Perché Exxon, BP e Shell non festeggiano il rally del petrolio

Perché Exxon, BP e Shell non festeggiano il rally del petrolio

Dall’inizio del conflitto il greggio è salito del 37%, ma le grandi compagnie petrolifere hanno guadagnato appena l’1,4%. La spiegazione? Il mercato guarda ai prezzi futuri e ai rischi operativi nel Medio Oriente.

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L’analisi di Barron’s

La guerra in Medio Oriente ha spinto il prezzo del petrolio con forza verso l’alto, ma le azioni delle grandi compagnie petrolifere non hanno seguito lo stesso movimento.

Dall’inizio del conflitto tra Iran e Israele il prezzo del greggio è salito di circa il 37%, mentre i titoli delle cinque grandi major occidentali – Exxon Mobil, Chevron, TotalEnergies, BP e Shell – hanno guadagnato in media appena l’1,4%.

Una divergenza che può sorprendere gli investitori, abituati a vedere i titoli petroliferi salire quando il greggio accelera. Secondo un’analisi pubblicata da Barron’s, però, ci sono diverse ragioni che spiegano perché questa volta il mercato sta reagendo in modo diverso.

Il rischio geopolitico colpisce anche le compagnie

Il primo fattore è che le compagnie petrolifere non sono solo beneficiarie del rialzo del greggio: in uno scenario di guerra possono essere anche direttamente esposte ai rischi operativi.

Molte major hanno infatti attività produttive o infrastrutture energetiche nella regione. Ad esempio:

  • Exxon Mobil è partner di QatarEnergy nel settore del gas naturale liquefatto (GNL). Le tensioni nel Golfo Persico rischiano di rallentare le spedizioni di GNL e complicare i piani di espansione.
  • BP produce petrolio in Iraq e alcuni suoi giacimenti sono stati colpiti da attacchi con droni, costringendo a evacuazioni del personale.
  • Chevron ha dovuto sospendere temporaneamente le operazioni in un giacimento di gas offshore in Israele su richiesta delle autorità locali.

Secondo le stime di TD Cowen, la compagnia con maggiore esposizione produttiva al Medio Oriente è TotalEnergies, con circa il 27% della produzione proveniente dalla regione, seguita da BP (18%), Exxon (16%), Shell (13%) e Chevron (4%).

Il petrolio sale nel breve, ma non nelle aspettative di lungo periodo

Un secondo motivo riguarda il funzionamento del mercato petrolifero.

Il prezzo del petrolio che appare nei titoli dei giornali è quello dei contratti futures a breve scadenza, che riflettono soprattutto la situazione immediata del mercato.

Gli investitori azionari, invece, guardano soprattutto ai prezzi del petrolio attesi nel lungo periodo, perché da questi dipendono i flussi di cassa futuri delle compagnie.

Ed è proprio qui che emerge il punto chiave: i contratti futures sul petrolio con scadenze più lontane non sono saliti molto dall’inizio della guerra. Secondo i dati citati da Barron’s, il contratto Brent con scadenza marzo 2027 è aumentato di appena circa 4 dollari, mentre i futures con scadenza alla fine del 2027 restano sotto i 70 dollari al barile.

In altre parole, il mercato ritiene che la tensione geopolitica possa avere un impatto temporaneo, senza modificare in modo strutturale l’equilibrio tra domanda e offerta.

Gli investitori temono la fine improvvisa del conflitto

C’è poi un fattore psicologico. Come spiega Neal Dingmann, analista di William Blair, molti investitori avevano già acquistato titoli energetici prima dello scoppio del conflitto.

“È il classico caso di buy the rumor, sell the fact”, ha osservato Dingmann: gli investitori comprano sulla base delle aspettative e poi vendono quando l’evento si verifica. Inoltre molti gestori esitano a comprare ora le major petrolifere perché una fine improvvisa della guerra potrebbe far scendere rapidamente il prezzo del greggio.

Storicamente gli shock petroliferi legati a crisi geopolitiche tendono a durare pochi mesi.

Le major seguono anche l’andamento della Borsa

Un altro elemento riguarda la natura stessa delle grandi compagnie petrolifere. A differenza dei produttori più piccoli, le major sono gruppi molto diversificati, con attività che includono raffinazione, chimica, distribuzione di carburanti e marketing.

Queste attività sono spesso legate al ciclo economico e ai consumi. Se la guerra alimenta inflazione e rallentamento economico, alcune divisioni delle compagnie possono essere penalizzate.

Per questo motivo i titoli delle major tendono spesso a muoversi in linea con l’andamento generale della Borsa, soprattutto perché sono inclusi nei grandi fondi indicizzati globali.

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