Inflazione al 4,2% in Italia, più alta dell'Eurozona

05/10/2026 06:15
Inflazione al 4,2% in Italia, più alta dell'Eurozona

Per effetto di energia e alimentari, l’inflazione dell’Italia raggiunge il 4,2%, maggiore di quella dell’Eurozona, pari al 3,8%. Non è iperinflazione, ma il livello ha comunque effetti regressivi, tra i primi rende più difficile la gestione del debito pubblico

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM

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Settimana relativamente leggera sul fronte dei dati macro, ma non priva di spunti rilevanti per mercati e policy maker, soprattutto dopo i recenti dati sul mercato del lavoro USA e l’inflazione flash dell’Eurozona. Negli Stati Uniti l’attenzione si concentra su tre elementi principali.

Oggi arriva l’ISM Services PMI di settembre. Si tratta del termometro più seguito del settore terziario, che rappresenta circa l’80% del PIL americano. Dopo un Employment Report di settembre che ha mostrato una creazione di posti di lavoro piuttosto contenuta (29k secondo le stime diffuse) e un tasso di disoccupazione al 4,2%, il mercato cercherà conferma che l’espansione dei servizi resta solida senza eccessive pressioni inflazionistiche sui prezzi. Un dato sopra i 55 punti verrebbe letto in chiave di resilienza, mentre un raffreddamento più marcato alimenterebbe aspettative di un Fed più accomodante.

Il vero evento della settimana è però mercoledì 7 con la pubblicazione dei verbali del FOMC della riunione di metà settembre. Qui non si cerca tanto una sorpresa numerica, quanto il tono e i dettagli sulla discussione interna riguardo al percorso dei tassi, all’impatto dello shock energetico/geopolitico (con riferimenti al Medio Oriente e allo Stretto di Hormuz) e alla tenuta del mercato del lavoro. I mercati leggeranno le minute con particolare attenzione dopo il recente rialzo dei rendimenti obbligazionari. Completano il quadro USA il saldo commerciale di agosto (domani), i jobless claims settimanali e le scorte all’ingrosso (giovedì), e soprattutto il University of Michigan Consumer Sentiment preliminare di ottobre (venerdì). Quest’ultimo, insieme alle aspettative di inflazione, offrirà un primo spaccato sul morale delle famiglie a inizio mese.

In Europa il calendario è più orientato ai dati di attività e consumi. Oggi si finalizzano i PMI dei servizi (Germania, Francia, Italia, Spagna e aggregato Eurozona) e si pubblica il PPI, insieme al Sentix Investor Confidence. Domani è il giorno più interessante. Sono infatti attese le vendite al dettaglio di agosto e gli ordini all’industria tedeschi. Le vendite al dettaglio sono un indicatore diretto della domanda interna. Dopo mesi di andamento altalenante, un recupero sarebbe il benvenuto per bilanciare la debolezza dell’industria. Gli ordini tedeschi, invece, restano il termometro della manifattura europea, ancora sotto pressione. Non ci sono decisioni di tassi e a il focus rimane sull’inflazione (dopo il flash di settembre) e sulla tenuta della crescita in un contesto di tassi ancora elevati e incertezza geopolitica.

A settembre l’inflazione italiana (NIC) ha registrato un aumento del 4,2% YoY, in forte accelerazione rispetto al 3,3% di agosto. È il livello più alto degli ultimi tre anni. Per trovare un dato superiore bisogna tornare a settembre 2023. L’indice armonizzato (IPCA), quello confrontabile a livello europeo, è salito al 4,1%. L’inflazione media acquisita per l’intero 2026 si attesta ora intorno al 3,1%. Il motore del rialzo dei prezzi è chiaro: i beni energetici, che sono passati da una crescita tendenziale del 17,1% ad agosto al 22,3% di settembre (regolamentati al 25,9%, non regolamentati al 22,2%). Hanno contribuito anche gli alimentari non lavorati (dal 3,8% al 5,5%) e, in misura minore, alcuni servizi. L’inflazione di fondo, al netto di energetici e alimentari freschi, resta più moderata, all’1,7%.

Il dato non arriva in un vuoto. È il prodotto di un nuovo shock energetico legato alle tensioni internazionali (in particolare nel Medio Oriente), che ha fatto risalire prezzi di gas e carburanti in tutta Europa. Nell’Eurozona l’inflazione è salita al 3,8% a settembre dal 3,2% di agosto, con l’energia al +18,8%. L’Italia si colloca quindi sopra la media, più esposta di Germania (circa 3,3%) e Francia (circa 3,4% nell’indice armonizzato).

