Quantum computing, l’analista che era scettico ora vede una svolta

Troy Jensen di Cantor Fitzgerald racconta a Barron's perché Wall Street sta prendendo sul serio il quantum computing. Dai rischi per la crittografia alla corsa fra IonQ e Rigetti Computing, ecco i temi chiave della nuova rivoluzione tecnologica.
Indice dei contenuti
- 1. Da scommessa visionaria a possibile rivoluzione industriale
- 2. Dallo scetticismo alla convinzione
- 3. Un mercato potenziale da centinaia di miliardi
- 4. Il vero tema: sicurezza nazionale e potenza di calcolo
- 5. Quantum e computer tradizionali lavoreranno insieme
- 6. Le diverse tecnologie in gara
- 7. Rigetti e IonQ restano fra i nomi simbolo del settore
- 8. La sfida strategica fra Usa e Cina
- 9. “Siamo vicini a una svolta”
Da scommessa visionaria a possibile rivoluzione industriale
C’era un tempo in cui Troy Jensen guardava il quantum computing con forte scetticismo. Oggi, invece, l’analista di Cantor Fitzgerald è convinto che la tecnologia sia vicina a una svolta commerciale. Non immediata, certo, ma abbastanza concreta da giustificare l’attenzione crescente degli investitori e le valutazioni miliardarie di molte società del settore.
In una lunga intervista pubblicata da Barron's, Jensen racconta come, nel giro di un anno e mezzo, sia passato dall’essere un osservatore dubbioso a considerare il quantum una delle tecnologie strategiche del prossimo decennio. Un cambiamento di prospettiva maturato soprattutto parlando con fisici, ricercatori e aziende del comparto.
Dallo scetticismo alla convinzione
Jensen non nasconde che il suo approccio iniziale fosse fortemente prudente. Dopo 28 anni come analista finanziario, racconta di essere stato abituato a valutare le società sulla base di fatturato, redditività e multipli dell’Ebitda. Parametri che nel quantum computing, almeno per ora, sono quasi inutilizzabili.
La maggior parte delle società quotate del settore genera infatti ricavi ancora molto limitati e accumula perdite elevate per finanziare ricerca e sviluppo. Da qui lo scetticismo iniziale dell’analista di Cantor Fitzgerald di fronte a capitalizzazioni miliardarie sostenute più dalle aspettative future che dai numeri attuali di bilancio.
A convincerlo progressivamente sono stati però due elementi. Il primo riguarda i progressi tecnologici, che secondo Jensen stanno avanzando più rapidamente di quanto molti investitori immaginino. Il secondo è il tema della sicurezza nazionale.
Un mercato potenziale da centinaia di miliardi
Le previsioni sul potenziale economico del quantum computing spiegano perché il settore stia attirando così tanta attenzione da parte della finanza internazionale.
Jensen ricorda che le stime più citate dagli operatori arrivano da McKinsey e Boston Consulting. Secondo McKinsey, il quantum computing potrebbe generare fra 43 e 71 miliardi di dollari di ricavi entro il 2035. Ancora più ambiziose le valutazioni di Boston Consulting, che stima un impatto economico globale compreso fra 450 e 850 miliardi di dollari entro il 2040.
Numeri che aiutano a capire perché Wall Street guardi al settore con crescente interesse nonostante l’assenza, per molte società quotate, di utili e ricavi significativi.
Il vero tema: sicurezza nazionale e potenza di calcolo
Nell’intervista a Barron’s Jensen spiega che il punto che gli ha fatto davvero cambiare idea è stato il rischio geopolitico legato alla crittografia. Un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe infatti violare gli attuali sistemi di cifratura, mettendo a rischio dati bancari, reti elettriche, comunicazioni militari e perfino le infrastrutture delle criptovalute.
Il settore definisce questo scenario “Q-Day”: il giorno in cui un computer quantistico riuscirà a rompere gli algoritmi oggi considerati sicuri. Per Jensen potrebbe accadere entro cinque anni, forse anche prima.
Ma il quantum non è soltanto una minaccia. La promessa industriale è enorme: simulazioni chimiche, progettazione di farmaci, nuovi materiali, logistica e ottimizzazione potrebbero beneficiare di capacità di calcolo impossibili per i computer tradizionali.
