Oro, la stretta dell’India può davvero cambiare il mercato?

Nuova Delhi colpisce gli acquisti di metallo prezioso per proteggere la rupia e contenere l’emorragia di dollari. Ma per gli investitori internazionali il vero driver resta l’equilibrio fra inflazione americana, Treasury e guerra Usa-Iran.
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L’oro resta alto, nonostante il peso dei tassi
L’oro continua a muoversi su livelli storicamente elevati, sopra i 4.700 dollari l’oncia, ma non senza fatica. Stamattina il metallo giallo è scambiato a 4.703 dollari l’oncia dopo le pressioni arrivate dai dati americani sull’inflazione alla produzione, saliti in aprile al ritmo più sostenuto dal 2022. Il messaggio per i mercati è chiaro: la Federal Reserve potrebbe essere costretta a mantenere i tassi alti più a lungo.
Per l’oro è una notizia scomoda. Il metallo giallo non offre cedole né interessi, e quindi soffre quando i rendimenti dei Treasury salgono. Come ha osservato Soojin Kim, analista delle materie prime di Mitsubishi - MUFG, il rialzo dei rendimenti americani pesa sugli asset che non danno rendimento.
È il paradosso di questa fase: la guerra in Medio Oriente sostiene la domanda di beni rifugio, ma lo shock energetico alimenta anche l’inflazione, rafforza lo scenario di tassi elevati e finisce per frenare proprio l’oro.
Anche ING sottolinea che l’oro tende a comportarsi meglio quando i rendimenti reali scendono e il dollaro si indebolisce, mentre uno shock da petrolio può produrre l’effetto opposto.
La mossa dell’India: dazi dal 6% al 15%
In questo quadro già complesso è arrivata la decisione dell’India di più che raddoppiare i dazi sull’import di oro e argento, portandoli dal 6% al 15%. La misura punta a frenare gli acquisti dall’estero e ad alleggerire la pressione sulle riserve valutarie del Paese, sotto stress per il rincaro dell’energia legato alla guerra in Medio Oriente. L’India è particolarmente esposta all’interruzione dei flussi di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz.
L’effetto immediato è stato violento sul mercato domestico: i future indiani sull’oro sono balzati del 7,2% a 164.497 rupie per 10 grammi, mentre quelli sull’argento sono saliti dell’8% a 301.429 rupie al chilo.
Intanto Reuters segnala che in India gli sconti praticati dai dealer rispetto ai prezzi ufficiali hanno raggiunto livelli record, oltre 200 dollari l’oncia, perché molti investitori hanno preso profitto mentre gioiellieri e compratori retail sono rimasti alla finestra.
Perché l’oro è così importante in India
In India l’oro non è un semplice investimento. Nella cultura del Paese il possesso dell’oro è fortemente radicato: è risparmio, protezione, dote, status sociale, sicurezza familiare. Secondo un articolo di Bloomberg, quando il raccolto è favorevole per il piccolo agricoltore indiano è automatico investire i maggiori guadagni in oro. Il metallo giallo accompagna matrimoni, festività religiose, passaggi generazionali. In molte aree rurali e nell’economia informale rappresenta una forma di ricchezza più comprensibile e affidabile di un conto bancario o di un prodotto finanziario.
Secondo Morgan Stanley, le famiglie indiane detengono circa 34.600 tonnellate d’oro, custodite sotto forma di gioielli, lingotti, monete, oggetti nei caveau domestici, nei templi o nei bauli di famiglia. Ai prezzi attuali, questo patrimonio varrebbe circa 5.200 miliardi di dollari. L’India importa ogni anno circa 600-800 tonnellate di oro ed è il secondo consumatore mondiale dopo la Cina. Come mostra il grafico qui sotto (pubblicato da Bloomberg), l’acquisto di oro rappresenta la terza voce nelle importazioni indiane, dopo il petrolio e l’elettronica di consumo.
Per il governo Modi questo amore nazionale ha però un costo macroeconomico. Ogni oncia importata deve essere pagata in dollari. Quando gli acquisti crescono, si allarga il deficit commerciale, aumenta la domanda di valuta estera e si accentua la pressione sulla rupia. Da qui l’appello del premier a rinunciare agli acquisti di oro per almeno un anno e la scelta di usare la leva fiscale.
Misura efficace o boomerang?
È logico chiedersi se la stretta indiana possa pesare sulle quotazioni internazionali dell’oro. Una domanda che non trova risposte nette, ma ragionamenti articolati.
L’India è un gigante della domanda fisica di oro. Quindi, se i dazi ridurranno gli acquisti di gioielleria, soprattutto nelle fasce più sensibili al prezzo, il mercato globale potrebbe perdere una fonte importante di assorbimento. Ma la storia mostra che la domanda indiana è difficile da comprimere in modo stabile. L’oro viene spesso comprato per necessità sociale, non solo per convenienza finanziaria. Un matrimonio può essere rinviato, ridimensionato, adattato con carature più basse, ma difficilmente viene privato del tutto dell’oro.
C’è poi il rischio del contrabbando. Più sale il differenziale fra prezzo internazionale e prezzo domestico, più aumenta l’incentivo a importare metallo fuori dai canali ufficiali. Reuters segnala che il margine per gli operatori del mercato grigio è quasi raddoppiato, rendendo più conveniente aggirare i dazi. In questo caso il governo ridurrebbe solo in parte la domanda effettiva, spostandone una quota nell’economia sommersa.
Il vero arbitro resta la Fed
Per gli investitori internazionali, dunque, la mossa dell’India è un fattore da seguire, ma non il motore principale del prezzo. Il vero arbitro resta la combinazione fra rendimenti americani, dollaro, inflazione e rischio geopolitico.
Se la guerra in Medio Oriente dovesse allargarsi, o se aumentassero i timori su petrolio, crescita globale e stabilità finanziaria, l’oro potrebbe continuare a beneficiare della domanda di rifugio. Ma se lo shock energetico si traducesse soprattutto in inflazione più alta e tassi più rigidi, il metallo giallo rischierebbe nuove prese di profitto.
In sintesi, la stretta indiana può raffreddare una parte della domanda fisica e aumentare la volatilità nel breve. Ma non cancella i grandi pilastri che hanno sostenuto il rally dell’oro: incertezza geopolitica, acquisti delle banche centrali, sfiducia verso le valute e ricerca di protezione.
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BNP Paribas
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