Lezioni 2025: mercati resilienti nel caos globale

02/01/2026 08:15
Lezioni 2025: mercati resilienti nel caos globale

Quali lezioni ci ha lasciato il 2025 in cui i rischi finanziari sono stati molti e come possiamo farne tesoro per il 2026?

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM

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La fine di un anno e l’inizio di quello nuovo, pongono sempre interrogativi di che cosa abbiamo imparato e che cosa possa accadere. Cominciamo analizzando le lezioni del 2025. Sicuramente non possiamo dire che non sia stato un anno tumultuoso per i mercati dei capitali.

Il secondo mandato del presidente Trump, DeepSeek, i dazi statunitensi, l’One Big Beautiful Bill Act (OBBBA), una guerra logorante in Europa, le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, un blocco del governo USA (shutdown), i timori di una bolla dell’IA. Eppure i mercati hanno prosperato, smentendo i catastrofisti che, già ad aprile, mettevano in guardia da un’imminente implosione dell’economia globale e da risultati per i prezzi degli asset catastrofici, simili a quelli degli anni Trenta. Il peggio, tuttavia, non si è verificato, offrendo agli investitori diverse lezioni da non dimentica per il nuovo anno.

Lezione 1. Trump 2.0 è diverso da Trump 1.0. Trump 2.0 è partito a razzo e anche di più. Per essere chiari, il presidente ha emanato 218 ordini esecutivi nel suo primo anno, il numero più alto dai tempi di Roosevelt e ha dichiarato più emergenze nazionali nel primo anno (nove) rispetto a quante ne abbiano dichiarate complessivamente le sette amministrazioni precedenti. Se Trump 1.0 aderiva relativamente da vicino al copione repubblicano per quanto riguarda economia e sicurezza nazionale, Trump 2.0 si è mostrato più svincolato, meno tradizionale e più “transazionale”.

Proprio in questo senso, la propensione a fare accordi, Trump 2.0 è stato molto più attivo nel settore privato, promuovendo in modo aggressivo politiche industriali, acquisendo partecipazioni in società quotate e trattando con altri Paesi sui dazi statunitensi. E raramente un presidente è stato così esplicito nei confronti del presidente della Fed che, peraltro, ha nominato lui stesso nel 2017.

Guardando al 2026, gli investitori dovrebbero aspettarsi più o meno lo stesso copione. Far girare tutto al massimo è il mantra del presidente in un anno elettorale. Questo lascia presagire maggiore attivismo governativo, più pressioni verbali sulla Fed (che Trump non manca di sottolineare) e la prosecuzione di negoziati pragmatici sui dazi.

Lezione 2. Non sottovalutare mai la capacità dell’America corporate di cambiare rotta. L’S&P 500 è ora sulla buona strada per una crescita degli utili del 12% su base annua nel 2025, grosso modo in linea con le attese di consenso all’inizio dell’anno. Com’è successo? Prima di tutto, lo scenario peggiore temuto dopo il lancio del “Liberation Day” del 2 aprile da parte di Trump sui dazi, ovvero una guerra commerciale “occhio per occhio” che avrebbe innescato una recessione globale in stile anni Trenta, non si è mai materializzato.

Al contrario, il mondo in gran parte ha evitato l’escalation, le probabilità di recessione sono diminuite e le stime di consenso sulla crescita degli utili dell’S&P 500 si sono riprese di conseguenza. Nel frattempo, tra molta volatilità e incertezza, l’America corporate ha fatto ciò che sa fare meglio: adattarsi e aggiustarsi a circostanze in cambiamento, facendo leva sulla produttività tramite l’automazione, reindirizzando le catene di fornitura, accumulando scorte e alternando, dove necessario, tagli dei costi e trasferimento dei costi ai clienti.

La persistente capacità di generare utili dei colossi tecnologici mega-cap ha contribuito a spingere l’S&P 500 al quarto trimestre consecutivo di crescita degli utili a doppia cifra nel Q3. Nel Q4, invece, la forza sottostante degli utili è destinata ad ampliarsi oltre una manciata di società tech, preparando il terreno per una solida crescita degli utili anche nel prossimo anno.

Guardando avanti, i venti favorevoli della produttività e una crescita trainata dall’innovazione potrebbero portare ad un altro anno di margini record e profitti superiori alle attese per le aziende statunitensi. Anche condizioni finanziarie più favorevoli e lo stimolo fiscale derivante dall’OBBBA dovrebbero rappresentare importanti fattori di supporto. Ci aspettiamo una crescita degli utili a metà della doppia cifra il prossimo anno, che dovrebbe contribuire a far proseguire il mercato rialzista delle azioni USA.

Lezione 3: La Cina non è lo zerbino di nessuno. Quest’anno gli investitori hanno imparato che la Cina ha carte strategiche da giocare sul piano geo-economico e non ha paura di usarle. Un esempio: mentre praticamente ogni Paese del mondo ha ingoiato l’amaro boccone di dazi USA più alti, un Paese ha rifiutato, ha reagito e ha risposto con ritorsioni: la Cina. Ai dazi statunitensi sui beni cinesi Pechino ha risposto con controlli all’export sui minerali delle terre rare, un divieto di importazione della soia statunitense e altre misure punitive. Non sorprende che questo braccio di ferro “colpo su colpo” sul commercio abbia innescato volatilità di mercato e rafforzato la tesi a favore del possesso di titoli USA legati a difesa/cyber leader, sulle opportunità di “reshoring” industriale e sui giganti statunitensi dell’energia, dei materiali e dei semiconduttori. Continuiamo a privilegiare questi settori anche nel 2026.

