L’Intelligenza Artificiale sta “mangiando” il mondo, compresi i mercati emergenti

01/06/2026 06:15
L’Intelligenza Artificiale sta “mangiando” il mondo, compresi i mercati emergenti

L’acronimo “Emerging Markets” è da ripensare, vista la situazione completamente diversa dalle attese degli anni ’80, quando fu coniato. Il termine “mercati emergenti” rappresenta a malapena un gruppo omogeneo e tutte queste economie si trovano a livelli di sviluppo molto diversi tra loro

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM

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Settimana piuttosto densa di dati macro rilevanti, soprattutto sul fronte USA. Cominciamo oggi con l’ISM Manufacturing di maggio: dopo i 52,7 di aprile (in espansione), si attende un dato stabile o leggermente inferiore. Un valore sopra 50 confermerebbe la resilienza del manifatturiero. Domani il focus sarà su JOLTS (job openings di aprile) e mercoledì la stima di maggio dell’ADP Employment, che anticiperanno il dato clou, atteso per venerdì, ovvero o nonfarm Payrolls di maggio. Dopo i +115k di aprile (sopra le attese), il consensus è intorno ai 95k. Un numero solido con disoccupazione stabile attorno al 4,3% rafforzerebbe il soft landing.

Dati occupazionali forti potrebbero ridimensionare le aspettative di tagli Fed (già caute dopo l’ultimo dato di inflazione), sostenendo il dollaro e pesando su bond (rendimenti in salita). Le azioni potrebbero soffrire in un contesto di “higher for longer”, ma settori ciclici e value beneficerebbero della crescita solida. Al contrario, sorprese negative alimenterebbero aspettative di easing, favorendo tech, growth e oro. Ci aspettiamo una elevata volatilità soprattutto venerdì.

È probabilmente che sia arrivato il momento di ripensare l’acronimo EM (Emerging Markets), poiché riteniamo che l’etichetta generica creata negli anni ’80 sia troppo diversificata, troppo frammentata, troppo divisa dal punto di vista geopolitico e troppo concentrata per funzionare come una categoria di investimento coerente nel mondo di oggi.

Il concetto di investimento originale prometteva agli investitori l’esposizione a paesi con popolazioni più giovani, classi medie in crescita, aumento dell’urbanizzazione, accelerazione dell’industrializzazione e una crescita economica e degli utili più rapida rispetto ai mercati sviluppati che stanno invecchiando. Queste caratteristiche comuni erano accompagnate dall’ipotesi di fondo che queste nazioni si stessero tutte muovendo verso una maggiore convergenza con i paesi sviluppati. Pertanto, come classe di attività distinta e diversificata rispetto alle nazioni sviluppate mature, gli EM offrivano agli investitori il potenziale di rendimenti superiori rispetto ai loro omologhi sviluppati. Si trattava dell’ultimativo strumento di diversificazione.

Oggi, tuttavia, la situazione è diversa. Sì, gli analisti continuano a guardare con favore alla classe di attività EM e indicano un sovrappeso sugli EM. Chi ci segue sa che da tempo invitiamo comunque gli investitori ad essere più selettivi e sfumati nell’esposizione ai mercati emergenti per una serie di motivi.

In primo luogo, il termine “mercati emergenti” rappresenta a malapena un gruppo omogeneo. I componenti di questa classe di attività sono estremamente variegati e diversi tra loro, operano sotto sistemi politici differenti, possiedono profili demografici diversi e modelli economici differenti.

Inoltre, tutte queste economie si trovano a livelli di sviluppo molto diversi. La Cina, per esempio, è una superpotenza manifatturiera guidata dallo Stato e dipendente dalla crescita delle esportazioni, in netto contrasto con l’India, una democrazia orientata ai servizi, alimentata dai consumi interni e da una demografia molto più favorevole rispetto a quella cinese. Il Vietnam rappresenta un’opportunità legata alla diversificazione delle catene di fornitura globali lontano dalla Cina. Il Brasile e gran parte del Sud America restano fortemente legati al ciclo globale delle materie prime. Qual è il denominatore comune di investimento che collega la Colombia alla Repubblica Ceca, o il Sudafrica alla Grecia? Semplicemente non esiste.

In secondo luogo, mentre la liberalizzazione del commercio e la globalizzazione degli anni ’90 rappresentarono una marea che sollevò quasi tutte le barche dei mercati emergenti — sostenendo il tema della convergenza economica — l’attuale mondo geopolitico instabile sta costringendo i paesi a schierarsi in campi strategici diversi (USA vs Cina), in ecosistemi di catene di fornitura differenti e in blocchi tecnologici distinti. Oggi gli investitori devono sempre più capire quali mercati emergenti sono allineati con gli Stati Uniti o con la Cina, e i rischi associati a questa scelta geopolitica. L’allineamento geopolitico conta tanto quanto le variabili macroeconomiche tradizionali.

