Scenario di pace in Medio Oriente: cosa cambierebbe per i bond

La risoluzione del conflitto in Medio Oriente rappresenta uno dei maggiori shock positivi che l’economia possa ricevere nei prossimi mesi. Negli Stati Uniti l’impatto sarebbe positivo ma più contenuto rispetto all’Europa, più dipendente dalle importazioni energetiche.
A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM
Tassi invariati per la Fed, interrompendo la stretta dopo aver aumentato il costo del denaro a settembre per la prima volta in tre anni. I responsabili della politica monetaria si sono però divisi 10 a 2. La governatrice Lisa Cook, che il presidente statunitense Donald Trump sta cercando di rimuovere, e la presidente della Fed di Cleveland Beth Hammack hanno entrambe votato per un nuovo rialzo di un quarto di punto. La decisione arriva a meno di una settimana dal voto di metà mandato negli Stati Uniti. Con l’inflazione al 3,7% e i prezzi dell’energia ancora elevati, i mercati continuano ad aspettarsi un nuovo aumento dei tassi a dicembre.
Nella sua nota, la Fed ha affermato che "l’inflazione resta elevata" e ha aggiunto che raccogliere più informazioni aiuterà a decidere l’orientamento necessario "per garantire un ritorno tempestivo dell’inflazione" verso l’obiettivo del 2%. Ha ribadito inoltre che "assicurerà la stabilità dei prezzi". Il linguaggio sembra mantenere aperte le opzioni della banca centrale.
La Fed ha anche migliorato la sua valutazione dell’economia, dichiarando che l’attività sta "crescendo a un ritmo sostenuto", rispetto al "ritmo solido" indicato a settembre, pur sottolineando che l’incertezza resta elevata "anche a causa, in parte, degli sviluppi geopolitici". A giugno e luglio, nelle prime due riunioni presiedute da Warsh, la banca centrale aveva invece fatto riferimento "al conflitto in Medio Oriente" e attribuito in parte l’inflazione sopra l’obiettivo a shock dell’offerta in settori "compresa l’energia". La benzina, che da tre mesi costa più di 4 dollari al gallone, ha spiegato oltre metà dell’incremento dei prezzi di settembre. Il diesel ha toccato un massimo storico di 6,53 dollari al gallone a fine mese.
Dopo la decisione, i mercati hanno attribuito una probabilità dell’87,5% a un rialzo di un quarto di punto nella riunione dell’8-9 dicembre, in aumento rispetto al 73% di martedì, secondo lo strumento FedWatch del CME Group, che monitora i futures sui tassi di interesse.
Giornata densa di dati sul fronte macro. Negli Stati Uniti e in Europa arrivano quasi in contemporanea due pezzi importanti del puzzle: da un lato la prima stima del PIL americano del terzo trimestre insieme ai dati di settembre su redditi, consumi e soprattutto Core PCE, mentre dall’altro la decisione di politica monetaria della BCE, con la conferenza stampa di Christine Lagarde.
Partiamo dagli Stati Uniti. il Bureau of Economic Analysis pubblicherà la lettura advance del PIL del terzo trimestre. Il consenso punta a un’accelerazione al +3,2% YoY, dopo il +2,2% del secondo trimestre. Un dato in linea o superiore confermerebbe che l’economia americana continua a marciare ad un ritmo solido, alimentando la narrazione di una Fed che nel meeting di dicembre potrebbe aumentare ancora i tassi, mentre un dato inferiore alle attese riaccenderebbe i timori di un rallentamento economico più deciso. Attesi anche i numeri di settembre su personal income e personal spending, insieme all’indicatore che conta di più per la Fed: il Core PCE. Dopo il +0,9% dei consumi di agosto, gli analisti si aspettano una moderazione della spesa al +0,4% e un reddito in crescita dello 0,3%. Sul fronte prezzi, il Core PCE dovrebbe attestarsi intorno al +0,3% MoM e al +3,1% YoY. È questo il numero che i mercati guarderanno con maggiore attenzione. Un rialzo superiore alle attese terrebbe vivi i rischi di un’inflazione ancora sticky e sosterrebbe il dollaro, mentre un raffreddamento aprirebbe invece qualche spazio a un tono più cauto nelle prossime comunicazioni della Fed. Completano il quadro le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, attese sostanzialmente stabili.
Sul fronte europeo la mattinata sarà dedicata agli indici di fiducia della Commissione Europea di ottobre. Dopo i PMI flash, questi dati offriranno un quadro più completo del sentiment di imprese e consumatori. Il vero appuntamento europeo, però, è nel pomeriggio con la decisione sui tassi della BCE, seguita dalla conferenza stampa di Lagarde. Il consenso è quasi unanime nel prevedere una conferma dei tassi attuali (rifinanziamento principale intorno al 2,65% e deposit facility al 2,50%). L’attenzione si sposterà quindi interamente sul wording. Le domande alla BCE sono diverse: quanto giudica ancora persistente l’inflazione? Come valuta i rischi al ribasso sulla crescita? E, soprattutto, se mantiene un approccio strettamente data-dependent o inizia a preparare il terreno per un eventuale allentamento nei mesi a venire? Qualsiasi sfumatura in un senso o nell’altro avrà il potenziale di muovere euro, Bund e BTP.
