Le big tech non sono più un porto sicuro: la guerra con l’Iran scuote Wall Street

Vendite, rendimenti in rialzo e nuovi rischi legali frenano i giganti tecnologici: senza stabilità del settore, l’intero mercato USA rischia di perdere direzione.
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Fase di debolezza delle big tech
Le tensioni geopolitiche legate al conflitto con l’Iran stanno incrinando uno dei pilastri dell’ultimo ciclo rialzista: il ruolo dei titoli tecnologici come rifugio nei momenti di turbolenza.
Dopo oltre tre anni in cui le megacap hanno guidato la crescita degli indici statunitensi grazie a utili robusti e bilanci solidi, il settore sta attraversando una fase di debolezza proprio mentre aumenta l’incertezza globale.
Secondo Angelo Kourkafas, strategist globale di Edward Jones, il contesto attuale non risparmia nessuno: “Tutto viene colpito in questo contesto e il settore tecnologico non fa eccezione”.
Il primo trimestre dell’anno si chiude infatti con un bilancio difficile per l’azionario statunitense e il comparto tech è tra i più penalizzati.
L’andamento dei Magnifici Sette
Prima dell’escalation del conflitto, le grandi società tecnologiche continuavano a sostenere i listini americani e il Nasdaq viaggiava vicino ai massimi storici grazie alla spinta dell’intelligenza artificiale.
Con l’inizio della guerra, però, il quadro è cambiato rapidamente: il Nasdaq è entrato in correzione tecnica con un calo superiore al 10% dai picchi, mentre il settore tecnologico dell’S&P 500 ha perso circa l’8%.
A guidare la discesa sono state soprattutto le cosiddette ‘Magnifiche Sette’ (Nvidia, Apple, Amazon, Microsoft, Tesla, Meta e Alphabet) che, dopo aver trainato il rally degli ultimi anni, sono diventate il principale bersaglio delle vendite.
Dall’inizio della crisi geopolitica il gruppo ha registrato ribassi a doppia cifra in poche settimane, segnando il passaggio da leadership assoluta dei mercati a principale fonte di volatilità per Wall Street.
Nel dettaglio, l’andamento delle ‘Magnifiche Sette’ evidenzia una correzione diffusa ma con intensità diverse tra i singoli titoli.
Nvidia, protagonista del boom dell’intelligenza artificiale, è stata tra le più colpite: dopo aver guidato i rialzi del 2023-2024, ha perso terreno con forza entrando in correzione a doppia cifra, complice la rotazione degli investitori dai titoli growth e la discesa dei multipli di valutazione ai minimi dal 2019.
Anche Apple ha registrato vendite significative, frenata dai timori per la domanda globale e dall’impatto del rallentamento economico su consumi e supply chain.
Microsoft ha mostrato una tenuta relativa migliore grazie alla solidità del business cloud, ma non è sfuggita alla correzione del comparto tecnologico, arretrando comunque rispetto ai massimi storici.
Più marcata la volatilità di Amazon, penalizzata dal contesto macro e dalla sensibilità dei consumi ai prezzi dell’energia, mentre Tesla ha subito forti oscillazioni, con vendite accentuate dai timori sulla domanda e dal clima di avversione al rischio.
Nel comparto digitale, Meta ha perso terreno dopo la recente sconfitta legale e la rotazione dai titoli pubblicitari, mentre Alphabet ha risentito sia dei timori regolatori sia delle prese di profitto sugli investimenti legati all’intelligenza artificiale.
Nel complesso, il gruppo che aveva trainato il rally di Wall Street è diventato il principale catalizzatore della fase di correzione, amplificando la volatilità degli indici statunitensi.
Prese di profitto, rendimenti in rialzo e cambio di sentiment
Uno dei principali motori della discesa è la presa di profitto. Dopo anni di performance eccezionali, molti investitori stanno riducendo l’esposizione ai titoli più liquidi e redditizi del mercato rialzista.
Per Walter Todd di Greenwood Capital, il fenomeno è fisiologico: “Hanno avuto una grande corsa per tre anni. Forse la gente sta alleggerendo le posizioni su quei nomi, dove ha guadagnato di più”.
A complicare il quadro contribuisce l’aumento dei rendimenti dei Treasury statunitensi, spinto dai timori inflazionistici legati alla guerra. Rendimenti più elevati tendono a pesare soprattutto sulle società tecnologiche, la cui valutazione dipende in larga parte dagli utili futuri attesi.
Problemi interni al settore e rischi legali
Alla pressione macroeconomica si sommano fattori specifici del comparto. I timori per gli sconvolgimenti aziendali legati all’intelligenza artificiale, gli enormi investimenti in data center e le nuove incognite normative stanno alimentando la prudenza degli investitori.
A pesare è stata anche la recente sconfitta in tribunale di Meta e Alphabet in una causa sui danni dei social media, che ha introdotto un ulteriore elemento di rischio.
Matt Orton di Raymond James Investment Management descrive una combinazione di fattori negativi: “Si accumulano l’uno sull’altro… e questo rende più difficile mettere il denaro al lavoro”.
Secondo l’analista, il successo delle megacap negli ultimi anni le ha rese anche la principale fonte di liquidità per gli investitori: “A causa del dominio e del successo delle megacap negli ultimi anni, credo che siano diventate la prima e più facile fonte di liquidità. C’è questa tempesta perfetta che sta creando venti contrari per le megacap tecnologiche e per il settore tecnologico in generale”.
Il rischio concentrazione e l’impatto sull’intero mercato
Il peso del comparto resta enorme: tecnologia e megacap rappresentano circa un terzo degli indici principali, e il gruppo delle ‘Magnifiche Sette’ — tra cui Nvidia, Apple e Amazon — vale da solo circa un terzo della capitalizzazione complessiva del mercato statunitense.
Per Orton la conseguenza è chiara: “Finché questi grandi nomi del settore tecnologico non saranno in grado di trovare una sorta di stabilità nel mercato, diventerà quasi impossibile per il mercato più ampio trovare la propria posizione”. Il cosiddetto ‘rischio di concentrazione’ continua quindi a influenzare la direzione dell’intero listino.
Valutazioni in calo ma prospettive di crescita solide
Nonostante la fase turbolenta, le prospettive di lungo periodo restano positive. Le stime di LSEG indicano per il settore tecnologico una crescita degli utili del 43% nel 2026, contro circa il 18,8% per l’intero mercato.
Per King Lip di BakerAvenue Wealth Management questo fattore potrebbe diventare decisivo se la crescita economica rallentasse: “Gli investitori saranno affamati di crescita degli utili in un mercato a bassa crescita”.
La correzione ha inoltre reso le valutazioni più interessanti. Il rapporto prezzo/utili del settore è sceso rapidamente, avvicinandosi a quello dell’intero mercato e aprendo potenziali opportunità di ingresso. Alcuni leader del boom dell’intelligenza artificiale trattano ora a multipli sensibilmente più bassi: Nvidia ai minimi dal 2019 e Meta ai livelli più bassi degli ultimi tre anni.
Per Chris Galipeau di Franklin Templeton il quadro sta migliorando: “Il rapporto rischio/rendimento sta migliorando. Man mano che i prezzi delle azioni scendono, scende anche il rischio di possederle”.
Il messaggio che emerge è duplice: le big tech non sono più immuni alle turbolenze globali, ma proprio la correzione in corso potrebbe aprire una nuova fase di opportunità. Tuttavia, finché il settore non ritroverà stabilità, anche l’intero mercato azionario statunitense rischia di restare senza una direzione chiara.
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