Bank of England alza i tassi al 4%, Bailey non esclude un'ulteriore stretta

La banca centrale britannica ha alzato il costo del denaro di un quarto di punto per impedire che il rincaro dell'energia legato alla guerra in Medio Oriente si trasformi in inflazione duratura. Il primo rialzo in oltre tre anni è arrivato con un comitato più compatto del previsto e il governatore avverte che, senza una soluzione del conflitto, potrebbe non essere l'ultimo.
Indice dei contenuti
- 1. La prima stretta dal 2023, con un comitato compatto
- 2. Bailey: non è l'inizio di una lunga serie, ma forse non è l'ultimo
- 3. Sterlina e Borsa: reazione composta a una mossa già prezzata
- 4. Gli analisti: uno o due rialzi ancora, meno di quanto prezza il mercato
- 5. Mutui, risparmiatori e implicazioni per gli investitori
La prima stretta dal 2023, con un comitato compatto
La Bank of England torna ad alzare i tassi dopo oltre tre anni e lo fa con un comitato più unito di quanto il mercato si aspettasse, in nome della prevenzione contro un'inflazione alimentata dall'energia.
Oggi giovedì 5 novembre il Comitato di politica monetaria ha portato il Bank Rate dal 3,75% al 4%, il primo rialzo dall'agosto 2023.
Il voto è stato di 8 a 1: nessun membro ha chiesto di lasciare i tassi fermi e l'unica dissidente, l'esterna Catherine Mann, voleva una stretta doppia, da mezzo punto, fino al 4,25%, per difendere la credibilità della banca.
È un cambio netto rispetto a settembre, quando il comitato aveva confermato il 3,75% con 6 voti a 3 e solo tre membri (il capo economista Huw Pill e le esterne Megan Greene e Catherine Mann) spingevano per il rialzo.
Robert Wood, capo economista per il Regno Unito di Pantheon Macroeconomics, era tra i pochi ad aver previsto un esito 8 a 1, mentre il sondaggio Reuters e quello Bloomberg (35 economisti) indicavano come più probabile una spaccatura 7 a 2.
La prossima riunione è fissata per il 17 dicembre, l'ultima del 2026; la prima del 2027 arriverà il 4 febbraio.
Bailey: non è l'inizio di una lunga serie, ma forse non è l'ultimo
Il governatore Andrew Bailey ha legato la decisione alla pressione in arrivo dai prezzi dell'energia, spinti dal conflitto tra Stati Uniti e Iran e dai colli di bottiglia nello Stretto di Hormuz.
«C'è ormai abbastanza pressione inflazionistica in cantiere, causata dal rincaro dell'energia, da giustificare un aumento», ha detto Bailey. «L'aumento di oggi non va visto come il primo di una lunga sequenza inevitabile. Ma, a meno che il conflitto in Medio Oriente non si risolva, non sembra nemmeno destinato a essere l'ultimo».
I numeri del nuovo Rapporto di politica monetaria spiegano la svolta. L'inflazione è salita al 3,5% a settembre dal 3,1% di agosto, e lo staff della banca la vede ora intorno al 4,5% a inizio 2027 e vicina al 4,9% a metà del prossimo anno, oltre il doppio dell'obiettivo del 2%.
Nelle settimane prima della riunione il Brent ha quotato in media 108 dollari al barile e il gas britannico 216 pence per therm, rispettivamente il 38% e l'81% in più rispetto alle ipotesi di luglio.
Nello scenario centrale il ritorno al 2% arriva solo a fine 2028; nel caso peggiore, con il petrolio sopra i 100 dollari per due anni, l'inflazione potrebbe toccare il 6,2% e altri rialzi diventerebbero più probabili.
Il comitato ammette però che le prove di effetti di secondo round (rincari che passano nei salari e nei listini) sono ancora limitate: Alan Taylor, considerato il membro più vicino a votare per la pausa, ha definito la mossa una «assicurazione».
Sterlina e Borsa: reazione composta a una mossa già prezzata
Il rialzo era quasi interamente scontato e la reazione dei mercati è stata misurata.
Alle 13:20 ora italiana la sterlina scambia a 1,3480 dollari, in rialzo dello 0,06% rispetto alla chiusura precedente, dopo aver toccato un massimo di giornata a 1,3501; contro l'euro il cambio EUR/GBP è a 0,8326 (-0,11%).
