La guerra Usa-Iran incorona la Cina: ecco perché Pechino vince (e chi guadagna davvero)

La guerra Usa-Iran incorona la Cina: ecco perché Pechino vince (e chi guadagna davvero)

Secondo Deutsche Bank, il conflitto fra Washington e Tehran accelera la fine dell’era del greggio e rafforza il dominio cinese nelle rinnovabili. Ma in Borsa non tutti i titoli beneficeranno allo stesso modo: da CATL a BYD, ecco i veri vincitori

Scopri le soluzioni di investimento

Con tutti i certificate di Orafinanza.it


Un conflitto locale, un effetto globale

C’è un effetto della guerra tra Stati Uniti e Iran che non si legge nelle mappe militari né nei comunicati ufficiali, ma che potrebbe rivelarsi il più duraturo. Non riguarda i territori, bensì gli equilibri energetici del pianeta. E, soprattutto, il futuro dei rapporti di forza economici.

Mentre lo Stretto di Hormuz resta al centro di una partita delicatissima — tra chiusure, tregue fragili e riaperture condizionate — e i prezzi di petrolio e gas oscillano violentemente, si fa strada una convinzione sempre più diffusa tra gli analisti: questa crisi sta accelerando un cambiamento già in corso. A beneficiarne, più di tutti, è la Cina.

È questa la tesi, netta e argomentata, sostenuta da Deutsche Bank e riportata da Bloomberg. Secondo Jacky Tang, responsabile degli investimenti sui mercati emergenti per il private banking del gruppo tedesco, Pechino emerge come il vero vincitore strategico della crisi, sia sul piano economico sia, soprattutto, su quello del mix energetico.

Il petrolio non è più il centro del mondo

Per capire questa affermazione bisogna spostare lo sguardo dal breve al lungo periodo. Il conflitto in Medio Oriente, con tutto il suo carico di incertezza, ha riportato al centro una verità che per anni è rimasta sullo sfondo: l’economia globale non può più permettersi di dipendere dal petrolio.

Ogni tensione nello Stretto di Hormuz — da cui passa una quota cruciale del commercio mondiale di greggio — diventa un promemoria brutale della fragilità del sistema. E ogni impennata dei prezzi energetici si traduce in inflazione, rallentamento della crescita, instabilità finanziaria.

È proprio questa fragilità che spinge governi e imprese ad accelerare la transizione verso fonti alternative. Non più (o non solo) per ragioni ambientali, ma per una necessità strategica: garantire la sicurezza energetica.

Ed è qui che entra in gioco la Cina.

Dieci anni di vantaggio costruiti in silenzio

Negli ultimi dieci anni Pechino ha investito in modo massiccio nella trasformazione del proprio sistema energetico. Non si è trattato di una scelta ideologica, ma di una politica industriale coerente e sistematica, che oggi produce risultati molto concreti.

Secondo i dati citati da Bloomberg, le fonti a basse emissioni rappresentano ormai circa il 40% della produzione elettrica cinese, contro il 25% di un decennio fa. Ancora più significativo è il dato sulla capacità installata: quasi la metà proviene da fonti rinnovabili.

Questo significa che, rispetto alle economie occidentali, la Cina è oggi molto meno esposta agli shock legati a petrolio e gas. Gli stessi analisti di Barclays sottolineano come un decennio di elettrificazione e sviluppo delle rinnovabili abbia ridotto in modo sostanziale la vulnerabilità del Paese alle oscillazioni dei prezzi energetici.

In altre parole, mentre il mondo ha l’ennesima conferma di quanto sia rischioso dipendere dal petrolio mediorientale, la Cina ha già fatto gran parte del lavoro necessario per affrancarsene.

Immagine contenuto

Il paradosso della nuova dipendenza

Ma il vero elemento di forza di Pechino non è solo la minore esposizione al petrolio. È, soprattutto, il suo ruolo dominante nella produzione delle tecnologie necessarie alla transizione energetica.

Pannelli solari, turbine eoliche, batterie, infrastrutture per l’elettrificazione: l’intera catena del valore è, in larga misura, controllata da aziende cinesi.

