Oro stabile in attesa della Fed: dollaro e rendimenti pesano, le banche centrali sostengono

Il metallo giallo scambia in leggero calo, con il dollaro ai massimi di due settimane in attesa della decisione della Federal Reserve. Attualmente sta cedendo oltre il 27% dal record di 5.595 dollari di gennaio e i fondi quotati sull'oro hanno registrato la prima settimana di deflussi netti dopo 13 di afflussi. Gli analisti interpellati da Reuters tagliano le stime 2026 ma restano positivi per il 2027, grazie agli acquisti delle banche centrali.
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Il rimbalzo si ferma sotto i 4.070 dollari
Dopo due sedute di recupero, l'oro torna a cedere terreno. Nella mattinata di oggi mercoledì 28 ottobre il metallo ha toccato un massimo settimanale intorno a 4.070 dollari l'oncia durante la sessione asiatica, per poi ripiegare a 4.045,45 dollari (-0,4%), con i future in calo della stessa misura a 4.058,47 dollari.
Il movimento arriva dopo una settimana difficile: venerdì 23 ottobre l'oro aveva chiuso a 3.993,62 dollari, sotto la soglia psicologica dei 4.000 dollari e ai minimi da metà luglio, con un calo settimanale di circa il 4,2% (il peggiore da giugno, secondo Renisha Chainani di Augmont). Martedì 27 il metallo era risalito dell'1,4% a 4.062,78 dollari, aiutato dal ritorno del WTI intorno ai 100 dollari al barile.
Il bilancio di più lungo periodo resta pesante:
- dal record di 5.595 dollari toccato il 28-29 gennaio, la discesa supera il 27%;
- dall'inizio di settembre (4.325 dollari) il calo è di circa il 6%;
- il minimo da inizio anno, indicato da FXStreet a 3.941 dollari, resta il supporto chiave insieme al minimo del 17 luglio a 3.959 dollari.
Le cause: dollaro forte, tassi alti più a lungo e petrolio
La pressione sull'oro nasce dalla combinazione di tre fattori che riducono l'appeal di un asset privo di rendimento:
- il dollaro è salito per tre sedute consecutive, con l'indice del biglietto verde ai massimi di due settimane intorno a 102,4-102,5;
- i rendimenti dei Treasury restano elevati e i mercati scontano un ciclo di rialzi della Fed: secondo lo strumento FedWatch del CME, la probabilità di una stretta a dicembre supera l'80% (84,4% alla vigilia della riunione), mentre per la riunione di oggi è attesa una pausa con probabilità di oltre il 93%;
- il petrolio resta caro per lo stallo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, con il Brent che ha chiuso a 116,72 dollari il 23 ottobre, alimentando i timori sull'inflazione.
La Fed annuncerà la decisione alle 20 italiane: il consenso è per tassi invariati e l'attenzione sarà sul comunicato e sulla conferenza stampa del presidente Kevin Warsh, che finora ha evitato di fornire indicazioni sulle mosse future.
Giovedì arriveranno anche la prima stima del PIL del terzo trimestre e l'indice dei prezzi PCE, il termometro dell'inflazione preferito dalla banca centrale.
Peter Grant, vicepresidente e senior metals strategist di Zaner Metals, osserva che un petrolio più debole alleggerisce i timori inflazionistici e potrebbe moderare la linea dura della Fed, offrendo sostegno all'oro. Investing.com segnala inoltre che nelle scorse settimane il metallo ha sofferto dello smontamento delle posizioni sull'intelligenza artificiale: gli investitori hanno venduto oro per coprire le perdite sui titoli tecnologici.
ETF: 3 miliardi di riscatti, ma la domanda fisica tiene
Secondo i dati del World Gold Council citati da BusinessToday, nella settimana chiusa il 23 ottobre gli investitori hanno riscattato 3,01 miliardi di dollari dai fondi quotati garantiti da oro fisico, a fronte di nuove sottoscrizioni per 1,80 miliardi: un deflusso netto di circa 1,21 miliardi che interrompe una serie di 13 settimane consecutive di afflussi. I fondi statunitensi hanno pesato per 1,7 miliardi di riscatti.
Gli strategist di ING notano che l'oro sta ritrovando l'equilibrio dopo che la correzione ha attirato compratori a sconto e acquirenti di metallo fisico, pur riconoscendo che i deflussi dagli ETF sono stati di recente un fattore negativo.