Cosa significa concretamente per le famiglie e le imprese italiane? Un’inflazione al 4,2% non è ancora l’iperinflazione del 2022-2023, ma ha comunque effetti concreti e regressivi. Colpisce soprattutto chi spende una quota elevata del reddito in beni essenziali come energia, cibo, trasporti. Le bollette e i carburanti erodono il potere d’acquisto in modo immediato. Per le famiglie a reddito fisso o basso, ogni punto di inflazione in più significa una perdita reale di reddito. Gli aumenti salariali, dove ci sono, raramente tengono il passo in modo uniforme. I risparmi liquidi perdono valore. Gli affitti, spesso indicizzati, e le spese per la casa aumentano. Le imprese, specialmente le PMI energivore e quelle della filiera alimentare e dei trasporti, vedono salire i costi di input. Se non riescono a trasferirli sui prezzi finali, comprimono i margini. Se li trasferiscono, alimentano ulteriormente l’inflazione e rischiano di ridurre la domanda.

A livello macro, un’inflazione persistentemente sopra il 3-4% rende più difficile la gestione del debito pubblico. L’Italia ha un rapporto debito/PIL elevato e un rialzo dei tassi di interesse nominali (già in atto o atteso dalla BCE) aumenta il costo del servizio del debito. Al tempo stesso, l’inflazione erode il valore reale del debito, ma solo se i tassi reali restano contenuti e se la crescita nominale del PIL tiene. Il rischio è una combinazione di crescita reale debole e tassi più alti che stringe il vincolo di bilancio.

Le elezioni politiche italiane devono tenersi entro la fine del 2027 (scadenza naturale della legislatura), con possibilità di anticipo in primavera. Siamo quindi nell’anno che precede il voto. L’inflazione è storicamente uno dei temi più sensibili dal punto di vista politico perché è percepita quotidianamente. Il governo ha basato parte della propria narrativa sulla stabilizzazione dopo la crisi energetica del 2022-2023 e sul contenimento del costo della vita. Un ritorno del carovita sopra il 4% crea pressione. Le misure possibili (bonus, riduzioni di accise, interventi sul mercato tutelato dell’energia, rinnovi contrattuali pubblici) hanno tutti costi fiscali importanti. In un contesto di regole europee sul deficit e di mercati attenti allo spread, il margine di manovra non è illimitato. Il rischio politico è un’escalation di promesse elettorali costose proprio mentre i conti pubblici restano sotto osservazione. In passato, inflazione elevata ha spesso favorito i partiti che enfatizzavano protezione sociale, controllo dei prezzi o nazionalismo economico. Può anche rafforzare la domanda di stabilità e di “governo che decide”. L’esito dipenderà da come verrà gestita la risposta nei prossimi 12-18 mesi e da altri fattori (crescita, occupazione, immigrazione, geopolitica).

E veniamo al contesto europeo, perché l’Italia non è isolata. Germania e Francia, hanno due difficoltà diverse che pesano sull’Italia. La Germania, dopo due anni di contrazione o stagnazione (2023-2024) e una crescita quasi piatta nel 2025, mostra segni di ripresa moderata (previsioni intorno all’1% o poco più per il 2026). Tuttavia, resta fragile, con l’industria energivora colpita dai prezzi energetici, debolezza della domanda cinese, problemi strutturali di competitività e transizione energetica. Un ulteriore rialzo dei costi energetici rischia di frenare di nuovo la timida ripresa industriale tedesca, con effetti a cascata sulle catene del valore europee di cui l’Italia è parte (automotive, meccanica, chimica).

La Francia è in una situazione più critica sul piano fiscale e politico. La crescita è molto debole (previsioni di PIL intorno allo +0,4-0,5% per il 2026), il deficit resta elevato (proiezioni sopra il 5% del PIL), il debito si avvicina o supera il 120% del PIL. L’instabilità politica (parlamento frammentato, elezioni presidenziali nel 2027) ha portato ad un allargamento dello spread OAT-Bund a livelli non visti da anni e pari ad oltre 130-140 punti base in alcuni momenti.

I mercati mostrano nervosismo. I rendimenti francesi sono saliti in modo marcato. Una crisi di fiducia sulla Francia avrebbe conseguenze sistemiche per l’Eurozona, perché Parigi è troppo grande per fallire e troppo integrata per essere isolata. Per l’Italia questo quadro ha due implicazioni. Da un lato, se Germania e Francia soffrono, la domanda di export italiana si indebolisce e l’Eurozona nel suo complesso cresce meno. Dall’altro, lo spread italiano tende a muoversi in correlazione con quello francese e con il clima di risk-off europeo. Un allargamento generalizzato dei premi al rischio nell’area euro aumenterebbe il costo di finanziamento del debito italiano, anche se i fondamentali fiscali italiani fossero relativamente migliori rispetto alla Francia.

