El Niño minaccia ondate inflazionistiche guidate dalle materie prime

El Niño torna a minacciare l’economia globale in un momento già segnato da tensioni geopolitiche e pressioni sui prezzi dell’energia. Tra raccolti a rischio, fertilizzanti più costosi e domanda crescente di biocarburanti, il fenomeno climatico potrebbe innescare una nuova impennata dei prezzi alimentari, alimentando inflazione e timori di stagflazione nei prossimi anni.
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L'effetto climatico noto come El Niño, un riscaldamento periodico e naturale dell'Oceano Pacifico, minaccia di far aumentare le temperature globali nei prossimi mesi e di scatenare condizioni meteorologiche estreme. Secondo le previsioni dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), il suo arrivo è previsto tra giugno e agosto, con una probabilità del 90% che persista fino a novembre.
Come si legge nell’analisi a cura di David Rees, Head of Global Economics di Schroders, El Niño può avere un impatto sull'economia globale in molti modi: in passato, infatti, vari episodi hanno alterato i livelli dell'acqua nel Canale di Panama, frenato la produzione di energia idroelettrica e scatenato inondazioni e siccità fuori stagione in tutto il mondo. Tali effetti avrebbero ripercussioni sulla produzione alimentare.
Ondate successive di inflazione, guidate dai prezzi delle materie prime, aumentano il rischio che le pressioni sui prezzi si radichino, e coinciderebbero con altri fattori economici e geopolitici sfavorevoli. Ciò, spiega Schroders, potrebbe tradursi in un'ulteriore svolta populista, in particolare in Europa, in vista di scadenze elettorali chiave in tutto il continente.
Il legame tra El Niño e l'inflazione dei prezzi alimentari
Le ricerche precedenti di Schroders dimostrano che non esiste un legame forte e diretto tra le misurazioni di El Niño (e di La Niña, il nome dato al fenomeno opposto di raffreddamento) e i prezzi dei prodotti agricoli. L'Oceanic Niño Index (ONI) traccia le deviazioni delle temperature superficiali del Pacifico rispetto ai livelli medi ed è il principale punto di riferimento per valutare l'intensità degli eventi di El Niño e La Niña.
Tuttavia, le analisi di Schroders mostrano anche che la correlazione migliora nettamente se si esclude l'effetto dei prezzi dell'energia dagli indici alimentari globali. Dopotutto, storicamente esiste uno stretto rapporto tra i prezzi dei prodotti alimentari e quelli dell'energia, dovuto all'impatto dei costi di trasporto e alla produzione di fertilizzanti, che richiede un uso intensivo di energia.
La figura qui sotto mostra che un aumento dell'Oceanic Niño Index di solito si traduce in prezzi alimentari globali più elevati.
Fonte – LSEG Datastream
Se le correlazioni passate dovessero restare valide, osserva Schroders, un El Niño molto forte implicherebbe un raddoppio dei prezzi alimentari globali rispetto ai livelli attuali nel corso del prossimo anno o poco più.
Naturalmente, nessuna di queste relazioni è mai perfetta. In effetti, l’analisi dell'ONI di Schroders ha finito per sovrastimare l'impatto di El Niño sui prezzi dei prodotti alimentari nel 2023, evidenziando la difficoltà nel prevedere sia il meteo che i raccolti agricoli.
Carenza di fertilizzanti e domanda di biocarburanti amplificano il probabile impatto di El Niño
Questa volta, sottolinea Schroders, la minaccia di un potente El Niño si aggiunge ad altri fattori che già di per sé suggeriscono che i prezzi dei generi alimentari siano destinati ad aumentare nei mesi a venire.
In primo luogo, spiega Schroders, stiamo già assistendo a temperature globali estreme quest'anno. Verso la fine di maggio, oltre il 50% degli Stati Uniti era colpito dalla siccità, con circa 250 milioni di acri di colture interessati. Le temperature estreme non si limitano agli Stati Uniti. Un'ondata di calore senza precedenti ha travolto il continente europeo a maggio, mentre in alcune zone dell'India le temperature hanno superato i 40 °C.
