E’ possibile che le misure governative per compensare le famiglie per gli alti prezzi dell'energia smorzeranno l'inflazione nel 2023, ma il problema è solo spostato in avanti al 2024, dove la crescita dei prezzi potrebbe riprendere vigore. Il punto è che l’entità delle misure tampone dipende dall'andamento dei prezzi dell'energia, al momento per definizione molto incerti così come incerto appare il loro contributo all’inflazione.

Per quanto riguarda l’andamento dell’economia la Lagarde ha spiegato come l'attività dell'Eurozona abbia frenato marcatamente a partire dalla metà del 2022 e resterà debole nel breve termine (probabilmente, aggiungiamo noi, almeno per tutto il primo semestre).

Parlando dei rischi, la Lagarde ha ben spiegato come è sicuramente vero che questi siano diventati più bilanciati rispetto a sei mesi fa, ma tuttavia rimangono ancora ben presenti. Si chiamano guerra ingiustificata della Russia contro l'Ucraina e la sua popolazione, che continua a rappresentare un rischio negativo significativo per l'economia e potrebbe far aumentare nuovamente i costi dell'energia e dei generi alimentari. Da non sottovalutare inoltre lo scenario internazionale che se si indebolisse più bruscamente delle attese, andrebbe inesorabilmente ad inficiare la crescita dell'area dell'euro che potrebbe così subire un nuovo contraccolpo.

Ma anche la pandemia potrebbe riacutizzarsi e causare nuove interruzioni delle catene di approvvigionamento che, seppur molto lentamente, stanno mostrando segnali di normalizzazione

Ma ci sono anche rischi positivi. Lo shock energetico infatti potrebbe attenuarsi più rapidamente del previsto e le imprese dell'area dell'euro potrebbero adattarsi più rapidamente al difficile contesto internazionale. Questo tenderebbe a sostenere una crescita superiore a quella attualmente prevista. Gli scenari sono aperti e questo è il motivo per il quale la BCE si riserva una certa dose di flessibilità.

La BCE proseguirà dunque per la propria strada fintanto che l’inflazione non avrà mostrato evidenti segnali di una significativa e stabile riduzione, anche se questo dovesse comportare una flessione del PIL (così almeno l’interpretazione delle parole della Lagarde).

Ed è proprio sul fronte inflazione che le attese di numerosi economisti non sono affatto positive per i prossimi anni. Pur in calo rispetto al 2022 (dove la crescita dei prezzi è stata del 9,2%), l’inflazione nella zona euro dovrebbe rimanere stabilmente al di sopra dell’obiettivo della BCE del 2% per almeno altri due anni (l’inflazione è un razzo a salire e una piuma a scendere). Le stime stesse della BCE indicano infatti un’ulteriore crescita dei prezzi del 6,3% per il 2023 e del 3,4% per il 2024 (diversi economisti stimano una riduzione maggiore). Alla fine del 2024 significa che i prezzi saranno mediamente cresciuti del 18,9% rispetto all’inizio del 2022, riducendo il potere d’acquisto dei salari.

Questi ultimi sono previsti crescere del 5,2% (stima BCE). Occorrerà più avanti valutare se l’incremento previsto dei salari sarà in grado di contenere la flessione dei consumi e per questa via smorzare la flessione del PIL. Restano da valutare gli effetti della ricchezza e del risparmio sulla tenuta dei consumi.

Siamo tuttavia sempre più convinti che con le aspettative attuali la flessione del PIL non tarderà molto a manifestarsi. Secondo S&P la flessione del PIL per l’Eurozona attesa per il 2023 è dello 0,9%, mentre nel 2024 e 2025 la crescita dovrebbe attestarsi allo 0,8% e 1,4% rispettivamente. L'economia mondiale e ancor più quella dei paesi Europei, si trova ad affrontare un doppio rischio di ribasso. Da una parte le pressioni inflazionistiche persistenti che, seppur in riduzione, rimangono elevate e richiedono una politica monetaria restrittiva più lunga di quanto ci si potesse aspettare solo sei/nove mesi fa. Dall’altro il trascinarsi della guerra Russia-Ucraina, che esaspera la crisi energetica in corso (non facciamoci ingannare dal “basso” prezzo del gas) comportando un aumento dell'avversione al rischio.

Guerra permettendo, la Lagarde ha comunque ragione quando fa capire che difficilmente il sistema economico mondiale potrà trovare un equilibrio stabile se l’inflazione non si riduce ad un livello compatibile con la crescita della produttività.

In quali settori investire in Europa con questo scenario? La risposta va ricercata negli ingenti investimenti che l’Europa si appresta a fare nei prossimi anni. L’accordo raggiunto il 21 luglio 2020 tra i leader dell'UE ha previsto un articolato pacchetto di risorse finanziarie, inizialmente pari a 1.824,3 miliardi di euro (di cui 1.074,3 dal Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) e 750 dallo strumento Next Generation EU), incrementate dopo l’accordo del 10 novembre a 1.835,3 miliardi di euro a prezzi 2018 (di cui 1.085,3 provenienti dal QFP).

Le iniziative faro (gli obiettivi) di investimento indicate dalla Commissione Europea sono le seguenti:

  1. Utilizzare più energia pulita (Power up) - Utilizzare prontamente tecnologie pulite adeguate alle esigenze future e accelerare lo sviluppo e l'uso delle energie rinnovabili.
  2. Rinnovare (Renovate) - Migliorare l'efficienza energetica degli edifici pubblici e privati.
  3. Ricaricare e rifornire (Recharge and Refuel) - Promuovere tecnologie pulite adeguate alle esigenze future per accelerare l'uso di sistemi di trasporto sostenibili, accessibili e intelligenti, stazioni di ricarica e rifornimento e l'estensione dei trasporti pubblici.
  4. Collegare (Connect) - Estendere rapidamente i servizi veloci a banda larga a tutte le regioni e a tutte le famiglie, comprese le reti in fibra ottica e 5G.
  5. Modernizzare (Modernise) - Digitalizzare la pubblica amministrazione e i servizi pubblici, compresi i sistemi giudiziari e sanitari.
  6. Espandere (Scale-up) - Aumentare le capacità di cloud industriale europeo di dati e lo sviluppo dei processori più potenti, all'avanguardia e sostenibili.
  7. Riqualificare e migliorare le competenze (reskill and upskill) - Adattare i sistemi d'istruzione per promuovere le competenze digitali e la formazione scolastica e professionale per tutte le età.

Siamo convinti che gli investimenti profittevoli nei prossimi anni possano essere quelli che saranno indirizzati verso quelle imprese operanti nei settori interessati dagli investimenti del QFP e dal NGeu.

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