Petrolio, l’Iran offre di riaprire Hormuz. C’è la Cina dietro la svolta?

Teheran propone un accordo con gli Usa per riaprire lo Stretto entro sette giorni e riprendere i negoziati sul nucleare. L’offerta arriva dopo il vertice Trump-Xi: il Medio Oriente è stato al centro dei colloqui e Pechino parla di un’intesa «cruciale» per raffreddare il conflitto. Il Brent scende sotto 106 dollari
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Stamattina Brent a 105,3 dollari, in calo dell’1,2%
L’Iran offre agli Stati Uniti un accordo lampo per riaprire entro sette giorni lo Stretto di Hormuz, la rotta attraverso cui in tempo di pace transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas. E dietro l’improvvisa apertura di Teheran potrebbe esserci anche la Cina, dopo che Donald Trump e Xi Jinping hanno discusso proprio della crisi mediorientale nel loro incontro a Washington.
È questa la speranza che stamattina (venerdì 25 settembre) ha riportato un po’ di calma sul mercato del petrolio. Il Brent, dopo essere salito di oltre il 7% nelle due sedute precedenti, è in calo dell’1,2% a 105,3 dollari al barile, mentre il WTI americano è tornato sotto i 93 dollari (1,1%).
Il ripiegamento non cancella le tensioni accumulate nelle ultime settimane. Il Brent resta in rialzo nella settimana e dall’inizio dell’anno guadagna oltre il 70%, mentre il conflitto fra Stati Uniti e Iran si avvicina alla fine del settimo mese.
BRENT, 12 MESI DI QUOTAZIONI
L’Iran: Hormuz riaperto entro sette giorni
La proposta è arrivata dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “Se saranno soddisfatte determinate condizioni, lo Stretto di Hormuz sarà aperto entro sette giorni e i colloqui riprenderanno”, ha dichiarato Araghchi.
Le condizioni, secondo il ministro, non sarebbero nuove: Teheran chiede agli Stati Uniti di tornare ai termini del memorandum di Islamabad, l’accordo per il cessate il fuoco raggiunto a giugno e poi naufragato all’inizio di luglio. L’amministrazione Trump aveva però già escluso di voler ripristinare quell’intesa.
Secondo Bloomberg, negoziatori americani e iraniani stanno discutendo a margine dell’Assemblea dell’Onu la possibilità di un accordo graduale. Washington potrebbe revocare il blocco dei porti iraniani in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz, mentre ripartirebbero i negoziati sul programma nucleare di Teheran.
Il ruolo della Cina
A rendere particolarmente interessante il momento scelto dall’Iran per avanzare la proposta è il vertice di questi giorni fra Donald Trump e Xi Jinping. Il presidente cinese è negli Stati Uniti per una visita di Stato di tre giorni e nei colloqui con Trump, oltre a commercio, intelligenza artificiale e Taiwan, è entrato anche il dossier iraniano.
Secondo CNBC, Trump ha chiesto a Pechino di utilizzare la propria influenza su Teheran per favorire un accordo. E una dichiarazione arrivata dalla diplomazia cinese lascia pensare che il colloquio fra i due presidenti possa avere contribuito almeno a creare un clima più favorevole.
“La situazione in Medio Oriente è stata uno dei grandi temi della discussione appena avvenuta tra i leader”, ha dichiarato oggi a Singapore Zhai Jun, inviato speciale cinese per il Medio Oriente. Il consenso raggiunto fra Trump e Xi, ha aggiunto, “sarà cruciale per abbassare la temperatura del conflitto”.
Non c’è quindi conferma di un intervento diretto di Pechino dietro la proposta iraniana. Ma la sequenza degli avvenimenti è significativa: Trump chiede l’aiuto di Xi, i due leader discutono dell’Iran e, mentre riprendono a New York i contatti indiretti fra Washington e Teheran, arriva l’offerta iraniana di riaprire Hormuz in appena sette giorni.
Da Hormuz passa un quinto dell’energia mondiale
La posta in gioco per il mercato petrolifero è enorme. Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico ai mercati mondiali e, prima della guerra, era attraversato da circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas.
Oggi il traffico è ridotto a una frazione dei livelli normali. Venerdì i transiti attraverso lo Stretto sono scesi a nove navi, secondo dati preliminari sul traffico marittimo citati da Reuters.
Gli attacchi alle navi commerciali hanno inoltre fatto salire i costi di trasporto e delle assicurazioni, mentre altri problemi stanno colpendo l'offerta di greggio mediorientale. L'oleodotto saudita East-West, che porta il petrolio verso il terminal di Yanbu sul Mar Rosso, resta fuori servizio dopo gli attacchi delle scorse settimane.
Nonostante il calo delle quotazioni di venerdì, il mercato fisico continua quindi a segnalare una forte scarsità di offerta. Lo spread fra i primi due contratti sul Brent ha raggiunto circa 6,80 dollari al barile in backwardation, vicino ai livelli più elevati da aprile. Negli Stati Uniti, intanto, i trader hanno pagato premi record per assicurarsi consegne immediate di greggio a Cushing, il principale hub petrolifero americano.
Il mercato adesso vuole vedere i fatti
È anche per questo che gli investitori accolgono con prudenza l'ennesima apertura diplomatica. Negli ultimi sei mesi le quotazioni hanno reagito ripetutamente alle dichiarazioni provenienti da Washington e Teheran, spesso seguite da brusche inversioni.
Per il momento il Brent rimane sopra i 100 dollari. Haris Khurshid, chief investment officer di Karobaar Capital, ritiene che possa restare nell'area 100-110 dollari finché non cambierà qualcosa di sostanziale. Un accordo credibile e graduale fra Washington e Teheran potrebbe riportarlo rapidamente sotto quota 100; nuove interruzioni delle esportazioni o della logistica potrebbero invece rimettere nel mirino i 120 dollari.
La proposta dei sette giorni offre al mercato qualcosa che mancava da tempo: una possibile scadenza ravvicinata per verificare se alle parole seguiranno i fatti. E questa volta, sullo sfondo del negoziato fra Washington e Teheran, potrebbe esserci anche il peso diplomatico di Pechino.
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