Petrolio, prime aperture a Hormuz ma l’Iran smentisce ancora Trump

Il passaggio attraverso lo stretto, però, sarebbe permesso solo alle imbarcazioni disposte a pagare un pedaggio, mentre dal fronte di guerra la situazione sembra aggravarsi.
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Quotazioni del petrolio in calo
Continua la volatilità dei prezzi del petrolio, fortemente condizionati dagli sviluppi della guerra in Medio Oriente.
Se ieri il Brent scambiava sopra quota 100 dollari, dopo aver toccato i 109 dollari nelle ore precedenti, stamattina il benchmark scendeva del 5%, portandosi sotto i 95 dollari al barile. Discesa anche per il greggio WTI, a 87,48 dollari dopo i 92,44 dollari al barile di ieri.
Prime aperture nello Stretto di Hormuz
Più che l’ennesimo annuncio di Donald Trump, seguito dalla smentita dell’Iran sulle trattative, ad attirare le vendite è stato il ritorno del transito di alcune petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, dove passa circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio.
L’annuncio era stato fatto direttamente da Teheran attraverso una lettera consegnata all’Organizzazione marittima internazionale, nella quale spiegava che lo stretto è aperto per le imbarcazioni “non ostili”.
Secondo quanto riportato da Bloomberg, però, il transito sarebbe concesso soltanto alle imbarcazioni disposte a pagare un pedaggio che raggiungerebbe i 2 milioni di dollari: un regalo al regime iraniano.
Immediata la reazione di Trump: “l’Iran ci ha fatto un grandissimo regalo sul petrolio e il gas, sono tanti soldi, è legato a Hormuz. Vogliono un accordo”, per poi aggiungere di “aver vinto la guerra”.
Il piano di Trump
Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti arrivano dopo che il governo avrebbe inviato all’Iran un piano di pace in 15 punti, alimentando così le speranze di un cessate il fuoco, anche se non sono trapelati i dettagli di tale proposta.
Trump ha annunciato che Washington è "in trattative in questo momento" con l'Iran, aggiungendo che Teheran "sta dicendo cose sensate" e sembra desiderosa di raggiungere un accordo di pace.
Lunedì Trump aveva descritto i colloqui con l'Iran come "produttivi", ma i funzionari iraniani hanno negato che fossero in corso negoziati, sottolineando la persistente incertezza sulla situazione.
Dall'Iran solo smentite
Anche in questo caso, però, da Teheran è arrivata una secca smentita: “gli Stati Uniti stanno negoziando con sé stessi”, ha dichiarato oggi un portavoce militare iraniano, secondo quanto riportato dai media statali, il giorno dopo che Trump aveva affermato che Teheran vuole raggiungere un accordo per porre fine alla guerra.
"Il livello della vostra lotta interna ha raggiunto il punto di negoziare con voi stessi?", ha provocato Ebrahim Zolfaqari, portavoce del Comando Centrale Khatam al-Anbiya delle forze armate iraniane. "Persone come noi non potranno mai andare d'accordo con persone come voi", avvisava minaccioso Zolfaqari.
Il portavoce ha poi affermato che gli investimenti statunitensi e i prezzi dell'energia prebellici non torneranno finché Washington non accetterà che la stabilità regionale sia garantita dalle forze armate iraniane.
Gli sviluppi militari
Sul terreno, però, il conflitto è entrato in una fase intensa, con attacchi israeliani su Teheran, su siti sensibili vicino a Isfahan e sulle infrastrutture petrolifere iraniane, seguiti da attacchi di rappresaglia su Tel Aviv e la zona di Dimona.
Intanto i media segnalano che il Pentagono stia schierando circa 2.000 soldati in Medio Oriente e Bloomberg Economics ipotizza cinque possibili scenari di intervento di terra, tra cui la conquista dell'isola di Kharg.
"L'esercito non sta dando alcun segnale di una possibile distensione", secondo Aaron Stein, presidente del Foreign Policy Research Institute, “Tutt'altro. Tutto ciò che vedo e sento dal Dipartimento della Difesa indica che stanno pianificando una campagna più lunga”.
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