Oro, qualcosa si è rotto: Deutsche Bank e Goldman Sachs tagliano i target

Dopo due anni di rialzi straordinari, il metallo giallo affronta un contesto meno favorevole. Deutsche Bank e Goldman Sachs hanno ridotto le proprie stime, mentre la Fed allontana l'ipotesi di tagli dei tassi. Restano però gli acquisti delle banche centrali, che continuano a sostenere il mercato.
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Deutsche Bank e Goldman Sachs tagliano i target
Per due anni l'oro ha regalato agli investitori soddisfazioni che pochi si sarebbero aspettati da un asset tradizionalmente considerato difensivo. Chi nel giugno 2024 aveva acquistato il metallo giallo come alternativa ai titoli di Stato, alla ricerca di protezione dall'incertezza geopolitica e dall'inflazione, si è ritrovato non in un tranquillo porto sicuro ma su una piattaforma di lancio.
Da allora la quotazione è salita di circa l'80%, mentre nel gennaio scorso l'oro aveva raggiunto il suo massimo storico, sfiorando i 5.600 dollari l'oncia. In quel momento il guadagno per chi aveva investito a metà 2024, quando il prezzo oscillava attorno ai 2.300 dollari, superava il 130%.
Oggi lo scenario appare diverso. Non necessariamente negativo, ma certamente meno favorevole.
Le banche d'affari frenano l'entusiasmo
L'ultimo segnale arriva da Deutsche Bank, che ha ridotto fino al 22% le proprie previsioni sul prezzo dell'oro. La banca tedesca stima ora una quotazione di 4.300 dollari l'oncia nel terzo trimestre e di 4.800 dollari nel quarto trimestre.
Anche Goldman Sachs la scorsa settimana ha corretto le proprie aspettative, riducendo di 500 dollari il target di fine anno a 4.900 dollari.
Non si tratta di previsioni pessimistiche. Anzi, entrambe le banche continuano a vedere un potenziale di rialzo rispetto agli attuali 4.100 dollari circa. Tuttavia il messaggio è chiaro: il mercato non offre più le stesse condizioni che avevano sostenuto la straordinaria corsa dell'oro negli ultimi due anni.
La guerra non basta più
La vicenda più interessante riguarda probabilmente il conflitto che ha visto contrapposti Stati Uniti, Israele e Iran. In teoria una guerra in Medio Oriente dovrebbe rappresentare uno scenario ideale per l'oro, da sempre considerato il bene rifugio per eccellenza. In pratica è successo qualcosa di diverso.
L'impennata del petrolio e dell'energia ha riportato al centro delle preoccupazioni il rischio inflazione. E per il mercato l'inflazione significa una cosa molto semplice: tassi di interesse più elevati.
Di conseguenza gli investitori hanno guardato meno alla funzione difensiva dell'oro e più al fatto che un contesto di tassi alti rende più attraenti le obbligazioni, che offrono un rendimento, rispetto ai lingotti custoditi in cassaforte che non producono alcun flusso cedolare.
In altre parole, il mercato ha dimostrato di temere più l'inflazione che la guerra.
Il cambio di prospettive della Fed
Il vero spartiacque è però arrivato dalla Federal Reserve. Nell'ultima riunione del Fomc l'istituto centrale americano ha mantenuto invariati i tassi, ma ha lasciato intendere che il percorso verso un allentamento monetario potrebbe essere molto più lungo del previsto. Il nuovo presidente Kevin Warsh, succeduto a Jerome Powell, ha ribadito che la priorità resta il ripristino della stabilità dei prezzi.
È un messaggio molto diverso da quello che il presidente Donald Trump avrebbe voluto sentire. La Casa Bianca continua infatti a chiedere una riduzione del costo del denaro per sostenere crescita economica e mercati finanziari. La Fed, almeno per ora, non sembra intenzionata a seguire questa strada.
Per l'oro è una cattiva notizia. L'intero rally degli ultimi anni è stato costruito anche sulla convinzione che, prima o poi, i tassi americani sarebbero scesi in modo significativo. Se questo scenario viene rinviato o addirittura sostituito dall'ipotesi di nuovi rialzi, il metallo giallo perde una delle sue principali fonti di sostegno.
Gli investitori stanno uscendo
Un altro segnale osservato da Deutsche Bank riguarda gli ETF garantiti da oro fisico.
Per buona parte del rally questi strumenti avevano rappresentato un'importante fonte di domanda. Oggi stanno invece registrando deflussi, segno che una parte degli investitori sta riducendo l'esposizione al metallo prezioso.
Anche dalla Cina arrivano indicazioni meno favorevoli. Secondo la banca tedesca, i prezzi dell'oro sul mercato interno cinese non mostrano quella tensione che normalmente incoraggia nuove importazioni.
Sono elementi che suggeriscono un raffreddamento della domanda finanziaria.
Il pilastro che continua a reggere
Non tutto però è cambiato. Se c'è un elemento che continua a sostenere il mercato è rappresentato dagli acquisti delle banche centrali.
Da quando la Russia è stata colpita dalle sanzioni occidentali nel 2022, molte autorità monetarie hanno accelerato la diversificazione delle proprie riserve, riducendo la dipendenza dal dollaro e aumentando il peso dell'oro.
L'ultimo rapporto del World Gold Council indica che questa tendenza dovrebbe proseguire anche nei prossimi anni. Si tratta probabilmente del fattore strutturale più importante per il mercato del metallo giallo.
Fine della corsa o semplice pausa?
La domanda che molti investitori si pongono è inevitabile: la grande corsa dell'oro è terminata? Probabilmente è prematuro affermarlo. Le stesse Deutsche Bank e Goldman Sachs continuano a prevedere prezzi superiori a quelli attuali.
Tuttavia qualcosa si è incrinato. Per oltre due anni l'oro ha beneficiato contemporaneamente di quasi tutti i fattori favorevoli possibili: tensioni geopolitiche, aspettative di tagli dei tassi, acquisti record delle banche centrali e forte domanda degli investitori.
Oggi almeno due di questi motori stanno rallentando. Gli investitori stanno riducendo l'esposizione e la Federal Reserve appare meno accomodante del previsto.
L'oro continua a essere un importante strumento di diversificazione e protezione. Ma la fase in cui ogni nuova crisi sembrava trasformarsi automaticamente in un ulteriore balzo delle quotazioni potrebbe essere alle spalle. Potrebbe semplicemente significare che il metallo giallo sta tornando a fare quello per cui era stato comprato all'inizio: proteggere il patrimonio, più che moltiplicarlo.
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