Delisting record da Piazza Affari, il paradosso che ridisegna non solo l'Italia ma tutta Europa

Dallo scorso anno al giorno prima del conflitto in Medio Oriente si sono visti una serie di nuovi massimi per la capitalizzazione di Piazza Affari, ma il numero di società quotate continua a scendere. Un apparente controsenso che rivela una trasformazione profonda del mercato dei capitali. Tra delisting, operazioni straordinarie e fuga verso altri ecosistemi finanziari, emerge una crisi strutturale che coinvolge tutta l’Europa.
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Un mercato più ricco ma sempre più vuoto
Mentre i listini brindavano a record storici, le sale operative di Milano osservano un silenzioso esodo. I dati del 2025 dipingono un quadro apparentemente trionfale: la capitalizzazione complessiva di Piazza Affari ha infranto il tetto dei 1.077 miliardi di euro, portando il rapporto tra valore di mercato e Pil a un solido 48%. Tuttavia, come si legge nella nota di Gabriel Debach, market analyst di eToro, dietro la facciata dei grandi numeri, l'ecosistema si sta desertificando. Il numero di società quotate su Euronext Milan è scivolato a 198 unità, un minimo storico rispetto alle 209 di fine 2024.
Il mercato vale di più, ma ospita meno protagonisti. Se il valore cresce, perché le eccellenze industriali scelgono la via del delisting? Non è una contraddizione, secondo Debach, ma è una trasformazione, e forse anche il punto di partenza corretto per leggere il fenomeno.
Il tema non è che le aziende stanno lasciando la Borsa. Il tema è che, sempre più spesso, non trovano nella Borsa il posto giusto per stare. Per capirlo basta uscire dai numeri aggregati e guardare ai casi concreti.
Recordati e il nodo delle valutazioni
Recordati è il punto di partenza più chiaro nell'analisi di eToro, anche se l’operazione è ancora nella fase embrionale. Nel 2025 la società ha continuato a crescere con numeri solidi: ricavi +11,8%, Ebitda +14,5%, margine Ebitda al 37,8%, utile adjusted +14,5%, free cash flow oltre 550 milioni. Una storia ordinata, trainata dalle malattie rare e dalla forte esposizione agli Stati Uniti. Non è un’azienda in difficoltà.
Eppure, negli anni il mercato non ha accompagnato questa crescita con un’espansione dei multipli. Il prezzo segue, ma il salto nelle valutazioni non arriva. O meglio, spiega Debach, Recordati è stata premiata, ma non rivalutata. Per capire il concetto, basta guardare agli ultimi dieci anni.
Mentre le aspettative sugli utili più che triplicavano, i multipli si comprimevano. Il mercato ha incorporato la crescita nel prezzo, ma pagando progressivamente meno ogni euro di utili. In altre parole, sintetizza Debach, la performance del titolo è stata guidata dalle revisioni degli utili, non da un’espansione delle valutazioni.
Qui si inserisce la mossa di CVC. Una manifestazione di interesse non vincolante a circa 52 euro per azione, con una valutazione intorno agli 11 miliardi, ancora embrionale e soggetta a due diligence e ricerca di partner. Non è un ingresso nuovo, osserva Debach, ma un tentativo di sblocco dopo sette anni di presenza. Se il mercato non esprime pienamente il valore, si prova a costruirlo fuori dal mercato.
Tod’s, Exor e le diverse vie di uscita
Poi abbiamo l’esempio Tod’s, che rappresenta una dinamica diversa. Qui il tema non è una crescita non premiata, sottolinea Debach, ma una trasformazione difficile da gestire in un contesto quotato: riposizionamento del brand, revisione della distribuzione, lavoro sulla marginalità. Percorsi lunghi e non lineari. Il mercato domestico, ma non solo, tende a essere poco paziente su queste storie. Non è che non paga abbastanza, è che non aspetta abbastanza. L’uscita dal listino, evidenzia Debach, diventa quindi una scelta operativa: meno pressione, più tempo, maggiore libertà di esecuzione.
Exor introduce un terzo livello. Non esce dal mercato. Cambia mercato. La scelta di Amsterdam è una scelta di ecosistema per Debach: governance, flessibilità, accesso a capitale globale. Il mercato pubblico resta centrale, ma non necessariamente quello italiano.
