Nvidia, possibile apertura in Cina per il suo chip H200

Il gigante asiatico è impegnato nella sua strategia di produzione interna di semiconduttori destinati all’intelligenza artificiale ma le difficoltà nel soddisfare la crescente domanda starebbero spingendo le autorità a rivolgersi anche all’estero.
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L’apertura cinese su Nvidia
Si riapre il mercato cinese per Nvidia. Pur trattandosi di sole indiscrezioni di stampa (The Information), Pechino potrebbe permettere la vendita dei chip H200 del gigante statunitense, anche se comunque si tratterebbe di una quantità “limitata”.
Per il media, le autorità del Paese avrebbero informato aziende come Alibaba, ByteDance e DeepSeek che avranno il permesso di acquistare alcuni di questi processori, utilizzati per sviluppare modelli di intelligenza artificiale. Le aziende devono specificare quanti chip necessitano e per quale motivo per ottenere l’approvazione, sempre secondo The Information.
Il governo cinese, però, starebbe ancora decidendo quanti chip H200 consentire alle aziende di acquistare, ma il totale potrebbe essere inferiore a 200.000, ha riportato The Information. In termini di infrastruttura per l’intelligenza artificiale, non si tratta di un numero elevato: un singolo data center può utilizzare più di 400.000 processori Blackwell.
A maggio, la CFO di Nvidia, Colette Kress, ha dichiarato che i chip H200 non avevano ancora generato alcun ricavo per l’azienda in Cina. “Non sappiamo se saranno consentite importazioni nel Paese”, ha aggiunto. Di conseguenza, Nvidia non ha incluso alcun ricavo dalla Cina legato a quel mercato nelle sue previsioni.
La guerra dei chip
L’apertura arriva in un contesto in cui la Cina aveva vietato la vendita dei chip di Nvidia nonostante lo scorso dicembre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, avesse concesso alla società il permesso di vendere i suoi processori.
La Cina sta cercando di limitare le importazioni di chip in quanto sta puntando a sviluppare un’industria nazionale di semiconduttori, oltre ad evitare così rischi per la cybersicurezza. Nonostante questa strategia, una domanda crescente di chip per l’IA starebbe spingendo le autorità a consentire questi acquisti dell’H200, sempre secondo fonti del media: le fabbriche cinesi, come quelle negli USA, stanno faticando a trovare abbastanza potenza di calcolo per soddisfare le crescenti esigenze di addestramento e utilizzo di nuovi modelli.
In una dichiarazione, il portavoce dell’ambasciata cinese Liu Chang ha affermato che la posizione della Cina sulle esportazioni di chip statunitensi è sempre stata coerente: “Sosteniamo che Cina e Stati Uniti possano ottenere benefici reciproci e risultati vantaggiosi per entrambi attraverso la cooperazione, e ci opponiamo alla politicizzazione, all’uso strumentale e alla militarizzazione delle questioni tecnologiche ed economiche. Siamo pronti a collaborare con tutte le parti per salvaguardare insieme la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento globali”.
Investimento in Firmus
Intanto, Nvidia avrebbe investito in Firmus Technologies, startup australiana attiva nel settore delle infrastrutture cloud, destinata a fine anno a sbarcare alla Borsa di Sydney.
L’indiscrezione è stata diffusa dal Financial Review australiano, secondo il quale l’azienda statunitense avrebbe investito circa 720 milioni di dollari australiani (circa 500 milioni di dollari USA) nell'ambito dell'aumento di capitale del valore complessivi di 2 miliardi di dollari.
Nvidia ha acquistato azioni privilegiate, che verranno convertite in azioni ordinarie al momento dell'IPO, diventando il maggior investitore in Firmus, che viene dunque valutata 15,5 miliardi di dollari australiani al netto dell'investimento iniziale, quasi il doppio della sua precedente valutazione.
Firmus userà i proventi per acquistare chip Nvidia per il suo progetto di data center a Launceston e per supportare la sua strategia di espansione in Australia.
Prossimo appuntamento a luglio, quando Firmus terrà la assemblea per l’aumento di capitale finalizzato all’Ipo e per l'approvazione di un frazionamento azionario di 50 a 1, volta a ridurre il prezzo delle azioni prima dell’ingresso in borsa.
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