Si tratta di una giornata in cui i mercati dovranno metabolizzare contemporaneamente la tenuta (o meno) della crescita americana, l’andamento dell’inflazione preferita dalla Fed e il messaggio che arriva da Francoforte. Dopo la riunione della Fed di ieri, i dati USA offriranno la prima lettura completa del quadro post-estate, mentre la BCE dirà se intende restare in modalità “wait and see” o se inizia a scontare uno scenario di maggiore cautela. Il risultato sarà probabilmente una seduta caratterizzata da volatilità elevata su dollaro, euro, Treasury e azionario, con i settori più sensibili ai tassi in prima linea.
La guerra che da mesi coinvolge Iran, Israele, Stati Uniti e diversi attori regionali ha lasciato un segno profondo sui mercati energetici globali. A fine ottobre 2026 il petrolio Brent continua a oscillare intorno ai 110-116 dollari al barile, lo Stretto di Hormuz resta un punto di fragilità e le scorte mondiali si sono assottigliate. In questo contesto, l’ipotesi di una risoluzione del conflitto – attraverso un accordo diplomatico credibile, la riapertura stabile delle rotte marittime e la cessazione degli attacchi alle infrastrutture energetiche – rappresenta uno dei più importanti shock positivi di offerta che l’economia globale possa ricevere nei prossimi mesi.
Il canale di trasmissione principale è chiaro e si chiama calo dei prezzi del petrolio e del gas. Con la normalizzazione dei flussi dal Golfo, molti analisti prevedono un graduale ritorno del Brent verso la zona degli 80-90 dollari entro la fine del 2026 o l’inizio del 2027, per poi stabilizzarsi ulteriormente nel corso dell’anno successivo. Il gas europeo, più sensibile alle interruzioni e ai costi di trasporto del GNL, scenderebbe con un certo ritardo, ma comunque in misura significativa. Questo movimento avrebbe conseguenze diverse, e in parte asimmetriche, sulle due sponde dell’Atlantico.
Negli Stati Uniti l’impatto sarebbe positivo ma contenuto. L’America è produttrice netta di energia e ha subito un danno relativamente limitato dalla crisi. Il calo dei prezzi energetici ridurrebbe la pressione sull’inflazione, aiuterebbe le famiglie a recuperare potere d’acquisto e alleggerirebbe i costi di produzione di molte imprese. La Fed si troverebbe con un quadro più favorevole per eventuali ulteriori allentamenti monetari, a condizione però che l’inflazione core resti sotto controllo. Il dollaro potrebbe indebolirsi moderatamente, favorendo le esportazioni.
I settori che trarrebbero i maggiori benefici sarebbero diversi. In primo luogo i trasporti e la logistica, che vedrebbero ridursi in modo sensibile i costi del carburante. L’industria automobilistica e i produttori di beni durevoli guadagnerebbero da una maggiore propensione al consumo delle famiglie. L’agricoltura e l’industria alimentare beneficerebbero del calo dei costi di trasporto e dei fertilizzanti. Anche il turismo e le compagnie aeree registrerebbero un miglioramento dei margini. Il settore energetico domestico, pur vedendo scendere i prezzi, manterrebbe comunque una posizione di vantaggio competitivo rispetto ai produttori mediorientali, soprattutto se il premio di rischio geopolitico restasse in parte incorporato nei listini.
In Eurozona il sollievo sarebbe più marcato, perché l’Europa è più dipendente dalle importazioni energetiche e ha sofferto maggiormente gli effetti della crisi. Il calo del petrolio e soprattutto del gas alleggerirebbe i costi delle imprese energy-intensive e restituirebbe potere d’acquisto alle famiglie, sostenendo i consumi. L’inflazione potrebbe tornare più rapidamente verso l’obiettivo del 2% della BCE, aprendo spazi per una politica monetaria meno restrittiva o addirittura accomodante. Un euro più forte, alimentato dal miglioramento delle prospettive relative dell’area, contribuirebbe ulteriormente a contenere i prezzi importati.
