Conflitto in Iran, dalle tensioni geopolitiche ai rischi di approvvigionamento del petrolio

25/03/2026 14:15
Conflitto in Iran, dalle tensioni geopolitiche ai rischi di approvvigionamento del petrolio

Le tensioni in Medio Oriente stanno trasformando il rischio geopolitico in una concreta crisi dell’offerta energetica. Il rallentamento dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz e le interruzioni produttive stanno ridefinendo i mercati di petrolio e gas. L’impatto si estende a inflazione, supply chain e dinamiche finanziarie globali.

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Dal rischio geopolitico allo shock reale sull’offerta

Le criticità legate all’Iran hanno trasformato il rischio geopolitico in effettive limitazioni dell'approvvigionamento petrolifero, ridefinendo i mercati energetici globali. Come si legge in un commento a cura di Meg O'Connor, Equity Research senior analyst, e Travis Flint, Investment Grade Credit analyst di Columbia Threadneedle Investments, i mercati energetici rappresentano la prima linea nell’impatto del conflitto sui mercati finanziari.

Il rischio geopolitico, già ampiamente previsto, aveva spinto i prezzi del greggio al rialzo nelle settimane precedenti agli attacchi. Tuttavia, osservano gli esperti di Columbia Threadneedle Investments, il brusco rallentamento dei flussi fisici attraverso lo Stretto di Hormuz ha introdotto un nuovo e più acuto rischio di offerta. L’Iran produce circa 3-3,5 milioni di barili al giorno, esportandone la maggior parte verso la Cina a prezzi scontati.

La limitata capacità di riserva dell’OPEC+ rende difficile compensare eventuali interruzioni prolungate. L’ultimo aumento di produzione annunciato appare marginale rispetto alla portata del rischio. Se i barili non riescono a transitare nello Stretto, gli aumenti dichiarati offrono poco sollievo reale. La domanda chiave per i mercati non è più se il petrolio reagirà, ma per quanto tempo persisteranno le perturbazioni fisiche dell’offerta.

Hormuz, produzione e raffinazione sotto pressione

Il trasporto marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è di fatto paralizzato dall’inizio di marzo. Columbia Threadneedle Investments evidenzia che, a parte le navi iraniane, le traversate confermate sono state pochissime, con armatori e assicuratori che hanno ritirato operatività e coperture dopo gli attacchi. Questa dinamica è sufficiente a generare un significativo premio di rischio geopolitico nei prezzi del petrolio.

La Casa Bianca ha dichiarato di voler sostenere le coperture assicurative e di poter mettere a disposizione navi per scortare le petroliere, ma secondo Columbia Threadneedle Investments resta incerto quanto rapidamente queste misure possano essere implementate. Se le interruzioni dovessero proseguire, i vincoli di stoccaggio diventerebbero stringenti, costringendo i produttori a fermare l’offerta indipendentemente dalla domanda.

Le conseguenze sono già visibili. Come osserva Columbia Threadneedle Investments, l’Iraq ha ridotto la produzione di circa 1,5 milioni di barili al giorno, mentre Kuwait ed Emirati stanno tagliando output per gestire lo stoccaggio. L’Arabia Saudita continua a esportare circa 7,2 milioni di barili al giorno attraverso lo Stretto, ma utilizza anche un oleodotto alternativo verso il Mar Rosso. Tuttavia, anche queste rotte non sono prive di rischi, evidenziando come le soluzioni logistiche alternative restino fragili.

Sul fronte della raffinazione, la situazione è altrettanto complessa. Normalmente circa 4 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati transitano nello Stretto, ma la produzione ha già subito contraccolpi. Diverse raffinerie mediorientali sono state attaccate, mentre il Kuwait ha ridotto l’attività per limiti di stoccaggio. Anche in Asia si registrano tagli produttivi. Come sottolinea Columbia Threadneedle Investments, i prezzi di gasolio e carburante per aerei sono aumentati significativamente, riflettendo un’offerta più limitata.

In Europa, i prezzi del gas naturale sono saliti, aumentando i costi di raffinazione, mentre negli Stati Uniti l’aumento è stato più contenuto, migliorando la competitività degli operatori americani. Questo ha portato a una sovraperformance dei titoli della raffinazione statunitense, con il mercato impegnato a ridefinire vincitori e perdenti regionali.

Gas, servizi petroliferi e impatto globale

Il petrolio non è l’unico fattore critico. Columbia Threadneedle Investments evidenzia che anche il gas naturale liquefatto sta contribuendo a complicare il quadro. I prezzi internazionali del gas sono aumentati dopo l’interruzione della produzione di GNL da parte di QatarEnergy, pari a circa il 20% dell’offerta globale, a seguito di un attacco.

Secondo Columbia Threadneedle Investments, l’arresto era inevitabile per la mancanza di rotte alternative e la limitata capacità di stoccaggio. La riattivazione richiederà settimane, e il ritorno alla piena capacità ancora più tempo. Questo restringe ulteriormente i bilanci globali del gas e aumenta i costi per le regioni importatrici. Gli esportatori statunitensi beneficiano di uno spread di prezzo più ampio, mentre le aziende esposte al GNL qatariota affrontano pressioni sui flussi di cassa nel breve periodo.

L’insicurezza energetica sta rafforzando le pressioni inflazionistiche al di fuori degli Stati Uniti. Parallelamente, spiega Columbia Threadneedle Investments, le società di servizi petroliferi stanno registrando un andamento negativo nonostante l’aumento del greggio. Il Medio Oriente è una regione chiave per questo settore, ma le operazioni risultano sempre più compromesse.

Voli cancellati, ambasciate chiuse e lavoratori costretti a rifugiarsi hanno portato alla sospensione di attività offshore in alcune aree. Le chiusure dei pozzi e i disservizi operativi stanno rallentando il settore, dimostrando che prezzi più alti non sempre si traducono in benefici immediati.

Il conflitto in Iran ha quindi trasformato il rischio geopolitico in una concreta interruzione dell’approvvigionamento. Con il traffico nello Stretto di Hormuz quasi fermo, i vincoli di stoccaggio stanno forzando le chiusure, i margini di raffinazione si ampliano in modo disomogeneo e i prezzi dell’energia trasmettono nuovamente il rischio inflattivo all’economia globale. Come conclude Columbia Threadneedle Investments, la vera questione non è più se il petrolio reagirà, ma quanto dureranno le perturbazioni fisiche e se gli shock energetici innescheranno un inasprimento finanziario più ampio.

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