Guerra in Medio Oriente, il rame perde quota: energia cara e crescita a rischio

Guerra in Medio Oriente, il rame perde quota: energia cara e crescita a rischio

L’escalation tra Iran e Israele spinge petrolio e gas, riaccende l’inflazione e frena i metalli industriali. Il rame cancella i guadagni del 2026.

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Quotazioni in ribasso del 9% in un mese

Il prezzo del rame perde slancio e cancella i guadagni accumulati da inizio anno. A pesare è l’escalation della guerra in Medio Oriente, che sta spingendo al rialzo i prezzi dell’energia e riaccendendo i timori per l’economia globale.

Dopo aver toccato un massimo storico a fine gennaio, il metallo rosso – considerato un indicatore chiave dell’attività industriale – ha imboccato una fase di correzione. Nel solo mese in corso ha perso oltre il 9%. Stamattina segna una flessione del 2,5% fino a circa 12.086 dollari a tonnellata sul mercato di Shanghai.

IL RAME HA PERSO TUTTI I GUADAGNI DA INIZIO ANNO

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L’effetto guerra: energia più cara e crescita a rischio

Il fattore scatenante è rappresentato dall’intensificarsi del conflitto tra Iran e Israele, che ha colpito direttamente infrastrutture energetiche strategiche. Gli attacchi incrociati hanno coinvolto impianti chiave per la produzione di gas, aumentando il rischio di shock sull’offerta e spingendo verso l’alto le quotazioni di petrolio e gas.

Questo scenario ha un doppio effetto negativo sui metalli industriali. Da un lato, l’aumento dei prezzi energetici alimenta le pressioni inflazionistiche. Dall’altro, accresce il rischio di un rallentamento dell’economia globale, penalizzando la domanda di materie prime.

Il rame, in particolare, è tra i più sensibili a queste dinamiche, essendo strettamente legato ai cicli industriali.

Inflazione e tassi: un equilibrio fragile

Il rialzo dell’energia si inserisce in un contesto già complesso per la politica monetaria. Le recenti indicazioni della Federal Reserve hanno rafforzato i timori che l’inflazione possa rimanere elevata più a lungo del previsto, riducendo lo spazio per eventuali tagli dei tassi.

Un petrolio stabilmente alto rischia infatti di trasmettersi ai prezzi al consumo, complicando ulteriormente le decisioni delle banche centrali. E anche se un rialzo dei tassi non è lo scenario principale, resta una possibilità sul tavolo.

Per i mercati delle materie prime, questo significa condizioni finanziarie più restrittive e minore supporto alla domanda.

Domanda debole e scorte in aumento

A rendere il quadro ancora più fragile è la situazione della domanda, in particolare in Cina, il principale consumatore mondiale di metalli industriali. Già prima dell’escalation geopolitica, la richiesta appariva debole, mentre le scorte di rame e alluminio avevano raggiunto livelli record.

Ora il calo dei prezzi potrebbe favorire un ritorno degli acquisti, soprattutto da parte degli operatori cinesi che nei mesi scorsi avevano frenato di fronte alle quotazioni elevate.

Secondo diversi analisti, la correzione in atto potrebbe quindi contribuire a riassorbire gli stock accumulati, migliorando gradualmente le prospettive di consumo.

Pressione su tutto il comparto dei metalli

Il ribasso non riguarda solo il rame. Anche gli altri metalli industriali hanno registrato vendite diffuse: alluminio in calo, così come zinco, nichel e stagno. Il movimento riflette un generale ridimensionamento dell’appetito per il rischio, in un contesto dominato dall’incertezza geopolitica.

Il destino del rame, almeno nel breve periodo, resta strettamente legato all’evoluzione della guerra in Medio Oriente. Se le tensioni dovessero prolungarsi, il rischio è quello di una combinazione sfavorevole: energia cara, inflazione persistente e crescita in rallentamento.

Uno scenario che tende a penalizzare proprio gli asset più ciclici, come i metalli industriali.

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