Il forte e veloce aumento dei tassi fa male o fa bene alle banche e all'economia?


La mini-crisi finanziaria è scoppiata solo pochi mesi dopo che le principali banche centrali del mondo hanno iniziato ad alzare i tassi di interesse ad una velocità mai vista negli ultimi decenni. Una coincidenza? Tognoli si domanda se il drastico inasprimento monetario non faccia più male che bene alle banche.

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM


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Ordini di beni durevoli USA MoM di marzo in uscita oggi alle 13:30 (stima +0,8% contro -1% di febbraio).

Ieri la fiducia dei consumatori MoM 101,3 di aprile è risultato peggiore delle stime (101,3 punti contro 104 atteso e di marzo)

La crisi del sistema bancario di marzo sembra attenuarsi, ma persistono evidenti vulnerabilità che devono essere risolte e che potrebbero portare a nuove turbolenze sui mercati. Come per esempio la sottocapitalizzazione di alcune banche Europee e/o le distorsioni normative che possono aggravare i rischi dell’intero settore finanziario.

Calmatasi la tempesta, è diventato ora più chiaro che cosa sia realmente accaduto lo scorso marzo, durante il quale sono svaniti nel nulla centinaia di miliardi di dollari di ricchezza globale. Occorre ora valutare in una prospettiva più ampia le conseguenze che avrà questo episodio sul sistema finanziario globale e il suo impatto sull'economia reale.

Per fare questo dobbiamo inquadrare che cosa è accaduto. Il dramma bancario è iniziato quando Silvergate, Silicon Valley Bank e Signature Bank, tre dei prestatori più favorevoli alle criptovalute d'America, sono fallite in meno di una settimana. Altre banche, come First Republic, sono sfuggite solo per un pelo a quella che è stata prontamente soprannominata la prima corsa agli sportelli alimentata da Twitter.

Il panico del mercato si è rapidamente esteso all'Europa, portando alla caduta del Credit Suisse, istituto incluso nell'elenco delle Global Systemically Important Banks (G-SIB). In un attimo, la Svizzera era vicina ad affrontare una vera e propria corsa agli sportelli. Diverse altre banche della zona euro, tra cui Deutsche Bank (un'altra G-SIB), sono andare sotto pressione quando gli investitori hanno scaricato in massa le loro azioni. Per evitare che il panico si diffondesse, i governi e le banche centrali sono intervenuti velocemente come mai aveva fatto e hanno fornito alle istituzioni finanziarie in difficoltà pacchetti di salvataggio storici e accordi di emergenza.

Non si può tuttavia negare che la situazione evochi un inconfondibile senso di déjà vu. È emersa una nuova crisi di fiducia. Gli investitori che sono anche clienti bancari e contribuenti, sono colpiti, almeno indirettamente attraverso l'inflazione, da questi massicci programmi di salvataggio delle banche. Ovvio che si chiedono come il rischio sistemico delle banche possa persistere nel 2023, anche perché anni fa era stata promessa la fine del troppo grande per fallire (leggi Lehman Brothers).

Alla fine, il governo Svizzero ha richiesto a UBS, la più grande banca svizzera, di acquistare il suo rivale di lunga data Credit Suisse per tre miliardi di franchi svizzeri. L'annuncio dell'acquisizione è arrivato il 20 marzo, in seguito al tentativo fallito della Banca nazionale svizzera di reprimere la crisi di fiducia utilizzando un backstop di liquidità di 50 miliardi di franchi.

Credit Suisse è stato salvato, ma se il matrimonio forzato avrà successo è un'altra questione. Diversi sono infatti gli analisti che già cominciano a temere che la quota di mercato di UBS nel settore bancario svizzero possa superare il 30%. Inoltre, le attività combinate della nuova entità (quasi 1,7 trilioni di dollari) saranno il doppio del prodotto interno lordo annuo della Svizzera.

E se un tale colosso crollasse? Chi potrebbe venire in suo soccorso? Individualmente, UBS e Credit Suisse potrebbero essere stati troppo grandi per fallire ma, per usare le parole dell'economista tedesco Hans-Werner Sinn, la nuova mega banca potrebbe rivelarsi troppo grande per essere salvata. Chiaramente, il fallimento non è un'opzione. L'impatto sarebbe catastrofico non solo per la Svizzera, ma per il sistema finanziario globale. Non dimentichiamo che non più tardi di 15 anni fa la stessa UBS ha avuto necessita di essere salvata dal governo e dalla banca centrale svizzeri.

Tutti gli istituti di credito falliti di recente avevano lottato, spesso per anni, contro diversi problemi: indebitamento elevato, eccessiva assunzione di rischi, irragionevole esposizione al rischio di liquidità, disallineamento tra attività e passività, scarso rendimento degli investimenti, cattiva gestione e talvolta pratiche commerciali addirittura fraudolente (nel caso del Credit Suisse, persino uno scandalo di spionaggio).

Secondo alcuni analisti, quanto accaduto lo scorso marzo è stato più un contagio sentimentale che un vero contagio sistemico. Ma i responsabili politici sanno fin troppo bene che i timori delle crisi finanziarie possono rapidamente avverarsi. Ecco perché la loro prima priorità, in mezzo al caos, è stata quella di rassicurare i mercati con un messaggio chiaro: questa instabilità è dovuta a casi idiosincratici e non ha nulla a che fare con quanto accaduto nel 2008.