Questo crea un paradosso destinato a segnare i prossimi decenni:più il mondo cercherà di ridurre la dipendenza dal Medio Oriente, più aumenterà la dipendenza dalla Cina.

È un cambio di paradigma profondo, che sposta il baricentro dell’energia globale. Non più solo dai giacimenti di petrolio, ma dalle fabbriche di tecnologia.

L’Asia cambia rotta

Il conflitto sta già producendo effetti concreti nelle strategie dei grandi importatori asiatici. Giappone, Corea del Sud e India — tutti fortemente dipendenti dal petrolio mediorientale — sono destinati a intensificare gli sforzi per diversificare il proprio mix energetico.

Secondo Deutsche Bank, questo processo è ormai inevitabile. Ma la direzione è altrettanto chiara: le tecnologie necessarie arriveranno, in larga parte, dalla Cina.

È un vantaggio competitivo difficilmente colmabile nel breve periodo, perché si basa su anni di investimenti, su economie di scala e su una filiera industriale integrata che pochi altri Paesi possono replicare.

Le fragilità di un gigante

Naturalmente, il quadro non è privo di ombre. La Cina resta il più grande consumatore mondiale di carbone e continua a importare grandi quantità di petrolio, anche dall’Iran. Una dipendenza che, in uno scenario di tensione prolungata, potrebbe rappresentare un punto di vulnerabilità.

Inoltre, il settore delle tecnologie pulite sta attraversando una fase complessa. Dopo anni di crescita impetuosa, la competizione interna è diventata feroce, con un eccesso di capacità produttiva che ha compresso i margini.

Non a caso, anche sui mercati azionari si osservano dinamiche contrastanti. Le due aziende leader delle batterie e dei sistemi di accumulo, Contemporary Amperex Technology (CATL) e BYD, mantengono performance positive, mentre altri operatori del settore eolico o dello storage hanno subito forti correzioni dopo risultati deludenti.

Dalla crescita alla selezione

Secondo Deutsche Bank, il settore sta entrando in una nuova fase. Non più espansione indiscriminata, ma selezione dei campioni industriali.

In questo contesto, saranno avvantaggiate le aziende con bilanci solidi, capacità di generare cassa e potere di determinazione dei prezzi. Le altre, più indebitate o meno efficienti, rischiano di essere espulse dal mercato o assorbite in un processo di consolidamento.

È una dinamica tipica delle industrie mature, ma che nel caso della Cina assume una dimensione ancora più rilevante, data la scala del sistema produttivo.

Una vittoria senza rumore

Alla fine, la conclusione a cui arriva Deutsche Bank è tanto semplice quanto potente: la Cina sta vincendo una guerra che non combatte direttamente.

Mentre gli Stati Uniti sono impegnati sul piano militare e diplomatico, e mentre l’Europa affronta le conseguenze economiche dell’instabilità energetica, Pechino consolida il proprio ruolo di perno della transizione globale.

Non è una vittoria immediata, né spettacolare. Non produce titoli a effetto o movimenti improvvisi di mercato. Ma è una vittoria profonda, destinata a incidere sugli equilibri economici dei prossimi decenni.

La Finestra sui Mercati

Tutte le mattine la newsletter con le idee di investimento!

Leggi la nostra guida sugli ETF

Obbligazione in sterline al 12,5%

tasso fisso cumulativo e richiamabile

Chi siamo

Orafinanza.it è il sito d'informazione e approfondimento nel mondo della finanza. Una redazione di giornalisti e analisti finanziari propone quotidianamente idee e approfondimenti per accompagnarti nei tuoi investimenti.

Approfondimenti, guide e tutorial ti renderanno un esperto nel settore della finanza permettendoti di gestire al meglio i tuoi investimenti.

Maggiori Informazioni


Feed Rss

Dubbi o domande?

Scrivici un messaggio e ti risponderemo il prima possibile.




Orafinanza.it
è un progetto di Fucina del Tag srl


V.le Monza, 259
20126 Milano
P.IVA 12077140965


Note legali
Privacy
Cookie Policy
Dichiarazione Accessibilità

OraFinanza.it è una testata giornalistica a tema economico e finanziario. Autorizzazione del Tribunale di Milano N. 50 del 07/04/2022

La redazione di OraFinanza.it