La BCE si trova quindi in una posizione delicata. L’inflazione in risalita (3,8% nell’area) spinge infatti verso una politica monetaria più restrittiva o comunque cauta nei tagli, ma la crescita debole in alcuni paesi core e rischi fiscali spingono in direzione opposta. Ulteriori rialzi dei tassi o un prolungamento di tassi elevati peserebbero su investimenti e mutui. Gli effetti settoriali e sul tessuto produttivo italiano sono evidenti. L’energia cara colpisce in modo diseguale. I settori ad alta intensità energetica (acciaio, ceramica, carta, chimica, vetro) soffrono di più. Il turismo e i servizi possono beneficiare relativamente se la domanda interna tiene, ma i costi di trasporto e riscaldamento li riguardano comunque. L’agroalimentare vede costi di produzione e logistica più alti, con rischi di ulteriore trasmissione sui prezzi al consumo. Le imprese esportatrici italiane, storicamente competitive, potrebbero trovare un euro più debole (se lo stress su Francia e periferia lo indebolisce) come fattore di sostegno, ma la domanda estera debole lo compenserebbe in parte. Un’inflazione elevata senza adeguamenti salariali riduce i salari reali e finisce per frenare i consumi. Al contrario, rinnovi contrattuali generosi alimentano spirali prezzi-salari, che la BCE osserva con attenzione.

Lecito quindi chiedersi quali sono le prospettive e i rischi per i prossimi mesi. Se i prezzi energetici si stabilizzano o calano, l’effetto base e la dinamica potrebbero riportare l’inflazione verso il 3% o sotto nel corso del 2027. Se invece le tensioni geopolitiche persistono o peggiorano, e se l’inverno 2026-2027 sarà freddo con scorte di gas sotto pressione, l’inflazione potrebbe restare elevata o salire ancora. Gli scenari di fine 2026 variano. Con prezzi fermi, l’inflazione di dicembre potrebbe avvicinarsi al 4,6%, mentre con ulteriori rialzi anche oltre. Il rischio principale non è solo il livello del 4,2%, ma la sua persistenza e la combinazione con una crescita debole e tensioni fiscali europee. In questo contesto, la credibilità della politica economica italiana (rispetto delle traiettorie di bilancio, riforme, gestione dell’energia) diventa ancora più rilevante per mantenere la fiducia dei mercati.

In un contesto di inflazione al 4% e rischio di ulteriori rialzi o di tassi elevati più a lungo, le obbligazioni a lunga duration (titoli di Stato a 10-30 anni) sono vulnerabili, perché un aumento dei rendimenti fa scendere i prezzi. Sono quindi da preferire i titoli a breve-media duration (1-5 anni) o floating rate, che soffrono meno dei rialzi dei tassi. Ma anche le inflation-linked (BTP€i in Italia o equivalenti europei), che offrono protezione parziale contro l’inflazione. Gran parte degli analisti sono d’accordo nell’evitare o sottopesare i titoli di Stato francesi se lo spread continua ad allargarsi. I BTP italiani possono offrire yield interessanti ma con volatilità legata allo spread. Una diversificazione geografica (anche verso emittenti core o extra-euro di qualità) riduce il rischio paese.

Gran parte degli analisti sono anche concordi nel ritenere che le azioni storicamente proteggono meglio dall’inflazione moderata rispetto alle obbligazioni pure, soprattutto se le imprese riescono a trasferire i costi. Nel quadro attuale secondo gli analisti sono da preferire settori con pricing power e meno sensibili ai tassi, quali energia (anche se volatile), utility regolate con possibilità di adeguamento tariffe, beni di consumo di base (difensivi), healthcare e in parte la tecnologia se legata ad efficienza energetica o digitalizzazione. Da sottopesa viceversa i settori rate-sensitive (immobiliare, utility pure growth, alcune financials se i margini di interesse non compensano) e quelli energivori senza capacità di trasferimento dei costi. Da tenere presente inoltre sempre la diversificazione geografica, che significa non concentrarsi solo sull’Eurozona. USA e mercati selezionati emergenti possono offrire crescita relativa, anche se con rischio cambio. Meglio value e quality rispetto a pure growth a multipli elevati, perché tassi più alti comprimono le valutazioni delle società a lunga duration degli utili. Società con dividendi sostenibili possono inoltre offrire un flusso di reddito che aiuta a compensare l’erosione inflazionistica.

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