Oro, il rimbalzo è spinto dai Treasury. Quotazioni sopra i 4.200 dollari

Oro, il rimbalzo è spinto dai Treasury. Quotazioni sopra i 4.200 dollari

Il metallo prezioso rimbalza dai minimi di due mesi, sostenuto dal calo dei rendimenti dei titoli di Stato americani dopo una solida asta di trentennali. A favorire gli acquisti anche la debolezza del dollaro e la discesa del petrolio.

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Il recupero parte dai minimi degli ultimi due mesi

L'oro torna a salire e prova a lasciarsi alle spalle una fase di debolezza che lo aveva spinto, nei giorni scorsi, sui livelli più bassi degli ultimi due mesi. Venerdì 9 ottobre, nelle prime ore della mattinata europea, il metallo prezioso viene scambiato a 4.192 dollari l'oncia, in rialzo dell'1,47%, dopo aver superato nel corso della seduta asiatica la soglia dei 4.200 dollari, con un progresso arrivato fino all'1,8%.

A sostenere il recupero è soprattutto l'allentamento delle tensioni sul mercato obbligazionario statunitense, dove una buona accoglienza dell'ultima asta di Treasury trentennali ha favorito il calo dei rendimenti. Un movimento che restituisce attrattiva all'oro, penalizzato nelle ultime settimane dalla concorrenza dei titoli di Stato americani e dalla forza del dollaro.


Treasury, un'asta che cambia il clima sui mercati

Il segnale decisivo è arrivato giovedì dal Tesoro americano. L'asta dei titoli a 30 anni ha registrato una domanda robusta, nonostante le preoccupazioni per l'inflazione e per la traiettoria dei tassi d'interesse.

I titoli sono stati collocati con un rendimento del 5,618%, inferiore a quello atteso dal mercato alla scadenza delle offerte. Il rapporto fra domanda e offerta ha raggiunto 2,54 volte, mentre gli investitori indiretti, categoria che comprende anche gli acquirenti esteri, hanno assorbito il 72,3% dell'emissione.

La buona riuscita dell'operazione ha favorito un recupero delle quotazioni obbligazionarie e una discesa dei rendimenti lungo la curva delle scadenze. Il Treasury decennale è sceso al 5,227%, allontanandosi dai massimi pluridecennali raggiunti in precedenza.

Per l'oro si tratta di novità importanti. A differenza delle obbligazioni, il metallo prezioso non distribuisce interessi: quando i rendimenti dei Treasury aumentano, cresce il costo opportunità di detenerlo. Quando invece diminuiscono, la pressione competitiva si attenua.

Christopher Wong, strategist di Oversea-Chinese Banking Corp (OCBC), osserva che il rimbalzo sembra essere alimentato principalmente da un certo sollievo sul mercato dei Treasury americani. La moderazione dei rendimenti, spiega l'esperto a Bloomberg, ha creato le condizioni perché gli acquisti tornassero a manifestarsi.


Petrolio in calo, il fattore Iran sostiene il recupero

Un altro contributo al rialzo dell'oro arriva dal mercato petrolifero. Le quotazioni del greggio hanno perso terreno dopo che il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di non voler attaccare l'Iran prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, previste per novembre, descrivendo come produttivi i colloqui con Teheran.

Le parole del presidente hanno contribuito ad attenuare, almeno temporaneamente, i timori di una nuova escalation militare e di ulteriori interruzioni delle forniture energetiche.

Il collegamento con il prezzo dell'oro è meno immediato di quanto potrebbe sembrare. Normalmente un aumento delle tensioni geopolitiche favorisce gli acquisti di beni rifugio. Nell'attuale contesto, però, la guerra con l'Iran ha alimentato anche il rincaro dell'energia e le aspettative di inflazione, spingendo i mercati a scommettere su una politica monetaria americana più restrittiva.

Il calo del petrolio può quindi rappresentare una buona notizia per l'oro: riduce le pressioni inflazionistiche e, potenzialmente, la necessità di ulteriori aumenti dei tassi da parte della Federal Reserve.


La Fed resta il principale elemento di incertezza

Il recupero delle ultime ore non significa tuttavia che le difficoltà siano superate. Il mercato continua a confrontarsi con un'inflazione americana ostinatamente elevata e con una Federal Reserve che potrebbe essere costretta a mantenere una linea restrittiva più a lungo del previsto.

Giovedì Alberto Musalem, presidente della Federal Reserve di St. Louis, ha indicato che nei prossimi sei-nove mesi potrebbero rendersi necessari ulteriori rialzi dei tassi per riportare l'inflazione verso l'obiettivo del 2%. Musalem non si è però pronunciato a favore di un intervento già nella riunione di ottobre.

Gli operatori ritengono infatti più probabile una pausa questo mese, mentre attribuiscono maggiori possibilità a un nuovo aumento del costo del denaro entro dicembre. Secondo le probabilità riportate da Reuters, la possibilità di un rialzo già in ottobre si colloca intorno al 17%.

È proprio questa incertezza a suggerire prudenza. Wong, di OCBC, avverte che i persistenti timori sull'inflazione rendono difficile prevedere le prossime mosse della Fed e invitano a non attribuire eccessivo significato al recupero dell'oro.


Anche argento, platino e palladio partecipano al rialzo

Il miglioramento del clima si estende agli altri metalli preziosi. Nella seduta asiatica l'argento ha guadagnato il 2,2%, portandosi a 60,46 dollari l'oncia e recuperando le perdite della giornata precedente. In progresso anche platino e palladio.

A favorire il comparto contribuisce inoltre l'indebolimento della valuta americana: il Bloomberg Dollar Spot Index registra una flessione dello 0,2%, rendendo i metalli denominati in dollari relativamente meno costosi per gli investitori che utilizzano altre valute.

Per l'oro, la questione centrale rimane dunque la direzione dei rendimenti reali americani, quelli depurati dall'inflazione. Se il recente arretramento dei Treasury dovesse consolidarsi senza un parallelo peggioramento delle aspettative inflazionistiche, il metallo prezioso potrebbe trovare spazio per proseguire il recupero.


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