Dow Jones a 100.000, perché Trump punta sull’indice più iconico di Wall Street

10/02/2026 10:45
Dow Jones a 100.000, perché Trump punta sull’indice più iconico di Wall Street

Donald Trump rilancia una soglia simbolica capace di riaccendere il dibattito sui mercati: Dow Jones a 100.000 punti. Un livello che va oltre le metriche tradizionali e che rimette al centro un indice storico, spesso criticato ma ancora carico di significati politici e finanziari. Dietro questa scelta si intrecciano struttura dell’indice, rotazioni settoriali e il ritorno di strategie come i Dogs of the Dow.

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La soglia dei 100.000 punti e il significato politico-finanziario

Centomila punti. È il numero che Donald Trump ha rimesso al centro della scena parlando dell'indice americano Dow Jones. Non una stima probabilistica né un intervallo, ma una soglia netta, fortemente simbolica, in grado di riportare l’indice più antico e iconico di Wall Street al centro del dibattito ben prima che dei modelli previsionali. Come si legge nel report di Gabriel Debach, market analyst di eToro, il valore evocativo del numero conta quasi più della sua realizzabilità nel breve termine.

Tradotto in termini quantitativi, per raddoppiare dai livelli attuali entro la fine di un mandato servirebbe un CAGR superiore al 26%, ben distante sia dal 14% medio degli ultimi tre anni, sia dal 7% storico su orizzonti decennali o ventennali. Un ritmo quasi quattro volte superiore alla norma, compatibile solo con fasi eccezionali di mercato. Ed è proprio sull’idea di eccezionalità che, secondo Debach, vale la pena soffermarsi.

La questione centrale non è se il Dow possa continuare a salire, ma perché, in un contesto simile, Trump scelga di esporsi proprio sul Dow Jones e non sull’S&P 500 o sul Nasdaq. Come sottolinea Debach, celebrare nuovi record è una pratica comune, mentre mettere nero su bianco una previsione esplicita è molto meno frequente. La risposta non è solo simbolica o legata alla storia dell’indice, ma soprattutto strutturale.

La struttura del Dow e la concentrazione settoriale

Il Dow Jones è un indice price-weighted, non ponderato per capitalizzazione come l’S&P 500. Questa caratteristica lo rende profondamente diverso sia nella costruzione sia nel messaggio che trasmette. È fortemente esposto ai settori finanziari e industriali tradizionali, il cui peso combinato supera il 44%, più del doppio rispetto al peso analogo nell’S&P 500, fermo intorno al 21%. Una struttura che lo rende intrinsecamente più sensibile a deregolamentazione bancaria, stimolo fiscale e ciclo industriale, e molto meno dipendente dall’espansione dei multipli del settore tecnologico.

Ed è proprio qui che, secondo Debach, si annida uno degli errori interpretativi più comuni. Si tende a pensare che Nvidia, Apple o Microsoft siano i veri driver dell’indice. Non è così.

Il Dow resta un indice composto da sole 30 grandi società statunitensi, selezionate per rappresentare l’economia reale più che il mercato azionario nel suo complesso. I pesi dipendono esclusivamente dal prezzo delle azioni, non dalla capitalizzazione. Questo meccanismo privilegia i titoli con quotazioni elevate e concentra l’indice sulle componenti più “costose”.

Al 9 febbraio 2026, secondo i dati sugli holdings dell’ETF DIA, il peso maggiore è detenuto da Goldman Sachs con l’11,4%, seguita da Caterpillar all’8,9%, mentre Microsoft pesa solo il 4,9%. Con quotazioni nell’ordine dei 943 dollari per Goldman e 742 dollari per Caterpillar, contro i circa 190 dollari di Nvidia, la distorsione verso financials e industrials appare evidente.

Il risultato, evidenzia Debach, è un indice sbilanciato, fortemente legacy, che esclude una parte rilevante dell’economia moderna dominata da big tech cap-weighted. È proprio questa struttura a renderlo al tempo stesso un benchmark storico e iconico, ma anche sempre più criticato per la scarsa rappresentatività dell’economia contemporanea.

