L’oro prova il rimbalzo col calo del petrolio

I timori inflazionistici si riducono leggermente con le vendite sul Brent anche se le previsioni sulle prossime mosse della Federal Reserve in tema di tassi di interesse vedono ancora almeno un rialzo entro fine anno.
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Oro in lieve recupero
Tentativo di recupero per l’oro, seppur limitato, spinto dal ritorno della propensione al rischio grazie al calo del petrolio e le conseguenti minori preoccupazioni legate all’inflazione.
Stamattina il prezzo spot del metallo giallo sale (0,20%) a 4.172 dollari l’oncia, mentre il future con scadenza a dicembre si porta a 4.190 dollari.
Da agosto, i prezzi dell'oro si sono mantenuti al di sopra della soglia di supporto chiave di 4.000 dollari l'oncia grazie al suo ruolo di bene, dopo che un calo – innescato dal conflitto in Medio Oriente – aveva spinto il metallo in territorio ribassista all'inizio dell'anno.
Di recente, gli investitori hanno puntato con decisione sugli ETF (Exchange Traded Funds) garantiti in oro, incrementando le proprie posizioni per 13 settimane consecutive.
A sostenere i prezzi è stato anche il calo dei prezzi del petrolio, con il Brent che scendeva sotto quota 108 dollari dopo i 109 dollari al barile toccati nelle ore precedenti, dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha concesso deroghe a sanzioni e dazi nei confronti della Russia, una mossa che potrebbe favorire un aumento delle esportazioni di combustibili russi.
Resta comunque in ribasso la performance del metallo prezioso, in calo di circa un quinto rispetto al periodo in cui, a fine febbraio, è scoppiato il conflitto tra Stati Uniti e Iran.
Verso una nuova stretta monetaria?
Nel breve termine, permangono fattori contrari per l'oro, dato che gli operatori continuano a ritenere elevata la probabilità di una ulteriore stretta monetaria entro la fine dell'anno.
La flessione dei prezzi del petrolio ha allentato i timori inflazionistici, emersi la scorsa settimana in seguito ai dati solidi sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) e quello dei prezzi alla produzione (PPI) negli Stati Uniti, spinti in parte dall'impennata dei costi della benzina.
Se un dato sull'inflazione statunitense superiore alle attese emerso la scorsa settimana aveva alimentato le previsioni di un rialzo dei tassi, rafforzando il dollaro, tuttavia, le dichiarazioni del presidente della Fed Kevin Warsh hanno frenato tale slancio.
Secondo il FedWatch Tool di CME Group, i trader stimano una probabilità del 15% di un rialzo dei tassi questo mese e dell'89% di un incremento a dicembre.
I possibili catalyst positivi
"L'oro segna un modesto rialzo in avvio di settimana. Il metallo reagisce positivamente al calo dei prezzi del petrolio, in un'ottica legata all'inflazione", spiega Tim Waterer, capo analista di mercato presso KCM Trade.
"Nel breve termine, un calo più marcato dei prezzi del petrolio o una discesa più netta dei rendimenti dei titoli del Tesoro USA rappresenterebbero i catalizzatori più favorevoli, poiché entrambi contribuirebbero ad alleviare le preoccupazioni su inflazione e tassi di interesse".
Gli operatori di mercato sono ora in attesa della riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) sui tassi di interesse statunitensi e dei dati sulle spese per consumi personali (PCE), previsti per la prossima settimana (28 e 29 ottobre). La banca centrale americana utilizza gli indicatori di prezzo PCE per monitorare il proprio obiettivo di inflazione al 2%.
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