Quantum e computer tradizionali lavoreranno insieme
Uno dei punti più interessanti dell’intervista riguarda la previsione di una fase “ibrida” del computing. Jensen ritiene che già entro uno o due anni i computer quantistici inizieranno a lavorare insieme ai sistemi tradizionali basati su CPU e GPU.
In pratica, i computer classici continueranno a gestire le operazioni standard, mentre il quantum interverrà per risolvere le porzioni di calcolo più complesse, quelle con centinaia o migliaia di variabili che oggi mettono in difficoltà i supercomputer.
Una visione condivisa anche dal Ceo di Nvidia, Jensen Huang, secondo cui il futuro sarà dominato da architetture ibride, nelle quali AI e quantum computing cresceranno insieme.
Le diverse tecnologie in gara
Uno dei motivi per cui il settore è difficile da valutare è la presenza di diverse tecnologie concorrenti. Jensen individua quattro approcci principali.
Il primo è quello dei circuiti superconduttori, utilizzati da IBM, Google e Rigetti Computing. Si tratta di processori raffreddati vicino allo zero assoluto tramite sofisticati sistemi criogenici.
Poi ci sono gli “ioni intrappolati”, la tecnologia sviluppata da IonQ e da Quantinuum, società nata da uno spin-off di Honeywell. In questo caso gli atomi vengono manipolati con laser in camere a vuoto ad altissima precisione.
Un terzo filone è quello della fotonica, che utilizza particelle di luce. Qui i nomi più avanzati, secondo Jensen, sarebbero le aziende private PsiQuantum e Xanadu.Infine ci sono gli “atomi neutri”, tecnologia emergente su cui stanno lavorando società come Infleqtion, Atom Computing e QuEra.
Per Jensen non ci sarà un unico vincitore: ogni metodologia potrebbe trovare applicazioni specifiche e generare campioni industriali differenti.
Rigetti e IonQ restano fra i nomi simbolo del settore
Fra le società quotate seguite da Jensen figurano proprio Rigetti Computing e IonQ, due titoli osservati con attenzione anche dagli investitori italiani più speculativi.
L’analista assegna a entrambe un giudizio positivo (“Buy”), pur riconoscendo che il settore resta altamente rischioso. Alcune aziende potrebbero non riuscire mai a commercializzare le proprie tecnologie e finire per consumare rapidamente la liquidità raccolta sul mercato.
Per questo motivo Jensen paragona il quantum alle biotech: oggi conta poco il fatturato, mentre sono cruciali i progressi tecnologici. Gli investitori devono guardare soprattutto alla qualità dei qubit, alla “fidelity” — cioè la precisione del sistema — e alla capacità di aumentare il numero di qubit logici, quelli realmente utili per applicazioni industriali affidabili.
La sfida strategica fra Usa e Cina
Dietro la corsa al quantum c’è anche una competizione geopolitica sempre più evidente. La Cina ha inserito il quantum computing fra le priorità del proprio piano quinquennale e punta a rendere questa tecnologia “ampiamente disponibile” entro il 2030.
Negli Stati Uniti il tema è ormai considerato strategico. Proprio nei giorni dell’intervista, il Dipartimento del Commercio americano ha annunciato investimenti e acquisto di partecipazioni in società come Rigetti Computing, D-Wave Quantum, IBM e Infleqtion.
Secondo Jensen, tuttavia, Washington dovrebbe investire soprattutto nella formazione di fisici quantistici, ingegneri e sviluppatori specializzati. Perché la vera scarsità, nei prossimi anni, potrebbe non essere il capitale, ma il talento scientifico.
“Siamo vicini a una svolta”
La conclusione dell’analista di Cantor Fitzgerald è prudente ma molto chiara. Il quantum computing resta un settore speculativo, con valutazioni spesso difficili da giustificare usando i tradizionali parametri finanziari. Ma i progressi tecnici degli ultimi mesi lo hanno convinto che la commercializzazione non sia più fantascienza.
“Mi sento come se fossimo sulla soglia di qualcosa”, dice Jensen a Barron’s. Ed è proprio questa sensazione — metà entusiasmo e metà prudenza — che oggi alimenta una delle scommesse tecnologiche più ambiziose di Wall Street.
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