In mattinata il FTSE 100 aveva toccato i massimi da tre mesi trainato dalle banche, e secondo City AM le azioni londinesi hanno allungato il passo dopo l'annuncio.
Prima della decisione i mercati monetari, secondo i dati LSEG, attribuivano una probabilità del 98% al rialzo di 25 punti base e scontavano quasi tre ulteriori strette nel 2027.
Gli investitori interpellati dalla stessa banca centrale si attendono un ulteriore aumento al 4,25% entro febbraio, ma il comitato non ha avallato quel percorso: la politica monetaria, si legge nelle minute, «non è su un sentiero prestabilito».
Il quadro internazionale resta divergente: la Banca centrale europea ha già alzato due volte quest'anno il tasso sui depositi al 2,5%, mentre la Federal Reserve a fine ottobre ha lasciato il corridoio al 3,75%-4%.
Gli analisti: uno o due rialzi ancora, meno di quanto prezza il mercato
Il consenso delle case d'affari vede una stretta ancora, non un ciclo lungo.
Francesco Pesole, strategist valutario di ING, ritiene che «il rialzo di oggi possa convalidare i recenti guadagni della sterlina, per ora», ma avverte che l'asticella per alimentare ulteriormente le attese sui tassi è alta. Il collega economista James Smith sottolinea che la banca alza i tassi «non perché i dati lo dicano, ma per i rischi dei prezzi dell'energia».
Lee Hardman di MUFG calcola che il mercato sconti circa 90 punti base di rialzi entro settembre 2027, contro la previsione della banca giapponese di due strette in tutto; Henry Cook, senior economist della stessa casa, vede il tasso terminale al 4,25% con un ritocco a febbraio.
Goldman Sachs condivide lo scenario di un secondo rialzo al 4,25% a febbraio e giudica «troppo alta» la stretta di oltre 100 punti base prezzata per i prossimi dodici mesi, citando effetti salariali contenuti e un rallentamento dei consumi in inverno.
Più scettici gli analisti di Monex Europe, per cui le attese sui tassi sono «decisamente troppo aggressive» vista la crescita debole, la disoccupazione al 4,7% e un'inflazione guidata dallo shock energetico; Michael Pfister di Commerzbank osserva che la forza della sterlina si regge sull'ipotesi che la BoE recuperi terreno rispetto alla BCE, ipotesi su cui la banca tedesca resta dubbiosa.
Dani Stoilova di BNP Paribas si aspettava un «gentile respingimento» delle quotazioni di mercato, mentre Paul Dales di Capital Economics ricorda che tutto dipende dall'energia: «se i prezzi restano a questi livelli per altri sei mesi, i tassi saranno probabilmente più alti».
Sul fronte opposto, Darren Winder di Lazarus Economics and Strategy vede l'inflazione britannica tornare al 2% entro fine 2027, aprendo la strada a tassi più bassi.
Mutui, risparmiatori e implicazioni per gli investitori
L'effetto più immediato ricade sulle famiglie: circa 1,4 milioni di mutuatari britannici a tasso variabile o tracker vedranno salire la rata, e su un prestito da 200.000 sterline a 25 anni un quarto di punto vale circa 30 sterline al mese.
Chi ha un tasso fisso è per ora protetto, perché il rialzo era già incorporato nei tassi swap: Robert Gardner, capo economista di Nationwide, giudica l'impatto sui fissi «piuttosto modesto», anche se i tassi fissi a due anni sono saliti di quasi mezzo punto da inizio settembre.
Andrew Wishart, senior UK economist di Berenberg, avverte che inflazione più alta e salari lenti stringeranno i bilanci familiari in inverno, con consumi reali piatti tra quarto e primo trimestre.
Per gli investitori il messaggio è chiaro: la variabile decisiva resta il petrolio. Una de-escalation in Medio Oriente toglierebbe rapidamente pressione alla BoE e peso alla sterlina; un greggio stabilmente sopra i 100 dollari riaprirebbe invece la porta a nuove strette, con i gilt a breve scadenza e i titoli bancari come principali barometri.
Fino alla riunione del 17 dicembre l'attenzione si sposterà sui discorsi dei membri del comitato, a partire dal briefing di Huw Pill alle imprese di domani venerdì 6 novembre.
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