Guerra in Medio Oriente e rischio credito: la view di S&P su energia, inflazione e mercati

06/03/2026 15:15
Guerra in Medio Oriente e rischio credito: la view di S&P su energia, inflazione e mercati

L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran riporta al centro il rischio geopolitico capace di influenzare energia, inflazione, crescita e condizioni di finanziamento. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas, le tensioni sulle rotte commerciali e l’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz rappresentano i principali fattori di incertezza per l’economia mondiale. Se il conflitto dovesse restare breve e circoscritto l’impatto sul credito potrebbe rimanere limitato, mentre uno scenario di escalation prolungata avrebbe effetti molto più profondi su mercati, imprese e sistemi bancari.

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Il conflitto riaccende i rischi geopolitici

L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riportato al centro dei mercati finanziari un tema che negli ultimi anni era stato spesso sottovalutato: il rischio geopolitico come fattore capace di incidere direttamente sulle condizioni globali del credito.

Lo si legge in un report di S&P Global Ratings, secondo cui il conflitto introduce un livello di incertezza particolarmente elevato sia per quanto riguarda la durata delle ostilità sia per le conseguenze economiche che potrebbero derivarne. Gli attacchi militari e le successive ritorsioni hanno già generato un aumento significativo dei prezzi dell’energia e riacceso le preoccupazioni sulla stabilità delle rotte commerciali e delle infrastrutture energetiche della regione.

S&P sottolinea che lo scenario di base resta quello di un conflitto relativamente breve, con una fase militare più intensa limitata nel tempo. Tuttavia la natura dello scontro, percepito da Teheran come una minaccia esistenziale, rende plausibile una fase di ritorsioni prolungate contro infrastrutture critiche, porti e impianti energetici.

Anche se le ostilità dovessero terminare rapidamente, il rischio principale riguarda la possibilità che le interruzioni logistiche e la perdita di fiducia nei flussi commerciali persistano più a lungo della fase militare, con effetti sull’economia globale.

Energia e rotte commerciali in tensione

Uno dei primi canali attraverso cui il conflitto si trasmette all’economia globale è il mercato energetico. Il prezzo del petrolio ha registrato un forte aumento nelle fasi iniziali della crisi, riflettendo il crescente premio per il rischio geopolitico incorporato nei mercati delle commodity.

Secondo S&P, un’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenterebbe il rischio più significativo per l’economia globale. Attraverso questo passaggio marittimo transita una quota rilevante del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto, e qualsiasi interruzione dei flussi potrebbe avere ripercussioni immediate sui prezzi dell’energia.

Anche senza una chiusura prolungata, la semplice percezione di rischio è sufficiente a generare volatilità nei mercati energetici. Gli attacchi contro infrastrutture regionali e le operazioni militari nelle aree marittime hanno già portato alcune compagnie di navigazione e assicuratori a rivedere le condizioni operative, rallentando i flussi commerciali.

Secondo S&P, l’impatto non riguarderebbe solo petrolio e gas. Le rotte marittime del Golfo Persico rappresentano un nodo logistico fondamentale anche per il commercio globale di fertilizzanti e altre materie prime agricole. Eventuali interruzioni prolungate potrebbero quindi trasmettersi anche ai prezzi alimentari, contribuendo ad alimentare nuove pressioni inflazionistiche.

Inflazione e crescita sotto pressione

L’aumento dei prezzi dell’energia rappresenta il principale fattore attraverso cui il conflitto può influenzare l’economia globale. Prezzi più elevati del petrolio tendono infatti a tradursi rapidamente in inflazione più alta, soprattutto nei Paesi emergenti dove il peso del carburante nei consumi è più rilevante.

S&P evidenzia che una dinamica di questo tipo potrebbe creare un doppio effetto sull’economia globale. Da un lato aumenterebbe l’inflazione, dall’altro ridurrebbe il potere d’acquisto dei consumatori e rallenterebbe la crescita economica.

Questa combinazione renderebbe più complesso il compito delle banche centrali. Se l’inflazione dovesse salire a causa dei prezzi energetici, gli istituti monetari potrebbero trovarsi costretti a mantenere politiche restrittive più a lungo del previsto, proprio mentre la crescita economica rallenta.

Nel caso degli Stati Uniti, S&P osserva che un prolungato shock energetico potrebbe riportare l’inflazione su livelli più elevati rispetto alle previsioni precedenti. In questo scenario la Federal Reserve potrebbe diventare più cauta nel procedere con eventuali tagli dei tassi, anche se il rallentamento dell’economia e dei consumi resterebbe un fattore da monitorare.

I settori più esposti al rischio

L’impatto del conflitto non sarebbe uniforme tra i diversi settori economici. Secondo S&P, alcune industrie risultano particolarmente vulnerabili alle tensioni geopolitiche e all’aumento dei prezzi energetici.