In secondo luogo, puntualizza Schroders, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha avuto un impatto devastante anche sulla fornitura globale di fertilizzanti. Circa un terzo dell'urea globale proviene da questa regione e viene spedito attraverso lo Stretto. I prezzi dell'urea sono raddoppiati dall'inizio del conflitto, il che implica un forte aumento dei prezzi per alcuni gruppi di prodotti alimentari.
Il rischio per la produzione agricola, precisa Schroders, è più acuto laddove le scorte di fertilizzanti non sono state assicurate prima del conflitto, e per le colture ad alto fabbisogno di nutrienti che entrano nelle loro fasi chiave di sviluppo proprio quando l'intensità di El Niño raggiunge il picco. La confluenza di questi fattori di rischio è visibile in modo chiarissimo per riso, grano, zucchero e cacao.
El Niño porta tipicamente piogge monsoniche più deboli e un caldo superiore alla norma nelle aree di coltivazione dell'Asia meridionale, mentre l'Africa occidentale affronta il rischio di condizioni più secche e venti di Harmattan più forti, con un impatto sulla produzione di cacao. Per quanto riguarda il grano, evidenzia Schroders, si prevede che la superficie coltivata in Australia subirà un forte calo, con una produzione potenzialmente in diminuzione di circa 9 milioni di tonnellate nel 2026/27.
Lo zucchero appare particolarmente esposto per Schroders. I precedenti eventi di El Niño hanno visto la produzione in India e Thailandia crollare del 20-30%, spingendo i principali produttori verso l'importazione netta e facendo lievitare i prezzi. Questa volta l'impatto potrebbe essere ancora più pronunciato, poiché una quota maggiore di scorte di zucchero viene dirottata verso la produzione di etanolo. La domanda di biocarburanti è rafforzata dallo shock petrolifero in Medio Oriente, aumentando l'utilizzo di zucchero, mais e oli di soia. I prezzi dei prodotti alimentari hanno iniziato a salire, suggerendo che la stretta sulle forniture di fertilizzanti sta cominciando a ripercuotersi sui listini, e l'impatto potrebbe essere aggravato da condizioni di coltivazione più difficili.
Tutto ciò potrebbe accentuare la tendenza stagflativa che stiamo già osservando nell'economia globale, man mano che i prezzi più elevati dell'energia si trasferiscono sui consumatori. Ad esempio, spiega Schroders, se questa confluenza di fattori facesse aumentare l'indice dei prezzi alimentari della FAO del 50% entro la fine dell'anno, i consueti ritardi temporali farebbero sì che l'inflazione alimentare nel G7 toccherebbe probabilmente la doppia cifra nel 2027, abbastanza da aggiungere oltre un punto percentuale all'inflazione generale.
Sebbene l'importanza dei beni alimentari all'interno dei panieri dei prezzi al consumo vari a seconda dei diversi mercati (oscillando tra appena il 10-15% nei mercati sviluppati e il 25% o più in quelli emergenti) un'ondata di inflazione alimentare, arrivando proprio mentre si attenua l'attuale shock inflazionistico dell'energia, manterrebbe sotto pressione i redditi reali e frenerebbe i consumi più a lungo.
Ondate successive di inflazione, piuttosto che uno shock immediato e isolato, aumentano il rischio di esiti negativi. Uno di questi è che, secondo Schroders, più a lungo l'inflazione rimane elevata, maggiore è la probabilità di effetti di secondo impatto sui salari, il che potrebbe far sì che le pressioni sui prezzi si radichino nel sistema.
La figura qui sotto mostra come un'ondata di inflazione alimentare potrebbe colpire l'economia globale proprio mentre si attenua lo shock dei prezzi dell'energia.
Fonte – LSEG Datastream
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