Oro, settimana in rosso: i Treasury al 5% mettono sotto pressione le quotazioni

Il metallo prezioso resta intorno a 4.300 dollari l’oncia, ma perde circa il 2% rispetto a venerdì scorso. Petrolio, inflazione e aspettative sui tassi Usa hanno riportato in primo piano il principale rivale dell’oro: rendimenti obbligazionari sempre più elevati.
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Petrolio e tassi frenano il bene rifugio
L’oro si prepara a chiudere la settimana in rosso, penalizzato da un meccanismo che a prima vista può sembrare paradossale. Il rincaro del petrolio alimenta le preoccupazioni per l’inflazione, ma anziché spingere gli investitori verso il tradizionale bene rifugio rafforza le aspettative di nuovi rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve. E tassi e rendimenti obbligazionari più elevati sono nemici dell’oro, che non offre interessi.
Venerdì mattina il metallo prezioso recupera leggermente e si muove intorno a 4.300 dollari l’oncia, ma rispetto a venerdì scorso perde circa il 2%. È il bilancio di una settimana dominata soprattutto dalle oscillazioni del petrolio e dal brusco aumento dei rendimenti dei Treasury americani.
Il petrolio riaccende l’allarme inflazione
A scuotere i mercati è stata soprattutto l’impennata del greggio: nelle due sedute precedenti a venerdì il petrolio è salito di oltre il 7%, facendo temere nuove pressioni sui prezzi.
La tensione si è parzialmente allentata venerdì, con il Brent tornato intorno a 105 dollari al barile, sulle indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Iran starebbero esplorando un accordo graduale che preveda la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran e la revoca del blocco americano dei porti iraniani.
Ma il rialzo dell’energia ha già lasciato il segno sul mercato obbligazionario. Giovedì le vendite sui Treasury si sono intensificate e il rendimento del titolo americano a 30 anni è arrivato poco sotto il 5,5%, il livello più alto da oltre vent’anni. Venerdì il decennale è leggermente arretrato al 5,17%, dopo essere salito di oltre 20 punti base nelle due sedute precedenti.
Il nemico dell’oro sono i rendimenti
Il legame è abbastanza semplice: se petrolio ed energia mantengono elevata l’inflazione, la Federal Reserve ha meno spazio per allentare la politica monetaria e potrebbe essere costretta ad alzare ancora i tassi. I mercati monetari scontano complessivamente altri tre rialzi da 25 punti base nell’arco del prossimo anno.
Per l’oro è uno scenario sfavorevole. Più salgono i rendimenti dei Treasury, maggiore diventa il costo-opportunità di detenere un'attività che, per sua natura, non paga interessi. A complicare il quadro contribuisce anche il dollaro, che arriva da cinque sedute consecutive di rialzo.
«Rendimenti più elevati, petrolio più caro e dati economici più solidi rappresentano un contesto difficile per l’oro», osserva Christopher Wong, analista di Oversea-Chinese Banking Corp. Se i rendimenti continueranno a salire, aggiunge, il metallo prezioso potrebbe rimanere sotto pressione.
In attesa di un nuovo catalizzatore
Da alcune settimane l’oro oscilla in un intervallo relativamente ristretto intorno ai 4.300 dollari, mentre gli investitori continuano a ricalibrare le aspettative sulla politica monetaria americana.
Il quadro di breve periodo si è quindi indebolito, ma non è necessariamente cambiata la storia di più lungo termine. Dopo avere toccato a gennaio il record storico vicino a 5.595 dollari l’oncia, l’oro ha perso circa il 22%. Molti investitori continuano però a considerarlo una protezione contro rischi geopolitici, debito pubblico e instabilità finanziaria.
Per capire quale direzione prenderà nelle prossime settimane, più che tentare una previsione conviene quindi guardare a tre indicatori: petrolio, rendimenti dei Treasury e aspettative sui prossimi rialzi della Fed. Secondo Wong, per dare il via a una nuova fase significativa di rialzo servirà probabilmente un nuovo catalizzatore.
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BNP Paribas
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