Nel Medio Oriente, i comparti più esposti sono quelli direttamente legati alla mobilità e al turismo, come aeroporti, porti, hotel e infrastrutture di trasporto. In presenza di tensioni militari prolungate, la riduzione dei flussi turistici e delle attività commerciali potrebbe generare pressioni sui bilanci delle imprese attive in questi settori.

Anche a livello globale, precisa S&P, diversi comparti potrebbero risentire dell’aumento dei costi energetici e delle interruzioni delle catene di approvvigionamento. Tra questi figurano trasporti, logistica, industria petrolchimica e alcune attività agricole particolarmente dipendenti dai fertilizzanti.

S&P sottolinea inoltre che l’impatto potrebbe essere amplificato nel caso in cui il conflitto generasse un deterioramento della fiducia nei mercati finanziari. Una maggiore avversione al rischio potrebbe tradursi in condizioni di finanziamento più difficili per imprese e governi, soprattutto per gli emittenti con rating più bassi.

Banche e mercati del credito

Un altro canale attraverso cui la crisi geopolitica può influenzare l’economia globale riguarda i mercati del credito e il sistema bancario. S&P osserva che una fase di forte incertezza potrebbe spingere gli investitori a ridurre l’esposizione verso asset più rischiosi, ampliando gli spread creditizi e aumentando il costo del debito.

Per gli emittenti con rating elevato questo si tradurrebbe principalmente in costi di finanziamento più alti. Per le imprese più fragili, invece, il problema potrebbe diventare l’accesso stesso al mercato dei capitali.

Anche i sistemi bancari potrebbero essere coinvolti. In alcuni casi, le tensioni geopolitiche potrebbero provocare movimenti di capitale e pressioni sulla liquidità delle banche regionali. Tuttavia S&P ritiene che, nella maggior parte dei casi, gli istituti finanziari dispongano di risorse sufficienti per assorbire eventuali shock di breve periodo.

Nel Medio Oriente, le dinamiche potrebbero variare significativamente tra i diversi Paesi. I produttori di petrolio potrebbero beneficiare dei prezzi energetici più elevati, ma allo stesso tempo restano esposti ai rischi legati alla sicurezza delle infrastrutture e alla stabilità delle rotte commerciali.

Mercati finanziari tra volatilità e resilienza

La reazione iniziale dei mercati finanziari alla crisi è stata caratterizzata da una forte volatilità ma senza segnali di dislocazione sistemica. Le borse globali hanno registrato oscillazioni significative, mentre gli spread delle obbligazioni societarie si sono ampliati, riflettendo l’aumento dell’avversione al rischio.

Come rileva S&P, la risposta dei mercati del credito è stata finora relativamente ordinata rispetto ad altre crisi finanziarie del passato. Questo suggerisce che gli investitori stanno monitorando con attenzione l’evoluzione del conflitto, ma non stanno ancora scontando uno scenario di crisi sistemica.

La situazione potrebbe però cambiare se le ostilità dovessero prolungarsi. Un conflitto più lungo aumenterebbe il rischio di rallentamento economico globale e potrebbe ridurre l’attività nei mercati primari del debito, soprattutto per gli emittenti con rating speculativo.

Nel breve termine, S&P prevede che molti emittenti possano adottare un approccio attendista, rinviando le operazioni di finanziamento in attesa di maggiore chiarezza sull’evoluzione geopolitica.

Le variabili decisive per il credito globale

L’analisi di S&P suggerisce che l’impatto del conflitto sulle condizioni globali del credito dipenderà da alcune variabili chiave.

La prima riguarda la durata delle ostilità. Un conflitto breve e circoscritto potrebbe limitare i danni economici e consentire ai mercati di riassorbire rapidamente lo shock.

La seconda riguarda la sicurezza delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali. Attacchi persistenti contro impianti petroliferi o interruzioni prolungate del traffico nello Stretto di Hormuz potrebbero avere conseguenze molto più profonde sui mercati energetici e sull’inflazione globale.

La terza variabile riguarda la fiducia degli investitori. Se la volatilità dovesse trasformarsi in un deterioramento più ampio delle condizioni finanziarie, il costo del credito potrebbe aumentare in modo significativo, con effetti su imprese, banche e governi.

Il conflitto non ha ancora generato una crisi sistemica nei mercati del credito, ma ha riportato in primo piano vulnerabilità già presenti nell’economia globale. Finché la traiettoria geopolitica resterà incerta, conclude S&P Global Ratings l’evoluzione delle condizioni finanziarie dipenderà soprattutto da come questi rischi si svilupperanno nei prossimi mesi.

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