Intel ai massimi del 2000 e Barron’s punta su un nuovo raddoppio

Intel ai massimi del 2000 e Barron’s punta su un nuovo raddoppio

Dopo un rialzo del 260% in un anno, la quotazione ha superato i livelli top della bolla dot-com. Il mercato scopre il potenziale delle CPU nello sviluppo dell’AI. Barron’s scommette contro lo scetticismo degli analisti: può arrivare a 150 dollari.

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Ritorno al futuro: Intel come nel 2000. E’ ancora da comprare?

Il ritorno di Intel ai massimi di inizio millennio ha qualcosa di simbolico e molto di concreto. Giovedì 16 aprile il titolo ha chiuso a 68,50 dollari, il livello più alto dal 5 settembre 2000, dopo una corsa impressionante: +55% nell’ultimo mese, +85% da inizio anno, +260% negli ultimi dodici mesi. Numeri che, da soli, basterebbero a scoraggiare nuovi ingressi. Eppure, il mercato continua a comprare.

La domanda, dunque, è inevitabile: ha ancora senso salire su questo treno?

Il motore del rally: l’AI “a basso costo”

Il cuore del rilancio di Intel è sempre più legato all’intelligenza artificiale. Ma non nel modo più ovvio. Se i riflettori restano puntati sulle GPU di Nvidia, diventate lo standard per l’AI generativa, la scommessa su Intel è diversa: le sue CPU per server stanno emergendo come alternativa più economica per gestire carichi di lavoro legati all’AI, soprattutto nella fase di scaling.

Secondo un recente articolo di Barron’s e diversi analisti, la domanda di CPU nei data center è in forte crescita grazie allo sviluppo della cosiddetta “agentic AI”. Mizuho stima un aumento dei prezzi medi di vendita tra il 10% e il 15% già quest’anno, con una domanda sostenuta fino al 2026 e oltre.

In altre parole: mentre le GPU restano il “motore”, le CPU stanno diventando l’infrastruttura diffusa su cui far girare l’intelligenza artificiale. E qui Intel ha ancora una posizione difendibile.

Il Ceo Tan sta guidando un turnaround credibile

Il secondo pilastro del rialzo è il cambio di leadership. L’arrivo del nuovo Ceo Lip-Bu Tan nel marzo 2025 ha segnato una svolta netta.

Barron’s sottolinea alcuni punti chiave: Tan non ha esitato a ristrutturare e a tagliare drasticamente i costi con l’eliminazione di 20.000 posti di lavoro, e l’effetto è stato una drastica riduzione del cash burn.

Nella seconda metà del 2025 Intel è tornata a generare un free cash flow positivo e intanto il management ha messo a punto una nuova roadmap di prodotto più competitiva.

Dopo anni di errori strategici – dal ritardo nelle tecnologie produttive all’aver sottovalutato il passaggio verso le GPU – Intel sembra finalmente avere una direzione chiara.

Non solo: la società sta tornando centrale anche nelle alleanze industriali, collaborando con Alphabet sul cloud AI e partecipando a progetti avanzati con l’ecosistema di Elon Musk.

Il problema: valutazioni e scetticismo

Fin qui la storia è convincente. Ma il mercato non è fatto solo di storie: è fatto di prezzi. E qui emergono le criticità.

Il titolo tratta a circa 95 volte gli utili attesi nei prossimi 12 mesi: un multiplo superiore persino a quello di Nvidia. Le stime sugli utili restano modeste (circa 0,50 dollari per azione nel 2026), e i margini sono ancora lontani dai livelli dei concorrenti: sotto il 40% contro il 55% di Taiwan Semiconductor Manufacturing Company e il 75% di Nvidia.

Non sorprende quindi che il consensus degli analisti resti prudente: secondo i dati di MarketScreener, solo 9 analisti su 48 suggeriscono l’acquisto di azioni Intel, mentre 33 raccomandano una posizione neutrale. La prudenza del consensus è ben rappresentata dal target price medio, pari a 52 dollari, circa il 24% sotto i prezzi attuali.

La scommessa di Barron’s: possibile rialzo fino a 150 dollari

Barron’s si distacca nettamente dal consensus e invita a comprare il titolo anche dopo il rally. Non per il presente, ma per il potenziale.

La tesi è chiara: se Intel riuscirà a normalizzare i margini e a eseguire sul piano industriale, potrebbe arrivare a guadagnare fino a 7 dollari per azione entro il 2029. Applicando un multiplo “normale” di settore (circa 22 volte), il titolo potrebbe valere 150 dollari, più del doppio rispetto ai livelli attuali.

È una scommessa, non una previsione. Ma è una scommessa che si basa su elementi concreti:

  • miglioramento dei rendimenti produttivi (oggi pari a circa il 70% contro il 90% di TSMC)
  • riduzione della dipendenza da fornitori esterni
  • crescita strutturale della domanda AI
  • ruolo strategico come unico grande produttore di chip negli Stati Uniti

Comprare ora? La risposta più onesta

Dunque, vale ancora la pena investire? La risposta, inevitabilmente, è sfumata.

Nel breve periodo, il titolo appare tirato. Le valutazioni sono elevate e il consenso degli analisti resta scettico. Un consolidamento non sarebbe sorprendente.

Nel medio-lungo periodo, però, Intel è tornata a essere una vera storia di turnaround industriale, con un potenziale asimmetrico: il downside è legato all’esecuzione, ma l’upside, se il piano funzionerà è significativo.

Non a caso, Barron’s suggerisce una strategia prudente ma non rinunciataria: entrare gradualmente, con acquisti diluiti nel tempo.

Perché il rischio più grande, oggi, potrebbe non essere comprare troppo caro. Ma restare completamente fuori da uno dei più ambiziosi ritorni dell’industria dei semiconduttori.

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