Fed preview: tassi fermi, ma il comunicato e Powell sono i veri market mover

La Federal Reserve si avvicina al primo appuntamento di politica monetaria del 2026 in un contesto di apparente stabilità sui tassi, ma con mercati estremamente sensibili a ogni sfumatura di linguaggio. Anche senza interventi sul costo del denaro, comunicato e conferenza stampa possono ridefinire le aspettative su inflazione, crescita e traiettoria dei mercati finanziari.
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Una Fed in pausa, ma occhio al messaggio
La riunione del FOMC che inizierà questa sera e terminerà domani si presenta, almeno sulla carta, come un meeting di transizione. I tassi sono attesi invariati, con la decisione e lo statement in calendario il 28 gennaio alle 20:00 italiane, seguiti dalla conferenza stampa di Jerome Powell alle 20:30. Nella pratica, però, l’appuntamento resta potenzialmente market mover, perché in una fase di tassi elevati e aspettative fragili basta poco per spostare curva dei rendimenti, dollaro e azionario. Come si legge nella nota di Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, più del “cosa farà” la Fed conterà il “cosa lascerà intendere”.
Lo scenario di base è quello di una banca centrale orientata a prendere tempo, valutando il bilanciamento tra disinflazione in corso e solidità del mercato del lavoro. Se Powell dovesse ribadire che servirà più evidenza prima di qualsiasi taglio, la narrativa “higher for longer” resterebbe dominante. Se invece riconoscesse progressi più convincenti sul fronte inflattivo, il mercato tornerebbe a prezzare con maggiore convinzione tagli nel corso del 2026, subordinati ai dati.
Statement e Powell, dove si gioca davvero la partita
In questa riunione non sono previste né nuove proiezioni macro né dot plot, che torneranno centrali solo a marzo. Di conseguenza, spiega Diodovich, l’intero peso comunicativo ricade su statement e conferenza stampa. Le modifiche attese nel comunicato, seppur marginali, potrebbero concentrarsi su tre aree chiave.
Sul mercato del lavoro, puntualizza Diodovich, il linguaggio potrebbe evolvere da formule più rigide a toni leggermente più neutrali, segnalando una moderazione della crescita occupazionale senza evocare un deterioramento. Sull’inflazione, non è esclusa un’attenuazione del tono, passando da riferimenti a pressioni ancora elevate a un riconoscimento più esplicito del processo di raffreddamento in atto, pur ribadendo che il livello resta sopra il target. Il vero snodo resta però il bilanciamento dei rischi, dove la Fed può scegliere se mantenere un accento prudente sul lato crescita o adottare una formulazione più simmetrica, utile a giustificare la pausa senza vincolarsi su tempistiche future.
In conferenza stampa, osserva Diodovich, l’attenzione si concentrerà sulle risposte di Powell a tre domande implicite. Quale combinazione di dati renderebbe la Fed sufficientemente “confortevole” per cambiare rotta. Quanto contano le condizioni finanziarie, dai rendimenti al credito, dal dollaro all’azionario, nel processo decisionale. E soprattutto quanto la Fed teme un ritorno dell’inflazione, individuando eventuali segnali di allerta nei servizi, nei salari o nelle aspettative.
Leadership, pressione politica e reazione dei mercati
Il meeting si inserisce inoltre in un contesto istituzionale delicato. Il dibattito sul futuro della leadership della Fed resta aperto, con indiscrezioni sempre più frequenti sui nomi in circolazione e sul possibile aumento della pressione politica sulla banca centrale. Secondo le valutazioni di mercato, riportate da IG Italia, un eventuale cambio di rotta sui tassi potrebbe materializzarsi solo con l’insediamento di un nuovo presidente, a partire dalla riunione di giugno. Nelle ultime settimane, le voci di Wall Street indicano Rick Rieder, responsabile del Fixed Income di BlackRock, come uno dei candidati più accreditati.
A rendere il quadro più sensibile contribuiscono anche i casi istituzionali che coinvolgono la Fed. Da un lato, sottolinea Diodovich, il dossier su Lisa Cook, con la Corte Suprema che sembra cauta nel creare precedenti sulla rimozione politica di un governatore. Dall’altro, i subpoena del Dipartimento di Giustizia legati al presidente Powell, connessi al progetto di ristrutturazione degli edifici della Fed. Anche senza sviluppi immediati, questi elementi aumentano la reattività dei mercati a qualsiasi segnale percepito come una minaccia all’indipendenza della banca centrale.
Due scenari opposti per dollaro, Treasury ed equity
In termini di mercato, il bivio è chiaro per Diodovich. Uno scenario hawkish, con un messaggio focalizzato su tagli non imminenti e inflazione ancora rischio, tenderebbe a spingere al rialzo i rendimenti, soprattutto sul tratto 2-5 anni, rafforzare il dollaro e comprimere i multipli dell’azionario growth e tecnologico, favorendo rotazioni verso settori più difensivi. Uno scenario più dovish, che riconosca progressi convincenti e lasci la porta aperta a un allentamento condizionato ai dati, avrebbe l’effetto opposto: rendimenti in calo, dollaro più debole e supporto all’azionario, con benefici evidenti per i titoli growth e il credito.
In una fase come questa, conclude Diodovich, la Fed non ha bisogno di tagliare i tassi per muovere i mercati. Basta una frase, una sfumatura, una pausa diversa del solito. È per questo che, anche con tassi fermi, il 28 gennaio resta uno degli appuntamenti più delicati dell’inizio 2026.
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