Guerra USA-Iran: petrolio a $116 e oro sopra $5.100, mercati in fibrillazione

Il conflitto militare tra Stati Uniti e Iran continua a sconvolgere i mercati delle materie prime: il Brent Crude balza oggi a 116,69 dollari al barile (+7,8% in una sola seduta), quasi il doppio rispetto ai livelli di metà gennaio. L'oro tiene quota 5.136 dollari l'oncia dopo aver toccato un minimo intraday a 5.021, mentre l'argento sale dello 0,5% a 84,77 dollari. Gli operatori di mercato corrono a coprirsi con opzioni su commodity, in quello che Macquarie definisce un vero e proprio «shock inflattivo» di portata globale.
Indice dei contenuti
- 1. Il petrolio quasi raddoppia in meno di due mesi
- 2. Oro: dai massimi storici a $5.589 alla volatilità del conflitto
- 3. Argento e rame: le altre commodity sotto pressione
- 4. La guerra USA-Iran e lo shock inflattivo: le implicazioni per i mercati
- 5. Cosa guardare nelle prossime sedute: i livelli chiave per oro e petrolio
Il petrolio quasi raddoppia in meno di due mesi
La guerra tra Stati Uniti e Iran ha impresso un'accelerazione senza precedenti al prezzo del greggio. Il Brent Crude (ICE) chiude oggi la seduta del 9 marzo 2026 a 116,69 dollari al barile, con un rialzo giornaliero di circa +7,8% (da 108,23 dollari di venerdì). La risalita è ancora più impressionante se si guarda al quadro di più lungo periodo: a metà gennaio il Brent quotava intorno ai 63-64 dollari, il che significa che in meno di due mesi il prezzo del greggio è praticamente raddoppiato, con una performance di circa il +83%. Secondo gli analisti di Bloomberg, l'implied volatility sul petrolio ha raggiunto livelli raramente osservati, con produttori industriali, compagnie aeree e utility che si affrettano ad acquistare coperture come non accadeva da anni. Come riportato da Bloomberg in un'analisi di venerdì, le disruption agli approvvigionamenti legate al conflitto in Iran stanno alimentando una vera e propria «frenesia di opzioni» su tutte le commodity energetiche.
Oro: dai massimi storici a $5.589 alla volatilità del conflitto
L'oro continua a essere il principale bene rifugio del momento, ma non senza turbolenze. Dopo aver toccato un massimo storico assoluto a 5.589 dollari l'oncia a gennaio 2026 — un livello che avrebbe sembrato fantascienza appena un anno fa, quando il metallo giallo trattava intorno ai 2.624 dollari — il mercato ha vissuto una brusca correzione nei primi giorni di marzo. Il 9 marzo i futures sull'oro (contratto di aprile, COMEX) hanno toccato un minimo intraday di 5.021,20 dollari, per poi rimbalzare e chiudere a 5.136,70 dollari (-0,2% rispetto alla chiusura precedente di 5.146,10). Il sentiment rimane comunque positivo: la misurazione normalizzata degli analisti si attesta a 0,57 (su 1) nelle ultime 24 ore, e Wall Street ha ampiamente interpretato il pullback come una pausa tecnica in un trend strutturalmente rialzista. Come ha sottolineato CBS News, la corsa del metallo da 2.624 a 5.589 dollari nell'arco di un anno è stata «storica», e la guerra in Iran non fa che rafforzare la domanda di safe haven.
Argento e rame: le altre commodity sotto pressione
Il quadro delle materie prime è completato dall'argento e dal rame, che reagiscono in modo differenziato all'escalation geopolitica. L'argento (contratto futures, COMEX) quota oggi 84,77 dollari l'oncia, in rialzo dello +0,5% rispetto alla chiusura precedente di 84,31 dollari. Nonostante una volatilità intraday significativa (con un minimo a 79,64 e un massimo a 85,30 dollari), il metallo grigio resta su livelli elevati rispetto ai 76-78 dollari di metà febbraio, beneficiando sia della componente di safe haven sia della domanda industriale legata alla transizione energetica. Il rame (futures COMEX) tratta a 5,77 dollari per libbra (+0,2%), con un range intraday tra 5,64 e 5,83 dollari, riflettendo le preoccupazioni per le catene di approvvigionamento globali in un contesto di forte incertezza geopolitica.
La guerra USA-Iran e lo shock inflattivo: le implicazioni per i mercati
Macquarie ha definito il conflitto tra Stati Uniti e Iran un «inflationary shock» di prima grandezza per l'economia globale. Il meccanismo è diretto: l'Iran è uno dei principali produttori mondiali di petrolio, e le disruption agli approvvigionamenti nel Golfo Persico si traducono immediatamente in prezzi più alti per energia, trasporti e produzione industriale. Le ricadute sui mercati finanziari sono già visibili:
- Borsa di Seul (KOSPI): ha perso il 12% in una singola seduta a inizio marzo, il peggior crollo giornaliero della sua storia, legato proprio all'esposizione al petrolio importato
- Mercati azionari globali: le banche dell'indice KBE erano tutte in rosso venerdì 6 marzo, con lo spread 2-10 anni sui Treasury USA in allargamento (bear steepening)
- Opzioni su commodity: i volumi di copertura hanno raggiunto livelli record per compagnie aeree, utility e produttori industriali
- Trump-Xi e diplomazia: la Cina ha segnalato di essere in «preparazione approfondita» per un eventuale incontro tra i due leader, con le divergenze sulla guerra in Iran che si aggiungono alle tensioni commerciali
Cosa guardare nelle prossime sedute: i livelli chiave per oro e petrolio
Per gli investitori retail, il contesto attuale richiede massima attenzione a diversi livelli tecnici e fondamentali. Sul petrolio Brent, la soglia dei 120 dollari rappresenta il prossimo test cruciale: un superamento stabile di tale livello potrebbe innescare ulteriori coperture e spingere le banche centrali a riconsiderare i propri percorsi di taglio dei tassi. Sul fronte oro, il supporto a 5.000 dollari è ora il livello da monitorare: finché il metallo giallo rimane sopra tale soglia, il trend rialzista strutturale rimane intatto. Gli analisti di Bank of America hanno aggiornato al rialzo i propri target price su diversi titoli minerari auriferi (tra cui Franco-Nevada) dopo aver rivisto le stime sui prezzi dei metalli per il 2026. Per l'argento, il livello di 80 dollari funge da supporto chiave, con potenziale di ulteriore apprezzamento se la domanda industriale dovesse accelerare in risposta ai piani di rilancio delle infrastrutture energetiche. Il conflitto in Iran resta la variabile dominante: ogni aggiornamento sul fronte diplomatico — incluso il potenziale dispiegamento di forze speciali USA-Israele di cui riferisce Axios — è destinato a muovere i mercati in modo brusco e immediato.
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