FED: la politica monetaria dipenderà sempre di più dalla dinamica del lavoro


La FED terrà conto dei dati, ma non dimentica la crescita salariale perché vuole evitare il ripetersi il rincorrersi di salari e prezzi.

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM


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Produzione industriale dell’Europa MoM di luglio in uscita oggi alle 11:00 (stima -0,7% contro +0,5% di giugno). Alle 14:30 è invece attesa l’inflazione MoM USA di agosto la cui stima è di un +0,6% che porterebbe il tendenziale annuo al 3,6%. Se le stime dovessero essere confermate, sarebbe il secondo mese di rialzo, dopo che la stessa aveva toccato il 3% a giugno. Ovvio che non sarebbe una buona notizia, perché per i mercati allontanerebbe la pausa agli aumenti dei tassi.

Ieri l’indice ZEW di settembre è risultato migliore rispetto alle attese (-11,4 contro -15 punti atteso e -12,3 di agosto). Pur essendo ancora negativa, la fiducia delle imprese sembra comunque migliorare leggermente.

I titoli azionari hanno chiuso la settimana in ribasso poiché le nuove richieste di sussidio di disoccupazione sono state inferiori alle previsioni e una crescita più forte del previsto sul fronte dei servizi dell’economia ha sollevato le preoccupazioni degli investitori sulla necessità che la FED possa aumentare ulteriormente i tassi per raggiungere i target di inflazione. La frequente rotazione negli ultimi mesi tra gli investitori che esultano per un potenziale atterraggio morbido e che temono un’economia ancora troppo forte, evidenzia il percorso insolito che l’economia ha seguito durante la ripresa post covid.

Mentre alcuni settori dell’economia (come i servizi) sono rimasti forti e continuano a sostenere il clima economico generale, il settore manifatturiero si è rivelato debole. Del resto, gli anticipatori di ciclo stanno segnalando da mesi la debolezza economica e indicano che potremmo avvicinarsi ad una recessione in un futuro neanche troppo lontano.

Powell ha continuato ad attenersi attentamente al suo copione secondo cui la FED continuerà ad adottare un approccio basato sui dati quando prenderà le future decisioni sui tassi. Anche se siamo convinti che la FED terrà conto dei dati, riteniamo che continuerà ad essere particolarmente sensibile soprattutto alla crescita salariale nel tracciare il percorso della politica monetaria.

La FED teme infatti che salari elevati possano portare a una ripetizione del periodo di elevata inflazione che si è verificato dal 1966 al 1982. Quel periodo è stato caratterizzato da una spirale salari-prezzi in cui i salari in aumento sono stati utilizzati per pagare prezzi sempre crescenti. Un ritorno alla dinamica degli anni ’70 e dei primi anni ’80 è la preoccupazione principale e il motivo per cui la FED si concentra intensamente sulla tensione del mercato del lavoro.

Nel corso di una intervista il presidente della Fed di New York, Williams, ha dichiarato che la crescita salariale compatibile con l’obiettivo della FED di un’inflazione annua del 2% è compresa tra il 3,25% e il 3,5% (decisamente sotto l’ultima lettura del 4,5% dal Bureau of Labor Statistics). Il che significa che quanto le pressioni salariali si allenteranno, la disoccupazione potrebbe raggiungere il 4%.

C’è qualcosa che potrebbe alleviare le pressioni salariali? Si. E’ un aumento sostenuto della produttività o un forte aumento del numero di lavoratori disponibili. Non abbiamo però ancora visto prove significative che suggeriscano che sia probabile che si verifichi un miglioramento duraturo in entrambe le misure. Questo fa sì che la diminuzione della domanda di lavoro rappresenti la leva più probabile per ridurre le pressioni salariali. E per raggiungere questo obiettivo, riteniamo che la FED manterrà probabilmente i tassi elevati a lungo e magari li aumenti ulteriormente nei prossimi mesi. Se questo dovesse servire.

Sebbene gli aumenti di 525 punti base negli ultimi 18 mesi abbiano interessato diversi settori dell’economia, come quello immobiliare, riteniamo che il pieno impatto non sia ancora stato avvertito. Inoltre, più a lungo i tassi di interesse resteranno ai livelli attuali o più alti, maggiore sarà l’effetto cumulativo sull’economia. Questo perché nell’attuale range del 5,25% - 5,5%, i tassi di interesse sono ben superiori al cosiddetto tasso naturale, che è definito come il tasso di interesse che non è né restrittivo né espansivo. Le stime attuali del tasso naturale lo fissano ad un livello intorno al 2,5%, il che significa che ai livelli attuali i tassi agiscono come un freno sull’economia.

Fortunatamente, l’impennata dei prezzi alimentata dal Covid si è in gran parte attenuata, il che dovrebbe fornire alla FED spazio per tagliare i tassi e attenuare il colpo nel caso in cui una recessione economica iniziasse a prendere slancio.

Per cercare di capire lo stato dell’economia USA, facciamo riferimento al Beige Book. L’ultima pubblicazione ha mostrato che nel complesso la crescita economica è stata modesta. La spesa turistica è stata più forte del previsto, anche se la maggior parte degli intervistati ritiene che l’aumento rappresenti l’impennata finale della domanda di viaggi repressa a causa del COVID. Inoltre, alcuni distretti della FED hanno riferito che la spesa al dettaglio sta mostrando segni di rallentamento, probabilmente a causa dell’esaurimento dell’eccesso di risparmi. La maggior parte della diminuzione riguarda le spese non essenziali.

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