Deepak Shenoy, amministratore delegato di Capitalmind, ricorda che l'oro non garantisce rendimenti costanti ogni anno e può attraversare lunghe fasi di stagnazione o di perdite: in India i prezzi domestici sono scesi di circa il 20% dal picco di gennaio nonostante l'aumento del dazio all'importazione dal 6% al 15% deciso a maggio.
Prithviraj Kothari, managing director di RiddiSiddhi Bullions e presidente dell'India Bullion and Jewellers Association, indica invece negli acquisti delle banche centrali e negli afflussi sugli ETF indiani un sostegno al metallo, con la domanda per Dhanteras e Diwali che dovrebbe attutire i ribassi; suggerisce acquisti scaglionati vicino ai supporti in attesa della Fed. Darshan Desai, amministratore delegato di Aspect Bullion & Refinery, ritiene che la riunione della Fed sarà decisiva per la direzione di breve periodo.
Le previsioni: stime 2026 tagliate, fiducia per il 2027
Il sondaggio Reuters condotto su 30 analisti e trader nelle ultime tre settimane fissa la mediana del prezzo dell'oro per il 2026 a 4.495 dollari l'oncia, in calo da 4.509 dollari di tre mesi fa: è il secondo trimestre consecutivo di revisione al ribasso, motivato da rendimenti elevati, dollaro forte e attese di tassi alti più a lungo. Per il 2027, invece, la stima sale a 4.650 dollari da 4.610.
- Suki Cooper, Standard Chartered: si aspetta che i prezzi consolidino e recuperino nei prossimi mesi, quando l'attenzione del mercato tornerà sui temi della de-dollarizzazione e della svalutazione delle valute.
- Rhona O'Connell, StoneX: in assenza di nuovi "cigni neri", i prezzi dovrebbero essere sostenuti dal graduale miglioramento della domanda fisica di India e Cina; gli acquisti continui delle banche centrali, aggiunge, inviano al mercato un messaggio sulla gestione del rischio più importante del tonnellaggio stesso.
Sul fronte tecnico, l'analista di FXStreet Haresh Menghani individua il primo supporto nella media mobile esponenziale a 100 ore a 4.044 dollari; il superamento del ritracciamento di Fibonacci del 38,2% a 4.063 dollari aprirebbe la strada verso 4.090 e 4.116 dollari, con barriere successive a 4.154 e al massimo di ciclo vicino a 4.203 dollari. L'RSI intorno a 55 segnala uno slancio rialzista modesto e il MACD è sceso in territorio negativo.
Le ricadute: argento in difficoltà, minerarie ancora in utile
La debolezza dell'oro si riflette anche sull'argento, che secondo il sondaggio Reuters dovrebbe valere in media 66,75 dollari nel 2027, contro i 70,30 stimati per il 2026 e i circa 54 dollari attuali, lontani dal record di 121,60 dollari di gennaio. Per O'Connell di StoneX, con il solare in sovraccapacità e il comparto dell'intelligenza artificiale sotto pressione, l'argento rischia di fare peggio dell'oro.
Per i produttori, invece, i prezzi medi ancora elevati nel trimestre continuano a sostenere i conti. Freeport-McMoRan ha chiuso il terzo trimestre con un utile rettificato di 0,88 dollari per azione, sopra gli 0,80 attesi, e ricavi per 7,55 miliardi di dollari (+8% annuo), grazie a rame e oro più cari; le vendite di oro si sono però fermate a 105.000 once contro le 160.000 previste a luglio, per questioni di tempistica in Indonesia. Il gruppo prevede per l'intero 2026 vendite di 649.000 once e ha costruito la guidance sui costi ipotizzando un oro a 4.000 dollari nel quarto trimestre. Il titolo ha chiuso martedì a 65,95 dollari (+1,2%).
Per gli investitori, il messaggio è duplice: nel breve la direzione dipende dalla Fed e dal dollaro, e FXStreet avverte che i tentativi di recupero rischiano di essere venduti; nel medio periodo, acquisti delle banche centrali, domanda fisica asiatica e stime 2027 in rialzo delineano un quadro di consolidamento più che di inversione strutturale del ciclo rialzista.
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