I settori più avvantaggiati sarebbero quelli ad alta intensità energetica, ovvero chimica, metallurgia, carta, ceramica e parte della manifattura tedesca e italiana. L’industria automobilistica europea, già sotto pressione, trarrebbe beneficio sia dal calo dei costi di produzione sia da una ripresa della domanda. I trasporti, la logistica e le compagnie aeree vedrebbero migliorare i bilanci. Il commercio al dettaglio e i servizi legati ai consumi delle famiglie (turismo, ristorazione, tempo libero) potrebbero registrare una ripresa più vivace grazie all’aumento del reddito disponibile. Anche l’edilizia e le imprese di costruzione trarrebbero vantaggio da costi energetici e di trasporto più contenuti.
Naturalmente non tutto sarebbe immediato. La ripresa delle raffinerie mediorientali, la ricostituzione delle scorte e la normalizzazione dei costi di assicurazione e trasporto richiederebbero diversi trimestri. Una risoluzione lenta o incompleta lascerebbe i prezzi energetici più elevati più a lungo, attenuando i benefici. Allo stesso modo, una nuova escalation vanificherebbe rapidamente i guadagni.
La fine della guerra in Medio Oriente disegnerebbe quindi uno scenario di disinflazione e di moderato sostegno alla crescita su entrambe le sponde dell’Atlantico, con l’Eurozona destinata a beneficiare in misura relativamente maggiore rispetto agli Stati Uniti. I settori più esposti ai costi energetici e quelli legati ai consumi delle famiglie sarebbero i principali vincitori di questa possibile normalizzazione. Non si tratterebbe di un boom improvviso, ma di un allentamento significativo di una delle tensioni macroeconomiche più pesanti degli ultimi anni.
Per quanto riguarda i bond, nello scenario delineato – calo progressivo dei prezzi energetici, disinflazione più marcata e leggero impulso alla crescita, con la BCE e la Fed che recuperano margini di manovra – i mercati obbligazionari dei paesi sviluppati tenderebbero a comportarsi in modo complessivamente favorevole ai prezzi dei titoli, cioè con un calo dei rendimenti.
Il canale dominante sarebbe quello dell’inflazione. La discesa del petrolio e del gas ridurrebbe le aspettative di inflazione, soprattutto nella componente energetica. Questo spingerebbe al ribasso i rendimenti nominali dei titoli di Stato, sia negli Stati Uniti sia nell’area euro. Le banche centrali, confrontate con un’inflazione in calo e una crescita solo moderatamente più vivace, avrebbero più spazio per mantenere una postura accomodante. Le aspettative di politica monetaria più espansiva si tradurrebbero in un rialzo dei prezzi dei bond e in un abbassamento delle curve dei rendimenti.
Ci sono però alcune sfumature importanti da considerare. Negli Stati Uniti i Treasury beneficerebbero del calo delle aspettative di inflazione e di un percorso della Fed potenzialmente più dovish. Allo stesso tempo, la crescita americana resterebbe relativamente più solida e il premio di rischio geopolitico legato alla guerra diminuirebbe. La fine del conflitto ridurrebbe la domanda di “safe haven”, esercitando una leggera pressione al rialzo sui rendimenti. Nel complesso, il risultato più probabile sarebbe un calo moderato dei rendimenti, più pronunciato sulla parte intermedia e lunga della curva, con una possibile steepening (curva più ripida) se la Fed tagliasse i tassi.
Nell’Eurozona l’effetto sarebbe potenzialmente più netto. L’Europa è più sensibile allo shock energetico. La disinflazione sarebbe più ampia e la BCE avrebbe margini maggiori per allentare i tassi. I Bund tedeschi e i titoli dei paesi core trarrebbero vantaggio da aspettative di tassi più bassi e da un miglioramento del quadro macro relativo. Anche i periferici (BTP, titoli spagnoli e greci) potrebbero beneficiarne, perché un contesto di crescita meno debole e di politica monetaria più accomodante ridurrebbe i premi di rischio. Il rafforzamento relativo dell’euro rispetto al dollaro, se si materializzasse, potrebbe inoltre favorire gli investitori internazionali verso i bond europei.
Un elemento da non sottovalutare è la velocità della risoluzione. Se la fine della guerra fosse rapida e credibile, i mercati obbligazionari reagirebbero in modo piuttosto netto al ribasso dei rendimenti. Se invece la normalizzazione dei flussi energetici fosse lenta e i prezzi del petrolio restassero elevati più a lungo, il movimento sui bond sarebbe più graduale e meno pronunciato. Quindi, nello scenario base di de-escalation ordinata i bond dei paesi sviluppati – e in particolare quelli dell’area euro – tenderebbero a registrare un rialzo dei prezzi e un calo dei rendimenti, sostenuti dalla disinflazione e da una politica monetaria più favorevole. Il movimento non sarebbe necessariamente di grande ampiezza come in una recessione, ma andrebbe nella direzione opposta a quella che si osserva durante le fasi di shock energetico prolungato. I titoli a media e lunga scadenza sarebbero i principali beneficiari di questo contesto, grazie al mutare delle aspettative.
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