Benzina a 4 dollari, la guerra presenta il conto all’economia Usa

Superato il livello record del 2022. Gli effetti: consumi in rallentamento, inflazione in risalita e Fed bloccata. Secondo Gregory Daco, capo economista di EY-Parthenon, se il petrolio dovesse restare sopra i 100 dollari al barile per un periodo prolungato, la crescita del Pil Usa potrebbe ridursi di oltre un punto percentuale
Indice dei contenuti
- 1. Il balzo di marzo è stato il più rapido degli ultimi 20 anni
- 2. Guerra e petrolio, il meccanismo è immediato
- 3. Con il caro-benzina i consumi rallentano: i primi dati
- 4. Inflazione in risalita, Fed più prudente
- 5. Il precedente del 2022 e il rischio per la crescita
- 6. Diesel e inflazione: il rischio nascosto
- 7. Tutto dipende dalla durata della guerra
Il balzo di marzo è stato il più rapido degli ultimi 20 anni
Il prezzo della benzina negli Stati Uniti ha superato i quattro dollari al gallone. È una soglia psicologica che non veniva superata dall’agosto del 2022 e che ora torna a preoccupare famiglie, economisti e mercati.
Tradotto in unità europee, significa circa 1,06 dollari al litro (un gallone equivale a 3,785 litri). Un livello ancora lontano dai prezzi italiani, ma che per i consumatori americani rappresenta un vero shock, soprattutto dopo anni di relativa stabilità. Secondo i dati AAA citati da Barron’s, il balzo di marzo è stato il più rapido degli ultimi vent’anni, con prezzi passati da meno di 3 dollari di prima dell’inizio della guerra con l’Iran, il 28 febbraio, fino agli attuali 4 dollari.
Guerra e petrolio, il meccanismo è immediato
Il rialzo è legato direttamente alle tensioni in Medio Oriente. Anche se gli Stati Uniti sono esportatori netti di carburanti, il mercato del petrolio resta globale e reagisce immediatamente ai rischi sulla produzione e sulle rotte energetiche.
A questo si aggiungono fattori stagionali: con l’arrivo della primavera aumenta la domanda (inizia la cosiddetta driving season) e le raffinerie passano alle più costose miscele estive.
Con il caro-benzina i consumi rallentano: i primi dati
Il problema non è solo il pieno più caro. È l’effetto a catena sui consumi, che negli Stati Uniti rappresentano circa il 70% del Pil.
Secondo un’analisi di Bank of America, la spesa su carte di credito e debito – al netto della benzina – ha già iniziato a rallentare dopo l’inizio del conflitto. In particolare, si registra un calo marcato nelle spese discrezionali: viaggi, ristorazione e intrattenimento.
I dati Usa mostrano un rallentamento della crescita della spesa per famiglia dal +4,3% al +3,6% in una sola settimana. Un segnale ancora contenuto, ma significativo.
A soffrire di più sono le famiglie americane a basso reddito, che destinano circa il 4% del proprio reddito alla benzina, contro il 2-3% delle fasce più ricche.
Inflazione in risalita, Fed più prudente
Il vero nodo, però, è l’inflazione. L’aumento dei prezzi energetici rischia di riaccendere una dinamica che la Federal Reserve stava cercando di riportare sotto controllo.
Secondo Alan Detmeister, economista di UBS ed ex Fed, l’impatto della benzina potrebbe spingere l’inflazione al 3,4% già a marzo e fino al 4% ad aprile. Un livello che rischia di mettere molta pressione sul vertice della Fed, chiamato a garantire con la politica monetaria la difesa dall’inflazione e al tempo stesso la crescita economica (piena occupazione).
Da alcune settimane il mercato ha già detto addio all’ipotesi di tagli dei tassi in Usa entro il 2026. Sale, invece, il dibattito se i tassi dovranno salire.
Il precedente del 2022 e il rischio per la crescita
La storia recente offre un precedente chiaro. Quando nel giugno 2022 la benzina superò i 5 dollari al gallone, la crescita dei consumi rallentò bruscamente: la spesa personale passò da un +1,03% mensile a un modesto +0,08% nel giro di poche settimane.
Oggi il rischio è simile, anche se attenuato da un fattore strutturale: il peso dell’energia sul reddito disponibile è sceso nel tempo. Secondo l’American Petroleum Institute, nel 2024 gli americani hanno destinato circa il 5,7% del reddito ai consumi energetici, contro il 10% degli anni Ottanta.
Ma questo non basta a neutralizzare l’impatto di un nuovo shock.
Secondo Gregory Daco, capo economista di EY-Parthenon, se il petrolio dovesse restare sopra i 100 dollari al barile per un periodo prolungato, la crescita del Pil reale potrebbe ridursi di oltre un punto percentuale.
Diesel e inflazione: il rischio nascosto
C’è poi un elemento meno visibile ma ancora più importante: il diesel. I suoi prezzi stanno salendo più rapidamente della benzina, con effetti diretti su trasporti, agricoltura e industria.
È qui che si annida il rischio maggiore per l’inflazione: non tanto il pieno delle famiglie, quanto il costo di tutta la filiera produttiva.
Tutto dipende dalla durata della guerra
Il fattore decisivo resta uno solo: il tempo. “Più a lungo durerà il conflitto con l’Iran e più alti resteranno i prezzi dell’energia, maggiore sarà il danno per i consumatori”, ha scritto Gus Faucher, capo economista di PNC.
Lo scenario opposto è altrettanto chiaro: una rapida de-escalation riporterebbe giù i prezzi, migliorerebbe il sentiment e darebbe ossigeno anche ai mercati azionari.
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BNP Paribas
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