Fiammata del petrolio con il conflitto in Iran

Fiammata del petrolio con il conflitto in Iran

La chiusura dello Stretto di Hormuz sta impedendo il passaggio di un’importante quota dell’offerta mondiale di greggio e ora tutti si chiedono quanto durerà il conflitto.

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Quotazioni del petrolio in forte rialzo

Fiammata del petrolio e dei beni rifugio come reazione all’attacco effettuato dagli Stati Uniti insieme a Israele nel corso del weekend verso l’Iran, con la rappresaglia del Paese arabo che sta avendo effetti violenti sui mercati finanziari.

Sotto tiro soprattutto i prezzi del petrolio, schizzati stamattina fino a guadagnare il 13%: il Brent arriva a superare quota 81 dollari al barile, mentre il greggio WTI si portava ad un soffio dai 75 dollari.

In crescita anche l’oro, con un picco toccato a 4.624 dollari (spot), e l’argento, salito a 96,40 dollari l’oncia (spot). Acquisti anche sui treasury USA e il decennale scendeva ai minimi di 11 mesi.

L'impatto del conflitto

Dopo gli attacchi di USA e Israele contro l’Iran, Teheran lanciava missili in tutta la regione, sollevando i timori che il conflitto possa allargarsi e potenzialmente coinvolgere i Paesi vicini, e il presidente Donald Trump ha dichiarato che il conflitto potrebbe protrarsi per quattro settimane.

Non ha avuto particolari effetti la decisione dell’Opec+ di aumentare la produzione di petrolio di 206 mila barili al giorno ad aprile, in quanto si tratta solo dello 0,2% della domanda mondiale e gran parte di quel greggio dovrà comunque essere trasportato via mare.

"L'escalation ha innescato una reazione di risk-off sui mercati globali al momento relativamente ordinata”, spiegano gli analisti di Equita. “Il contesto favorisce chiaramente i settori difesa ed energy, mentre penalizza i comparti industriali e consumer, sia per l'aumento dei costi energetici/logistici e l'impatto sul reddito disponibile, sia per le potenziali ripercussioni macro. Molto dipenderà dalla durata, dall'ampiezza e dall'intensità del conflitto, dai rischi aumentati di interruzioni dell'approvvigionamento energetico attraverso lo Stretto di Hormuz, dai possibili effetti economici più ampi del conflitto e dalle incertezze sulla successione nella leadership iraniana; le prime reazioni suggeriscono un repricing selettivo del rischio piuttosto che una fuga indiscriminata dagli asset rischiosi”, concludono dalla sim.

La chiusura dello Stretto di Hormuz

A incidere sui prezzi del petrolio è stata soprattutto la chiusura dello Stretto di Hormuz, punto vitale del commercio di petrolio, attraverso il quale transita circa un quinto del greggio commerciato nel mondo.

Immediatamente, centinaia di petroliere e navi di gas liquefatto sono state bloccate ai lati dello stretto così come le portacontainer commerciali dei colossi internazionali della logistica come Maesrk, costrette a deviare su rotto più lunghe. L'Iran ha affermato che il passaggio marittimo rimane aperto, ma ha anche rivendicato la responsabilità degli attacchi a tre petroliere di ieri.

Dopo che il traffico di petroliere attraverso il collo di bottiglia dello stretto si è sostanzialmente arrestato, la domanda cruciale ora è cosa e quanto tempo ci vorrà perché il crescente gruppo di navi che si aggira vicino all'ingresso della via marittima possa riprendere a navigare.

"Come finirà è estremamente incerto a questo punto", secondo l'analista di Barclays, Amarpreet Singh, “ma nel frattempo i mercati petroliferi dovranno affrontare i loro peggiori timori".

Diversi analisti e trader hanno affermato di aspettarsi che gli Stati Uniti adottino misure per garantire la ripresa del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Trump ha ripetutamente chiesto prezzi del petrolio più bassi e un'impennata dell'inflazione del carburante aumenterebbe la pressione sull'amministrazione affinché ponga rapidamente fine al conflitto.

"Potrebbero essere costretti a prendere in considerazione anche altre opzioni, oltre a una campagna aerea – se il traffico marittimo dovesse essere interrotto per un lungo periodo di tempo – come una scorta navale”, ipotizza Aaron Stein, presidente del Foreign Policy Research Institute.

Conflitto più grave dei precedenti

Dall'inizio dell'anno, molti trader di petrolio hanno scommesso pesantemente sullo scoppio di un conflitto. Alcuni hanno avvertito che il più grande accumulo di scommesse speculative rialziste degli ultimi due anni implica che qualsiasi rally in apertura potrebbe essere accolto con significative prese di profitto.

Tuttavia, tutti concordano sul fatto che questa volta il conflitto sia stato più grave della guerra di 12 giorni dell'anno scorso e che la strada da percorrere per la sicurezza regionale sia tutt'altro che scontata.

"L'Iran ha reagito in modo molto più aggressivo ed espansivo rispetto alle precedenti occasioni", evidenzia Jorge Leon, responsabile dell'analisi geopolitica presso la società di consulenza Rystad Energy. "A meno che non emergano rapidamente segnali di de-escalation, prevediamo un significativo rialzo del prezzo del petrolio all'inizio della settimana".

Le previsioni degli analisti

Dopo l’attacco, Citigroup ha aumentato le sue previsioni a breve termine sul Brent di 15 dollari al barile, portandole a 85 dollari. La banca prevede che il benchmark globale si attesterà tra gli 80 e i 90 dollari questa settimana a causa del rischio persistente per le infrastrutture energetiche e dei flussi "interrotti" attraverso lo Stretto di Hormuz.

"La nostra ipotesi di base è che la leadership iraniana, o il regime intero, possano cambiare in modo sufficiente da fermare la guerra entro 1-2 settimane, oppure che gli Stati Uniti decidano di allentare la tensione dopo aver assistito a un cambio di leadership e aver rallentato il programma missilistico e nucleare iraniano nello stesso arco di tempo", spiegano analisti tra cui Francesco Martoccia e Max Layton.

Se le infrastrutture petrolifere regionali venissero colpite, i prezzi potrebbero salire fino a 120 dollari al barile, ha affermato Citi, assegnando una probabilità del 20% a questo scenario.

Rialzisti anche da Rystad Energy: "Stiamo valutando uno scenario in cui l'interruzione dello Stretto di Hormuz persista per più di qualche giorno, fino a settimane o mesi, e allora prevediamo sicuramente uno scenario possibile da 100 dollari al barile", ha dichiarato a Bloomberg TV Jorge Leon, responsabile dell'analisi geopolitica dell’ente.

Goldman Sachs ritiene che il premio di rischio in tempo reale per i prezzi del greggio era di circa 18 dollari al barile, corrispondente alla sua stima dell'impatto di un blocco totale di sei settimane del traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz. Il premio di rischio equivale al prezzo di mercato di un'interruzione di 2,3 milioni di barili al giorno nell'approvvigionamento globale per un anno, calcolano analisti della banca tra cui Daan Struyven.

L'interruzione nello Stretto potrebbe anche essere "molto significativa" per i mercati del gasolio, del carburante per aerei e della nafta. Circa il 9% dell'offerta giornaliera mondiale di gasolio e circa il 18% del carburante per aerei hanno transitato attraverso Hormuz lo scorso anno.

"Sebbene i rischi per le nostre previsioni siano orientati al rialzo, la storia suggerisce che i picchi di prezzo causati da shock geopolitici o/e da interruzioni temporanee dell'approvvigionamento possono essere di breve durata", concludono da Goldman Sachs.

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