Petrolio, Brent sopra i 113 dollari dopo l'attacco a una petroliera a Hormuz

Petrolio, Brent sopra i 113 dollari dopo l'attacco a una petroliera a Hormuz

Un nuovo attacco a una petroliera nello Stretto di Hormuz riporta il premio di rischio sul greggio: il Brent di gennaio sale fino a 114 dollari e il WTI supera i 104, con entrambi i riferimenti avviati al quarto rialzo mensile consecutivo. Le banche d'affari alzano le stime di fine anno, mentre gli analisti avvertono che il mercato resta esposto a scossoni in entrambe le direzioni.

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Hormuz riaccende il premio di rischio

Il petrolio riparte al rialzo oggi venerdì 30 ottobre dopo che una petroliera in transito nello Stretto di Hormuz è stata colpita nella tarda serata di ieri giovedì 29 ottobre da due ordigni esplosivi applicati allo scafo da una piccola imbarcazione, secondo quanto riferito dall'agenzia britannica UKMTO. Gli autori non sono stati identificati.

Il future sul Brent di gennaio, il contratto più scambiato e nuovo riferimento del mercato, è salito fino a 114,07 dollari al barile e tratta intorno a 113,5 dollari, in rialzo del 2,5% rispetto ai 110,80 dollari della chiusura di ieri.

Il contratto di dicembre, all'ultimo giorno di contrattazione e ormai poco liquido, si è spinto oltre i 117 dollari per effetto della scadenza: da lunedì il prezzo di riferimento sarà quello di gennaio, circa 4 dollari più basso.

Il WTI di dicembre si è spinto fino a 104,99 dollari, superando il massimo della scorsa settimana a 103,92, per poi assestarsi intorno a 104,2 dollari (+2,2% rispetto alla chiusura di ieri a 102 dollari), ai massimi da settembre.

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A sostenere i prezzi contribuiscono anche le nuove rivendicazioni degli Houthi yemeniti, che affermano di aver colpito le raffinerie saudite di Ras Tanura e Rabigh e un impianto Aramco ad Abqaiq, e le indiscrezioni secondo cui il presidente Donald Trump avrebbe esaminato ieri le opzioni per nuovi attacchi contro l'Iran.

Con questi livelli, i prezzi del petrolio si avviano a chiudere ottobre con il quarto guadagno mensile consecutivo: circa il 10% per il Brent e il 14% per il greggio WTI.

Scorte ai minimi e flussi ancora sotto i livelli prebellici

Secondo James Hyerczyk, analista senior di FXEmpire, la reazione del mercato mostra che i fattori di offerta restano in primo piano: le scorte di Cushing sono scese al livello più basso da dicembre 2024 e la riserva strategica americana è ai minimi dall'ottobre 1982.

A questo si aggiungono i flussi ridotti attraverso Hormuz, gli attacchi alle raffinerie saudite e le scorte di distillati molto basse. Per Hyerczyk, finché non ci saranno prove concrete di un accordo di pace credibile, un singolo attacco a una petroliera o a una raffineria basta a far ripartire gli acquisti.

Il quadro è confermato dai numeri di UBS: i flussi di greggio dal Medio Oriente sono risaliti a circa 18,8 milioni di barili al giorno a inizio ottobre, contro i 19,9 milioni prima del conflitto, ma in ottobre sono stati registrati almeno 30 attacchi a navi nell'area di Hormuz, il numero mensile più alto mai rilevato.

I noli dal Medio Oriente alla Cina sono saliti a 30-40 dollari al barile, contro 1-3 dollari del decennio precedente, e le scorte visibili globali sono diminuite di oltre 500 milioni di barili da febbraio, in gran parte per il ricorso alle riserve strategiche.

Intanto l'Europa ha annunciato il rilascio di 42 milioni di barili di scorte di emergenza nei prossimi tre mesi, per metà gasolio, nel tentativo di contenere i prezzi dei carburanti prima dell'inverno.

L'analisi tecnica: trend rialzista confermato, ma attenzione ai segnali di inversione

Sul grafico giornaliero del WTI dicembre, Hyerczyk vede il trend principale al rialzo, confermato dal superamento di 103,92 dollari. Una tenuta sopra 104,99 metterebbe nel mirino i massimi precedenti a 106,75 e 107,77 dollari.