Il presidente degli Stati Uniti ha promesso ai clienti delle banche che i loro depositi non saranno toccati con il capo della FED che ha ribadito la promessa. La Lagarde si è affrettata ad affermare che il settore bancario dell'area dell'euro è resiliente, con forti posizioni di capitale e liquidità. E che comunque, in ogni caso, il toolkit della BCE è completamente attrezzato per fornire supporto di liquidità al sistema finanziario dell'area dell'euro, se necessario, e per preservare la trasmissione regolare della politica monetaria.

A pensar male si fa peccato, ma non si sbaglia, diceva qualcuno. E’ lecito chiedersi se sia stata una coincidenza che una mini-crisi finanziaria sia scoppiata solo pochi mesi dopo che le principali banche centrali del mondo hanno iniziato ad alzare i tassi di interesse ad una velocità mai vista negli ultimi decenni. Ed è lecito chiedersi se il drastico inasprimento monetario non faccia più male che bene alle banche?

L'aumento dei tassi di interesse è infatti un'arma a doppio taglio per le banche. Da un lato, tassi più elevati migliorano il margine di interesse, grazie all’apertura del gap fra tassi attivi e passivi. Dall'altro però aumentano il costo delle passività e riducono il valore dei titoli di investimento detenuti come attività. Ciò può pesare pesantemente sui portafogli di investimento delle banche, tanto più quando questi contengono grandi proporzioni di titoli di stato, come nel caso degli USA e dell'Europa.

Nell'ultimo decennio, i tassi di interesse sono stati mantenuti decisamente bassi per sostenere la frenetica creazione di moneta da parte delle banche centrali. Durante la pandemia, le banche commerciali sono state sollecitate ad accumulare nei loro bilanci ingenti quantità di debito per sostenere l’economia. Ora un malsano mix di aumento dell'inflazione, aumento dei tassi di interesse e crescita economica più debole potrebbe lasciare le banche di fronte a nuovi problemi, che vanno da forti perdite di valore delle obbligazioni a costi di finanziamento più elevati fino ad una minore domanda di prestiti.

Per adeguarsi a un contesto macroeconomico sempre meno favorevole, le banche hanno già notevolmente inasprito i propri standard creditizi per tutte le categorie di prestiti (nel solo mese di marzo per esempio, la flessione complessiva dei prestiti bancari in US è diminuita di oltre US 100 mld). Ma questo è un ulteriore colpo per le economie colpite dalla recessione.

La crisi bancaria del 2023 potrebbe essere alle nostre spalle, ma restano questioni importanti e strategiche da risolvere. Per esempio: le banche sono sane e sicure come indicano le autorità finanziarie? E se no, significa che la regolamentazione è fallita?

Contrariamente alle banche svizzere e americane, quelle europee hanno resistito molto bene all'ultima tempesta finanziaria. Ciò potrebbe supportare l'affermazione della BCE secondo cui il settore bancario è solido e ben capitalizzato e con forti rapporti di liquidità (anche se notevoli disparità persistono tra paesi e dimensioni delle banche).

Probabilmente, alcune banche in alcune parti d'Europa sono ancora sottocapitalizzate. Quanti sono e quanto sono grandi le loro carenze di capitale è difficile capirlo. Spesso, queste banche più deboli erano quelle che prestavano denaro a imprese zombie, quasi in bancarotta durante l'era del denaro a buon mercato. Anche i prestiti in sofferenza sono proliferati durante la pandemia, dopo che la BCE aveva attuato misure di alleggerimento del capitale che consentivano alle banche di utilizzare temporaneamente le proprie riserve di capitale per i prestiti.

Ora che i tassi di interesse sono in rialzo ed è necessario stringere la cinghia, le banche più fragili, appunto sottocapitalizzate, potrebbero (il condizionale è d’obbligo) essere le prime a crollare. Gli intrecci dei loro bilanci con quelli dei loro sovrani, spesso fortemente indebitati, potrebbero essere un'altra fonte di vulnerabilità. Insieme, questi fattori hanno il potenziale per alimentare futuri episodi di turbolenza bancaria in Europa.

Last but not least, come ha recentemente avvertito il Fondo monetario internazionale, un'altra crisi finanziaria globale potrebbe attualmente essere in fermento nel settore della finanza alternativa in rapida crescita, spesso definito sistema bancario ombra. Ciò include un'ampia gamma di imprese: assicuratori, fondi pensione, fondi comuni di investimento o hedge fund ad alto rischio.

Le banche tradizionali sono sempre più colpite dalla concorrenza di queste cosiddette istituzioni finanziarie non bancarie (NBFI), così come da dirompenti attori fintech e Big Tech, o persino società crittografiche. L'eccesso di regolamentazione potrebbe essere il colpo di grazia. Dal 2008, soprattutto in Europa, le banche sono soggette a una serie di regole, restrizioni e requisiti estremamente stringenti e complessi, in particolare in materia di capitale e liquidità o di segnalazione alle autorità. Inoltre, sono sotto costante controllo da parte di sofisticati sistemi di vigilanza prudenziale.

La conformità normativa è diventata da tempo un pesante fardello per le banche, gravando sulla loro redditività. Gli NBFI, da parte loro, sono molto meno gravati dalla regolamentazione. Dopo i fallimenti bancari del mese scorso, molti politici e i loro consulenti chiedono una regolamentazione ancora più severa delle banche tradizionali. Ciò renderebbe ancora più grande lo svantaggio competitivo delle banche nei confronti dei soggetti non bancari. L’evidente distorsione normativa all'interno delle sempre più competitive industrie dei servizi finanziari aggraveranno probabilmente le vulnerabilità sia nel settore bancario che in quello non bancario.

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