Non a caso, al 9 febbraio 2026, la performance YTD del Dow Jones Industrial Average si attesta a +4,3%. Un progresso apparentemente solido, anche perché 23 titoli su 30 risultano in rialzo. Ma, come ricorda Debach, in un indice price-weighted il movimento non è mai realmente corale: è concentrato.

A livello settoriale, gli Industrials rappresentano il vero motore del movimento, con un contributo di circa 320 punti base e un rendimento intorno al 18%. I Consumer Staples aggiungono circa +53 punti base, grazie soprattutto a Walmart e Procter & Gamble. Il settore Health Care contribuisce per circa +51 punti base, sostenuto da Amgen e Johnson & Johnson. I Financials restano in territorio positivo, ma con un contributo più contenuto, nonostante il peso elevato all’interno dell’indice.

Dogs of the Dow, rotazione value e limiti strutturali

È in questo contesto che si inserisce la strategia Dogs of the Dow, che nel 2026 sta registrando una performance YTD del 9,3%, nettamente superiore al +4,3% del Dow. Come spiega Debach, il paniere, composto da Verizon, Chevron, Johnson & Johnson, Amgen, Merck, Coca-Cola, Home Depot, Procter & Gamble, Nike e UnitedHealth, replica uno schema già osservato in fasi storiche di rotazione value, come il 2016 o il 2022.

I principali driver del 2026 sono Chevron (+19,8%), Verizon (+17,4%), Johnson & Johnson (+15,3%), Amgen (+14,8%) e Coca-Cola (+11,5%), che spingono la mediana oltre l’11% e compensano ampiamente i detrattori. UnitedHealth resta l’unico vero contributo negativo, mentre Nike ha un impatto marginale.

Lo storico ricorda però la natura intrinsecamente ciclica dei Dogs of the Dow. Secondo l’analisi di eToro, la strategia tende a sovraperformare in fasi di incertezza, reflazione e mean reversion value, ma sottoperforma sistematicamente nei bull market dominati da growth e tecnologia. È una strategia resiliente, ma non strutturalmente vincente su orizzonti prolungati.

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C’è inoltre un elemento che completa il quadro. I Dogs of the Dow non sono il Dow. Sono dieci titoli che oggi pesano circa il 23,8% dell’indice. Non includono nessuno dei tre titoli più pesanti per weight, ma includono tutti e tre quelli in coda alla classifica dei pesi, Coca-Cola, Nike e Verizon. Per costruzione, si collocano quindi fuori dal baricentro price-weighted dell’indice. Non a caso, Caterpillar e Honeywell, protagonisti assoluti del rally YTD del Dow, non fanno parte dei Dogs.

I Dogs intercettano la rotazione value e il premio al dividend yield, non il momentum dei titoli industriali ad alto prezzo. Allo stesso tempo, il legame con la fase di mercato resta evidente. Tra i primi dieci titoli per performance YTD all’interno delle 30 componenti del Dow, cinque sono anche Dogs. Un segnale chiaro di fase, che secondo Debach riflette una convergenza temporanea tra high yield e migliori performer, tipica delle rotazioni pro–economia reale.

L’outperformance dei Dogs oggi è reale, ma racconta una storia diversa dal semplice “Dow forte”. Racconta, secondo Debach, un mercato che sta premiando dividendi, difensivi e value, mentre il Dow, per struttura, resta dominato da pochi titoli costosi che non coincidono con quella selezione.

Ed è qui il punto chiave. In un’era dominata da capex, intelligenza artificiale e produttività, il ritorno alla celebrazione del dividend yield segnala un cambio di fase. Ma la vera domanda, come conclude l’analisi di eToro, non è se i Dogs funzionino oggi. È se continuare a basare le aspettative su strategie meccaniche costruite su un indice strutturalmente distorto non rischi di sottostimare la ciclicità effimera dei factor tilt e di perpetuare un bias nostalgico verso la mean reversion americana, quando approcci globali, diversificati e factor-tilted possono catturare trend secolari più robusti, con maggiore efficienza e minore dipendenza da benchmark legacy sempre più scollegati dall’economia globale reale.

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