Le banche centrali reagiscono al conflitto in Iran con la strategia “wait and see”

26/03/2026 09:45
Le banche centrali reagiscono al conflitto in Iran con la strategia “wait and see”

L’escalation in Medio Oriente sta ridefinendo le aspettative su inflazione e politica monetaria. Le banche centrali mantengono un approccio prudente, mentre il rischio di uno shock energetico prolungato complica le prospettive su tassi e crescita.

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Attesa e cautela nella risposta delle banche centrali

Le banche centrali non avrebbero mai attuato gli aumenti dei tassi che i mercati si sono affrettati a scontare sin dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente all’inizio di questo mese. A dirlo è David Rees, Head of Global Economics di Schroders, secondo cui è vero che la Reserve Bank of Australia ha dato il via alla scorsa settimana con un aumento di 25 punti base, ma aveva già avviato un percorso di inasprimento.

I policymaker di altri paesi hanno adottato un tono cauto, lasciando i tassi invariati e sottolineando la necessità di attendere e osservare l’evoluzione degli eventi. Da tempo, evidenzia Rees, il rischio principale per lo scenario di base è rappresentato dalla ricomparsa dell’inflazione. Prezzi del petrolio superiori a 100 dollari al barile modificano in modo significativo i calcoli sull’inflazione e sono sufficienti ad aggiungere circa un punto percentuale ai tassi dell’IPC (Indice dei Prezzi al Consumo) nei mercati sviluppati.

Rees sottolinea anche il rischio di una seconda ondata inflattiva legata alle materie prime: eventuali interruzioni nella fornitura di fertilizzanti dal Golfo potrebbero far aumentare i prezzi globali dei prodotti alimentari. In questo caso, i consueti ritardi di 9-12 mesi porterebbero l’inflazione alimentare a salire proprio mentre lo shock energetico si attenua, prolungando la pressione sui prezzi fino al 2027.

Molto dipenderà da quanto saliranno i prezzi dell’energia e dalla loro durata. Secondo Rees, una rapida risoluzione del conflitto potrebbe riportare stabilità entro metà anno, ma questa prospettiva appare sempre meno probabile con il passare dei giorni.

Inflazione e crescita, il dilemma dei policymaker

Ondate successive di inflazione energetica e alimentare protratte nel tempo aumenterebbero il rischio che lo shock dell’offerta si radichi nella dinamica dei salari e dei prezzi, generando i temuti effetti di secondo ordine. È proprio questo scenario, evidenzia Rees, che continua a preoccupare le banche centrali.

Segnati dalle critiche per aver reagito troppo lentamente allo shock energetico seguito all’invasione russa dell’Ucraina, i policymaker potrebbero accantonare qualsiasi piano di taglio dei tassi e, se necessario, tornare a rialzarli. Come spiega Rees, l’attenzione si concentra ora sulla resilienza della crescita economica di fronte agli shock sul lato dell’offerta, con i dati preliminari dei PMI chiamati a fornire le prime indicazioni sull’impatto reale.

Negli Stati Uniti, sia il dot plot del FOMC sia il mercato continuano a prevedere un taglio dei tassi quest’anno, coerentemente con lo scenario base indicato da Schroders secondo cui Kevin Warsh, futuro presidente della Fed, potrebbe avviare una certa fase di allentamento. Tuttavia, Rees puntualizza un rischio evidente: uno shock dei prezzi prolungato potrebbe vanificare qualsiasi tentativo di allentamento, riportando i rialzi dei tassi al centro del dibattito.

Dal punto di vista dei fondamentali, secondo Rees, l’economia statunitense appare particolarmente esposta al rischio di un’inflazione persistente. Nonostante alcune distorsioni nei dati, la crescita resta solida e l’inflazione core PCE si mantiene intorno al 3%. Tuttavia, gli Stati Uniti, in quanto esportatori netti di energia, potrebbero risultare relativamente più protetti, soprattutto sul fronte del gas naturale.

Europa e Regno Unito, politiche monetarie in bilico

In altri contesti, secondo Rees, appare meno probabile che uno shock prolungato sui prezzi delle materie prime possa avere un impatto limitato sulla crescita. Nell’Eurozona, pur in presenza di uno scenario base che prevede un’accelerazione nei prossimi due anni, permane una elevata vulnerabilità alle interruzioni delle forniture energetiche.

Rees sottolinea che una crisi prolungata potrebbe sì alimentare l’inflazione, ma al tempo stesso comprimere i redditi reali e frenare la ripresa del settore manifatturiero, annullando il rischio di effetti di secondo ordine. Questo rende improbabile, secondo Rees, che la Bce proceda ai rialzi dei tassi attualmente prezzati dal mercato. Al contrario, qualsiasi segnale di recessione potrebbe spingere rapidamente verso un ritorno ai tagli dei tassi.

Nel Regno Unito, lo shock energetico rende meno probabile un allentamento della politica monetaria nel corso dell’anno. Come osserva Rees, il recente orientamento della Bank of England si basava sul calo dell’inflazione alimentare ed energetica, con un impatto atteso di circa 50 punti base sull’inflazione complessiva. Questo scenario appare ora meno realistico.

Con l’inflazione dei servizi ancora superiore al 4%, secondo Rees il Comitato di politica monetaria dovrà restare vigile, soprattutto rispetto a eventuali segnali di una nuova accelerazione salariale. In un contesto così incerto, la strategia dominante resta quella del “wait and see”, con le banche centrali chiamate a bilanciare inflazione, crescita e stabilità finanziaria in uno scenario sempre più complesso.

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