Il consolidamento strategico introduce infine un quarto livello. Non è il private equity che ottimizza multipli, né l’imprenditore che cerca pazienza, né il cambio di piazza. Come si legge nella nota di eToro, è la logica di integrazione industriale o di rafforzamento del controllo. Esempi recenti e ancora in corso: Intermonte con Banca Generali, illimity con Banca Ifis, la fusione per incorporazione di Mediobanca in MPS, con delisting entro fine anno, e l’OPAS totalitaria di Poste Italiane su TIM.
In tutti questi casi, puntualizza Debach, il valore resta nel sistema, ma esce dal mercato pubblico. Quattro traiettorie diverse, una direzione comune.
Un Borsa che diventa fase intermedia e non destinazione
A livello più ampio, osserva Debach, il fenomeno del delisting non è omogeneo. Ci sono operazioni guidate da fondi o gruppi industriali, uscite volontarie da parte degli imprenditori, casi legati a difficoltà aziendali e operazioni di riorganizzazione o fusione. Ma al di là delle differenze, emerge un elemento comune: nel 2025 le uscite da Piazza Affari hanno superato in modo netto le nuove ammissioni, 30 contro 21.
Il punto, sottolinea Debach, non è solo il saldo negativo. È la natura dei movimenti: da un lato piccole società che entrano per finanziare la crescita, dall’altro aziende che escono attraverso OPA e operazioni straordinarie. La Borsa smette di essere un punto di arrivo stabile e diventa una fase intermedia nel ciclo di vita delle imprese.
A questo punto, evidenzia Debach, il tema cambia scala. Non è più solo un problema italiano. È un problema regionale. Negli Stati Uniti il mercato dei capitali è un’infrastruttura attiva: finanzia crescita, anticipa le storie, sostiene multipli anche in presenza di incertezza. In Europa continentale, e in Italia in particolare, precisa Debach, il mercato tende a essere più passivo. Prezza il presente, ma raramente compete per il futuro.
Europa in difficoltà tra capitali mobili e fuga di valore
Ma è un problema anche di competizione tra mercati. Il capitale privato è diventato un’infrastruttura parallela, globale e liquida. La Borsa non è più un passaggio obbligato. È una scelta, secondo Debach. E quando diventa una scelta, deve offrire un vantaggio competitivo chiaro. Se non lo fa, perde centralità.
Questo, spiega Debach, non significa che il privato sia superiore. Il private equity porta flessibilità, ma anche leva e orizzonti più brevi. Il mercato pubblico offre disciplina e trasparenza. Il punto è che il mercato pubblico sta perdendo capacità di competere. Le conseguenze, rimarca Debach, sono strutturali: meno società quotate significa meno profondità, meno diversificazione, maggiore concentrazione e minore rappresentatività dell’economia reale.
Allo stesso tempo, spiega Debach, una parte delle uscite è razionalizzazione. Non è un esodo. È una selezione.
Ma non è solo quante aziende stanno lasciando la Borsa. È se la Borsa è ancora il posto dove un’azienda sceglie di diventare grande. Perché oggi, a seconda dei casi, secondo Debach, non paga abbastanza, non aspetta abbastanza, non compete abbastanza o semplicemente non serve più.
Fermarsi all’Italia sarebbe un errore. Negli ultimi dieci anni, si legge nel report di eToro, aziende tecnologiche europee per circa 1.200 miliardi di euro di valore hanno lasciato il continente, tra quotazioni all’estero e acquisizioni da parte di operatori non europei. Una parte rilevante, circa 700 miliardi, è legata direttamente a IPO fuori dall’Europa o a buyout da parte di soggetti internazionali.
Il punto non è solo finanziario. Quando una società europea sceglie di quotarsi negli Stati Uniti, non cambia solo mercato. Cambia il proprio centro di gravità, spiega Debach, spesso in modo permanente. Questo significa spostare capitale, competenze, relazioni e capacità di generare nuove aziende.
In questo contesto, evidenzia Debach, l’Italia non è un’eccezione. È un caso più visibile. Combina tutte le fragilità: minore profondità del mercato, minore presenza di capitale domestico, maggiore concentrazione proprietaria. Ma la direzione è comune.
Il problema non è che le aziende escono. È che l’Europa fatica a trattenere e far crescere le proprie aziende nei mercati pubblici. E se la risposta alla competitività dei mercati europei non è chiaramente positiva, conclude Debach, il delisting non è il problema. È solo il sintomo visibile di un riequilibrio molto più profondo.
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