Guardando appunto al 2026, il consenso è che la tregua commerciale tra Stati Uniti e Cina reggerà il prossimo anno. Tuttavia, gli investitori dovrebbero aspettarsi episodi periodici di volatilità mentre le due maggiori economie del mondo si contendono la supremazia nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nel quantum computing, nei nuovi farmaci, nei minerali critici e in altri settori strategici. È un mondo “G-2”. In termini di costruzione di portafoglio, continuiamo a preferire le azioni USA rispetto a quelle non-USA, anche se il nostro orientamento sui mercati emergenti si concentra sui leader azionari cinesi in Tecnologia/IA.

Lezione 4. Non temere una bolla dell’IA. Gli investitori sono più “razionali” che “irrazionali”. Quest’anno abbiamo imparato che a Wall Street il parlare di bolle non passa mai di moda e che, nonostante il chiacchiericcio incessante su una presunta “bolla dell’IA” in espansione, i mercati azionari hanno in gran parte evitato il territorio dell’euforia irrazionale. A tal proposito, molta della “schiuma” è uscita dalla “bolla” dell’IA: quest’anno solo tre titoli dei Magnificent 7 (Google, Nvidia e Tesla) hanno battuto il benchmark S&P 500.

Invece di inseguire “irrazionalmente” i rendimenti dei Magnificent 7, gli investitori hanno “razionalmente” ruotato all’interno del mercato USA verso le small-cap, i settori ciclici e comparti difensivi come la Sanità. Nel frattempo, sebbene il rialzo dei prezzi legati all’IA richiami alla mente episodi speculativi del passato, le valutazioni delle principali società IA, pur elevate, sono sostenute da una crescita concreta dei ricavi, solidi margini operativi e percorsi credibili di monetizzazione. Questo contrasta con l’era dot-com, quando le valutazioni erano scollegate dai modelli di business e dai fondamentali. Inoltre, riteniamo eccessive le preoccupazioni per l’impennata del debito finalizzato a finanziare l’IA, dato che a emettere quel debito sono società con rating AA e bilanci “corazzati”, che assumono decisioni solide sulla struttura del capitale.

Guardando al 2026 continuiamo a credere che anche il prossimo anno prevarrà la “razionalità”, poiché gli investitori hanno riconosciuto l’IA come un trend strutturale che aumenta la produttività, non una moda d’investimento passeggera. Restiamo comunque vigili sul rischio bolla, ma la nostra conclusione rimane che siamo ben lontani da estremi di prezzo o di valutazione tipici di una bolla. L’IA continua a essere prezzata come un acceleratore della crescita economica di lungo periodo, più che come una bolla speculativa.

Lezione 5: c’è vita oltre gli Stati Uniti. Chi ci segue sa, che siamo convinti che la diversificazione globale funzioni. Le azioni internazionali sono di nuovo attraenti. Questa è una delle principali lezioni di quello che è stato un anno straordinario per i titoli azionari fuori dagli USA, con le azioni ex-USA che hanno superato quelle statunitensi con il margine più ampio da oltre 15 anni.

Un motore primario per molti mercati è stato un dollaro USA più debole. Infatti, fino a metà dicembre, il deprezzamento del dollaro ha rappresentato il 43% dei rendimenti totali del DAX tedesco, il 53% del CAC francese, il 40% del Mexbol messicano e il 35% dell’indice IBOV brasiliano, per citarne alcuni. Hanno inoltre contribuito alla leadership internazionale anche un maggiore impulso fiscale in Paesi come Germania e Giappone, un orientamento globale verso budget per la difesa più elevati, l’esposizione alla corsa globale all’IA e all’automazione (Cina, Corea del Sud, Taiwan) e la forza dei metalli industriali e preziosi, che ha avvantaggiato mercati come Canada e Brasile.

Guardando al 2026, mentre le economie continuano ad adattarsi ad un ordine geopolitico più frammentato, ci aspettiamo mercati rialzisti “a ondate” in tutto il mondo. Il mondo entra nel 2026 con un orientamento verso politiche fiscali più espansive, una crescita economica più robusta distribuita a livello globale, valute asiatiche ancora sottovalutate secondo la parità dei poteri d’acquisto e prezzi delle materie prime con un’inclinazione al rialzo, tutti fattori che depongono a favore di portafogli diversificati con un’esposizione internazionale strategica.

Stiamo monitorando con attenzione gli enormi livelli di debito sovrano globale, che nel Q3 2025 hanno raggiunto 105,8 trilioni di dollari, circa il 46% in più rispetto all’inizio del decennio. Detto questo, come abbiamo imparato nel 2025, la diversificazione è viva e vegeta. Restiamo quindi costruttivi sui mercati non-USA e privilegiamo la gestione attiva, poiché i fondamentali differiscono tra Paesi in base alla capacità fiscale, ai flussi di finanziamento esterno e alle principali competenze competitive.

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