Goldman Sachs conferma l’oro a 5.400 dollari. Rialzo dettato dalle banche centrali

La People’s Bank of China acquista lingotti per il diciottesimo mese consecutivo. La banca Usa ritiene che la domanda degli istituti centrali sosterrà il mercato nonostante la crisi geopolitica e il nuovo scenario di incremento dei tassi, decisamente negativo per il metallo prezioso
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Goldman vede l’oro a 5.400 dollari: scommessa sulle banche centrali nonostante il crollo delle ultime settimane
Goldman Sachs continua a scommettere sull’oro anche mentre il mercato attraversa una delle fasi più difficili degli ultimi mesi. La banca americana ha confermato il target price di 5.400 dollari l’oncia entro fine anno, un livello che implica un rialzo di quasi il 20% rispetto ai prezzi di questa mattina, con il metallo giallo scambiato poco sopra 4.540 dollari.
La previsione appare particolarmente aggressiva se confrontata con la dinamica recente del mercato. Dall’inizio della guerra fra Stati Uniti e Iran l’oro ha infatti perso circa il 14%, mentre solo la scorsa settimana le quotazioni hanno ceduto quasi il 4%. Un andamento sorprendente per un bene rifugio tradizionalmente favorito dalle tensioni geopolitiche.
Secondo Goldman Sachs, però, il mercato starebbe sottovalutando un elemento chiave: la continua e crescente domanda di oro da parte delle banche centrali, destinata a sostenere i prezzi anche in uno scenario caratterizzato da tassi elevati e forte volatilità finanziaria.
Le banche centrali continuano a comprare
Gli analisti Lina Thomas e Daan Struyven prevedono che nel 2026 gli acquisti delle banche centrali saliranno fino a una media di 60 tonnellate al mese. Goldman ha anche rivisto il proprio modello di stima, arrivando alla conclusione che il ritmo reale delle accumulazioni è molto più sostenuto di quanto apparisse in precedenza.
Secondo i nuovi calcoli della banca americana, la media mobile a 12 mesi degli acquisti ufficiali era già salita a 50 tonnellate mensili nel marzo scorso, contro una precedente stima di appena 29 tonnellate.
Alla base di questa corsa all’oro ci sarebbe soprattutto l’esigenza di diversificare le riserve valutarie in un contesto geopolitico sempre più instabile. Goldman parla esplicitamente di un “forte interesse strutturale” verso il metallo prezioso, destinato addirittura a rafforzarsi con il protrarsi delle tensioni internazionali.
Una visione supportata anche dai dati del World Gold Council, secondo cui le banche centrali hanno acquistato 244 tonnellate di oro nel primo trimestre del 2026, in aumento rispetto alle 208 tonnellate del trimestre precedente.
La Cina resta protagonista
Fra i grandi compratori continua a distinguersi la Cina. Ad aprile la People’s Bank of China ha aumentato le proprie riserve di altre 260 mila once, segnando il diciottesimo mese consecutivo di acquisti.
Il dato conferma una strategia ormai evidente: Pechino punta a ridurre gradualmente la dipendenza dal dollaro nelle proprie riserve ufficiali, aumentando il peso dell’oro come asset strategico.
È proprio questa domanda “politica” e strutturale che, secondo Goldman Sachs, dovrebbe permettere al mercato di recuperare terreno nella seconda parte dell’anno, compensando la debolezza della domanda finanziaria privata.
Guerra e inflazione mettono pressione al mercato
Il problema, nel breve periodo, è che il conflitto in Medio Oriente sta provocando effetti opposti rispetto a quelli normalmente favorevoli all’oro.
Le tensioni sullo Stretto di Hormuz — snodo cruciale per il traffico mondiale di petrolio — stanno infatti alimentando i timori di una nuova fiammata inflazionistica globale. Domenica un attacco con drone che ha provocato un incendio in una centrale nucleare negli Emirati Arabi Uniti ha ulteriormente aumentato la tensione nell’area.
Parallelamente il petrolio è tornato a salire dopo le nuove minacce rivolte all’Iran dal presidente americano Donald Trump. I mercati obbligazionari hanno reagito con forti vendite, facendo impennare i rendimenti.
Per l’oro si tratta di un problema serio. Tassi più elevati riducono infatti l’attrattiva di un asset che non offre cedole né interessi.
Il mercato teme addirittura che le banche centrali possano essere costrette a tornare a rialzare il costo del denaro per contrastare l’inflazione generata dalla guerra. Uno scenario che pesa soprattutto sugli investitori finanziari privati.
Secondo JPMorgan, il nuovo interesse speculativo verso i metalli preziosi “si è ridotto a un rivolo” proprio per effetto del rialzo dei rendimenti obbligazionari.
India più debole, occhi puntati sulla Fed
A indebolire ulteriormente il mercato contribuisce anche il rallentamento della domanda indiana. Il governo di Nuova Delhi ha irrigidito le regole sulle importazioni di oro e argento nel tentativo di sostenere la rupia, precipitata sui minimi storici.
L’India rappresenta uno dei principali mercati mondiali per il consumo di metalli preziosi e il rallentamento delle importazioni sta privando il mercato di un importante sostegno.
Nei prossimi giorni gli operatori guarderanno soprattutto ai verbali dell’ultima riunione della Federal Reserve americana. Le indicazioni sull’evoluzione futura dei tassi Usa potrebbero infatti determinare il tono del mercato dell’oro per tutta l’estate.
Per ora Goldman Sachs resta convinta che, al di là della volatilità di breve termine, saranno gli acquisti delle banche centrali a dettare la direzione di lungo periodo del metallo giallo, più che le loro decisioni di politica monetaria.
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