Svizzera, il paradiso dei tassi a zero. Ma quanto può durare?

Mentre Fed e Bce alzano i tassi di interesse, la Banca nazionale di Zurigo ha confermato oggi il tasso guida allo 0%, nonostante il rialzo dell’inflazione salita ad agosto allo 0,8%. Il segreto è nel franco forte, che protegge il Paese dal caro-prezzi. Ma ora la valuta svizzera si indebolisce e il mercato scommette sulla fine dell’eccezione.
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Per la BNS stabilità dei prezzi significa un’inflazione inferiore al 2%
La Svizzera può permettersi quello che a molte altre grandi economie occidentali oggi appare impossibile: lasciare i tassi di interesse a zero mentre l’inflazione mondiale torna a salire. Oggi, giovedì 24 settembre, la Banca nazionale svizzera (BNS) ha confermato il tasso guida allo 0%, nonostante la Federal Reserve e la Banca centrale europea abbiano imboccato la strada opposta, tornando ad alzare il costo del denaro.
Non è che in Svizzera non ci sia inflazione, anzi. Ad agosto l’indice dei prezzi al consumo ha registrato un rialzo dello 0,8% sullo stesso mese dell’anno precedente, rispetto al +0,4% di luglio, dovuto in buona parte al rincaro di carburanti e affitti. L’aumento quindi c’è, ma è ancora lontanissimo dai livelli che preoccupano molte altre banche centrali. Per la BNS, inoltre, stabilità dei prezzi significa un’inflazione compresa fra lo 0% e il 2%: lo 0,8% è quindi comodamente all’interno dell’obiettivo.
La stessa banca centrale prevede che l’inflazione aumenterà ancora leggermente nel quarto trimestre, per poi scendere nel corso del 2027. Le nuove stime indicano un’inflazione media dello 0,7% nel 2026 e dello 0,8% sia nel 2027 sia nel 2028. E c’è un particolare significativo: queste previsioni sono formulate ipotizzando che il tasso guida rimanga allo 0% per l’intero periodo.
Il franco è il primo scudo contro l’inflazione
Perché la Svizzera riesce a tenere l’inflazione tanto più bassa rispetto agli altri Paesi occidentali? Una parte importante della risposta è proprio il franco.
La valuta svizzera è uno dei tradizionali beni rifugio mondiali. Quando sui mercati aumenta l’incertezza, gli investitori tendono a comprare franchi e attività denominate in franchi. Nel 2025 la valuta elvetica si è apprezzata di oltre il 12% contro il dollaro.
Per un Paese che importa una quota importante dei beni che consuma, una moneta forte costituisce un potente ammortizzatore dell’inflazione: servono meno franchi per comprare petrolio, materie prime e prodotti acquistati all'estero. Una parte dell'aumento dei prezzi internazionali viene così assorbita dal cambio prima di arrivare nelle tasche dei consumatori svizzeri.
È quello che Gedeon Tumong, docente alla HIM Business School, definisce il “dividendo del bene rifugio”: la Svizzera non importa soltanto beni, ma anche credibilità. I capitali che arrivano nel Paese sostengono il franco; il franco forte riduce l’inflazione importata; la bassa inflazione consente alla BNS di mantenere tassi inferiori a quelli di Fed e BCE.
C'è poi un secondo vantaggio. L'energia pesa soltanto per circa il 3,5% nel paniere dell'inflazione svizzera, contro circa il 7% nell'Eurozona. E un sistema energetico basato in misura importante su idroelettrico e nucleare riduce l'esposizione agli shock internazionali.
A completare il quadro c'è la tradizionale disciplina fiscale svizzera, sostenuta dal cosiddetto “freno all'indebitamento”. Ma forse il capitale più prezioso accumulato dalla Svizzera è un altro: decenni di bassa inflazione hanno convinto famiglie e imprese che i prezzi continueranno a salire poco. Le aspettative di inflazione restano quindi contenute e rendono meno probabile quella rincorsa fra prezzi e salari che può trasformare uno shock temporaneo in inflazione persistente.
Ma il franco adesso si sta indebolendo
Proprio il franco, però, potrebbe diventare il fattore capace di cambiare lo scenario. Dopo la grande corsa del 2025, quest'anno la valuta svizzera ha perso terreno: il dollaro ha recuperato circa il 4% e dalla precedente riunione della BNS di giugno il franco si è indebolito di oltre il 2% contro l'euro.
La stessa Banca nazionale ha riconosciuto giovedì che il deprezzamento del franco è uno dei motivi per cui la previsione d'inflazione a medio termine è stata leggermente alzata.
Un franco meno forte rende più costose le importazioni e riduce lo scudo che finora ha protetto la Svizzera dall'inflazione internazionale. E il mantenimento dei tassi allo 0%, mentre Stati Uniti ed Eurozona offrono rendimenti più elevati, può contribuire ad aumentare la pressione sulla valuta elvetica.
La prima reazione del mercato è andata proprio in questa direzione: dopo la decisione della BNS il franco è sceso contro il dollaro fino ai minimi degli ultimi quattro mesi.
Il mercato scommette sul primo rialzo
Resta il fatto che la valuta svizzera conserva il suo ruolo di bene rifugio e, in una fase di forti tensioni geopolitiche o finanziarie, gli acquisti di franchi possono facilmente prevalere sull'effetto negativo prodotto dal differenziale dei tassi.
Inoltre la BNS ha ribadito di essere pronta a intervenire sul mercato valutario se necessario. E soprattutto potrebbe essere costretta a cambiare rotta qualora l'indebolimento del franco e il rincaro dell'energia cominciassero ad alimentare maggiormente l'inflazione.
Il mercato sta già scommettendo su questa possibilità. Secondo i dati LSEG citati da CNBC, le probabilità attribuite a un rialzo dei tassi già a dicembre sono vicine al 50%, mentre superano il 90% quelle di almeno un aumento entro l'inizio del 2027. Entro settembre del prossimo anno gli operatori vedono il tasso BNS arrivare almeno allo 0,75%.
Per ora, però, la Svizzera conserva il suo privilegio: inflazione sotto l'1%, tassi a zero e una moneta abbastanza forte da assorbire una parte degli shock che arrivano dal resto del mondo. La domanda è quanto a lungo questo equilibrio potrà resistere se il franco continuerà a indebolirsi.
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