Un’altra considerazione importante per gli investitori è il dollaro statunitense, dato che gli indici di riferimento sono denominati in valuta USA. I rendimenti degli asset dei mercati emergenti dipendono fortemente dalle oscillazioni del dollaro. Il 2025 ne è stato un esempio. Quasi un quinto del rendimento totale, pari al 34% registrato dall’indice MSCI EM lo scorso anno, è stato determinato da un dollaro più debole piuttosto che da fondamentali di investimento. E di questo gli investitori non possono non tenerne conto.

Un’altra ragione per essere cauti è il presupposto di fondo dell’investimento nei mercati emergenti, ovvero che questo gruppo di paesi avrebbe raggiunto i livelli di reddito e di sviluppo delle nazioni sviluppate, di fatto non si è concretizzato. Si pensava che tassi di crescita economica più elevati avrebbero spinto i rendimenti degli EM ben al di sopra di quelli dei paesi sviluppati. In realtà, la quota dei mercati emergenti sul PIL globale (escludendo la Cina) era solo del 24,7% nel 2025, appena superiore al 22,5% del 1981.

Il principio centrale dell’investimento nei mercati emergenti, cioè che il futuro appartenesse agli EM, crediamo sia fallito per due motivi principali. Il primo è che molti paesi in via di sviluppo non sono riusciti a costruire istituzioni politiche ed economiche solide, sistemi legali affidabili, mercati dei capitali efficienti e sistemi di innovazione avanzati. Tutti fattori questi che hanno depresso la crescita e lo sviluppo.

Il secondo è che il mondo sviluppato, in particolare gli Stati Uniti, non è rimasto fermo. La tesi originaria sugli EM era che le economie del mondo sviluppato sarebbero entrate in una fase di lunga stagnazione, mentre i paesi in via di sviluppo le avrebbero gradualmente raggiunte. Non è andata affatto così. Gli investitori hanno sottovalutato la resilienza degli Stati Uniti e i loro vantaggi strategici in ambiti quali l’innovazione, i mercati dei capitali, la produzione energetica e l’imprenditorialità. In questo contesto, non sorprende che le azioni statunitensi abbiano sovraperformato l’indice MSCI EM del 166% in questo secolo.

E infine, lasciateci fare un’ultima considerazione. L’Intelligenza Artificiale sta “mangiando” il mondo, compresi i mercati emergenti. Grazie alla crescita eccezionale di un numero limitato di titoli legati all’AI, l’indice MSCI EM è ora più concentrato che mai. A livello di paesi, Taiwan e Corea rappresentano insieme il 46% dell’indice, superando Cina e India (che insieme pesano il 33%), dopo che Taiwan ha sorpassato la Cina diventando il paese con il peso maggiore nell’indice.

Solo tre titoli del settore dei semiconduttori costituiscono ora il 27% dell’indice, con la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) al 14%, un peso superiore a quello dell’intera India (11%). In altre parole, nel suo complesso l’universo dei mercati emergenti è diventato sempre più esposto e legato al tema dell’Intelligenza Artificiale. Tanto che il settore Technology ha oggi un peso maggiore nell’MSCI EM Index (40%) rispetto all’S&P 500 (37%). Naturalmente, i grandi titoli dell’AI in Asia emergente sono strettamente legati ai giganti dell’AI statunitensi, dai quali spesso dipendono per una quota significativa dei ricavi. Ecco spiegato il forte aumento delle esportazioni di prodotti legati all’AI da Taiwan e Corea quest’anno, trainato in parte dall’insaziabile domanda americana.

Detto questo, che conclusione ne possono trarre gli investitori? Ora che ci avviciniamo ai 50 anni dalla nascita dell’etichetta EM, è arrivato il momento di un ripensamento. Nei fondamentali, nell’allineamento geopolitico e nelle esposizioni settoriali, ogni paese di questa classe di attività è diverso dagli altri. Il rischio geopolitico e l’ascesa dell’AI, secondo noi, non fanno che accentuare ulteriormente queste differenze.

Continuiamo ad apprezzare i leader tecnologici di Taiwan, Corea del Sud e Cina e siamo positivi sul nascente settore biotech cinese, come abbiamo avuto modo di dire la scorsa settimana. I mercati dell’America Latina esposti alle materie prime sono ben posizionati per beneficiare della massiccia costruzione globale di infrastrutture per l’AI, dell’elettrificazione e del reshoring, tutti processi ad alto consumo di risorse e metalli. Un’eventuale de-escalation in Europa e Medio Oriente rappresenterebbe un catalizzatore enorme per la ricostruzione, a vantaggio dei titoli ciclici globali e degli operatori industriali nell’Europa Emergente.

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