I supporti sono individuati nella fascia 100,12-98,97 dollari e, più in basso, nella media mobile a 50 giorni a 91,04 dollari. Un ritorno sotto i 102 dollari girerebbe la seduta al ribasso, mentre una chiusura settimanale sotto 103,27 formerebbe un segnale di inversione da confermare la prossima settimana.

Per il Brent l'analista lavora sul contratto di dicembre in scadenza, i cui livelli vanno quindi letti al netto dello scarto di circa 4 dollari rispetto a gennaio. Su quel contratto il superamento del massimo di seduta aprirebbe la strada a 119,50 dollari, possibile innesco per un'accelerazione verso 126,41 dollari.

La prima area di supporto è a 111,90-110,49 dollari, seguita da 105,76-102,91 e dalla media a 50 giorni a 100,81 dollari. Il livello chiave in chiusura è quello della scorsa settimana a 116,72 dollari: un finale sotto questa soglia potrebbe formare un massimo di inversione settimanale e aprire una correzione di due-tre settimane.

Le banche alzano le stime: UBS a 110, ANZ a 105, Goldman ferma a 90 dollari

Le case d'affari stanno rivedendo al rialzo le previsioni. Giovanni Staunovo, strategist di UBS, ha alzato il target del Brent a fine anno a 110 dollari da 100, portando le stime a 95 dollari per marzo 2027, 90 per giugno e 85 per settembre 2027.

Secondo Staunovo, l'aumento dei flussi non si è tradotto in una normalizzazione del mercato: le navi restano esposte agli attacchi, i costi di assicurazione e trasporto sono saliti e, con i rilasci dalle riserve strategiche ormai quasi completati, le scorte commerciali sono destinate a calare più rapidamente.

Oggi anche ANZ ha alzato di 10 dollari la stima per il Brent a fine 2026, a 105 dollari, ipotizzando semplicemente che i vincoli su esportazioni, trasporti e prodotti raffinati persistano fino a dicembre, senza bisogno di nuovi shock geopolitici. Otto mesi di adattamento, osservano gli strategist della banca, hanno indebolito i cuscinetti che avevano assorbito il primo colpo.

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Daan Struyven, responsabile della ricerca sul petrolio di Goldman Sachs, resta più prudente con un Brent a 90 dollari a fine anno e una media di 80 dollari nel 2027, pur riconoscendo che i rischi sono chiaramente orientati al rialzo. Goldman stima in circa 27 dollari al barile il premio di rischio incorporato nel Brent, che potrà rientrare rapidamente solo con una soluzione diplomatica giudicata sostenibile dal mercato.

Ole Hansen di Saxo Bank prevede che, una volta terminato il conflitto, il greggio si assesti in una fascia più alta di quella prebellica, tra 70 e 90 dollari contro i 60-70 precedenti, per il rischio di nuove ostilità e la necessità di ricostituire le scorte.

Cosa aspettarsi: volatilità verso il voto americano

Il mercato resta in bilico tra escalation e diplomazia. Saul Kavonic, responsabile della ricerca energetica di MST Marquee, sottolinea che le azioni militari intorno a Hormuz e i dubbi su un percorso diplomatico praticabile tengono alti i prezzi in attesa di un'escalation nelle prossime settimane.

Di segno opposto il commento di Ryan McKay, strategist di TD Securities, secondo cui i continui titoli sulle trattative pesano sul greggio: il vicepresidente JD Vance ha contattato funzionari iraniani, ma Teheran non ha ancora accettato le nuove condizioni di pace.

Hansen di Saxo Bank avverte che la volatilità potrebbe aumentare nelle prossime due settimane, tra le elezioni parlamentari in Israele e il voto di metà mandato negli Stati Uniti di martedì prossimo 3 novembre.

Per gli investitori, il messaggio di Hyerczyk è duplice: fondamentali e tecnica restano rialzisti, ma a questi livelli gli acquisti si fanno più cauti e il mercato è vulnerabile a strappi in entrambe le direzioni, sia in caso di escalation con ulteriori cali dell'offerta, sia di fronte a prove concrete di un accordo di pace.

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