Il petrolio torna a salire in attesa dell’attacco USA all’Iran

La scadenza di stasera dell’ultimatum di Donald Trump a Teheran dopo il fallimento delle trattative e il blocco dello Stretto di Hormuz tornano a mettere pressione sui prezzi del greggio nonostante la decisione dell’Opec+ di aumentare la produzione.
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Prezzi del petrolio in crescita
Nuova impennata per i prezzi del petrolio nel giorno in cui scade la tregua fissata da Donald Trump e nonostante la decisione dell’Opec+ di aumentare la produzione.
Se ieri le quotazioni del greggio erano calate sulle notizie delle seppur limitate aperture dello Stretto di Hormuz, oggi il Brent torna sopra i 111 dollari (+1,30%) dopo essere sceso fino ai 107 dollari, mentre il greggio WTI si porta (+2%) a 114 dollari al barile.
A questi prezzi, il Brent è balzato nell'ultimo mese di circa il 20% ed il WTI del 26%, con il rialzo da inizio anno che si spinge all'82% per la qualità del Mare del Nord e il greggio nordamericano che ha pressoché raddoppiato il suo valore.
Da segnalare che la qualità nordamericana, che solitamente incorpora meno le tensioni in Medioriente per il suo carattere prevalentemente locale, sta scontando da qualche tempo un premio scarsità, soprattutto il contratto più vicino in scadenza maggio, per effetto della chiusura dello Stretto di Hormuz che riduce il petrolio trasportato via mare ampliando la domanda per il WTI.
Salta la tregua
Il nuovo rialzo arriva dopo che la tregua di 45 giorni proposta dai mediatori statunitensi è saltata in quanto Teheran non ha accolto le condizioni poste dagli USA per il cessate il fuoco, lasciando i mercati esposti alla ripresa delle ostilità.
Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa statale islamica Islami News Agency, Teheran avrebbe chiesto la fine definitiva della guerra, la revoca delle sanzioni e l'avvio di interventi di ricostruzione, oltre a un protocollo per il transito sicuro attraverso Hormuz.
Se l'Iran non avesse accettato le condizioni degli Stati Uniti, l'esercito avrebbe potuto distruggere "ogni ponte in Iran entro la mezzanotte di domani" e mettere fuori uso tutte le centrali elettriche, aveva avvertito ieri Trump nel corso di una conferenza stampa che aveva avuto l’effetto di far rialzare nuovamente i prezzi del petrolio.
Stretto di Hormuz ancora chiuso
Intanto, il transito di petroliere attraverso lo Street di Hormuz resta ai minimi storici, con passaggi a singhiozzo e permessi solo alle navi “amiche”, tra cui soprattutto quelle cinesi, o dietro pagamenti di super pedaggi per le nazioni “neutrali”, pari anche a 2 milioni di dollari. Ancora proibito il passaggio per le petroliere battenti bandiera ostile.
Trump aveva insistito affinché la libertà di navigazione attraverso lo stretto sia parte integrante di qualsiasi accordo per porre fine alla guerra in Medio Oriente.
L’inutile mossa dell’Opec+
Nel fine settimana si era svolta la videoconferenza dei produttori di petrolio e dei suoi alleati (Opec+), al termine della quale i membri (Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman) hanno deciso un aumento dell’output di greggio pari a 206 mila barili al giorno a partire da maggio 2026.
Nel comunicato, l’Opec+ ha espresso preoccupazione per i danni che il conflitto sta provocando al settore petrolifero, per poi ribadire il loro impegno a mantenere il mercato ben rifornito.
"I paesi aderenti continueranno a monitorare e valutare attentamente le condizioni di mercato e, nel loro costante impegno a sostegno della stabilità del mercato, hanno ribadito l'importanza di adottare un approccio prudente e di mantenere la massima flessibilità", ha ribadito l'Opec+. Il meeting ha inoltre espresso "preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche, rilevando che il ripristino a pieno regime degli impianti energetici danneggiati è costoso e richiederà molto tempo, con conseguenti ripercussioni sulla disponibilità complessiva dell'approvvigionamento".
La decisione dell’Opec+, però, resta di rimanere solo una dichiarazione di intenti in quanto diversi produttori chiave del gruppo non sono in grado di aumentare la produzione a causa della guerra.
Il conflitto ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz dalla fine di febbraio, interrompendo le esportazioni di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq, gli unici membri Opec+ che avrebbero potuto aumentare la produzione in modo significativo. Altri Paesi, come la Russia, non possono farlo per via delle sanzioni occidentali e dei danni alle infrastrutture legati alla guerra in Ucraina.
Nella regione del Golfo, i danni provocati da attacchi con missili e droni (gli ultimi questa mattina ad Abu Dhabi e in Kuwait) hanno aggravato la situazione e secondo le autorità locali serviranno mesi per tornare alla normalità, anche se il conflitto cessasse e Hormuz venisse riaperto immediatamente.
Economia USA ancora resiliente
Mentre gli operatori di mercato tenevano d'occhio gli sviluppi geopolitici, attendevano con interesse i dati chiave sull'inflazione previsti per venerdì scorso. I dati hanno mostrato che l'economia dei servizi statunitense si è espansa a marzo a un ritmo più lento, con un calo dell'occupazione al livello più alto dal 2023 e un'accelerazione significativa dei prezzi dei fattori produttivi.
“Mentre gli investitori sono concentrati sui rischi geopolitici, i dati macroeconomici continuano a indicare un'economia resiliente e prospettive di utili ancora positive”, evidenzia Mark Hackett di Nationwide.
Secondo Jeff Roach di LPL Financial, i segnali economici contrastanti illustrano il periodo di incertezza che la maggior parte delle imprese sta attraversando.
"Una prolungata disputa sullo Stretto di Hormuz, che si protragga fino a maggio e giugno, oscurerebbe notevolmente le prospettive per gli Stati Uniti e per l'economia globale", ha affermato. "Per ora, visti i dati sull'occupazione pubblicati venerdì scorso, i membri del comitato di politica monetaria della Fed possono permettersi il lusso di rimanere in una modalità attendista".
Analisti consigliano pazienza
"È chiaramente troppo presto perché gli analisti di mercato smettano di pensare al rischio geopolitico", ha segnala Jeff Buchbinder di LPL Financial "Per ora, riteniamo che la migliore strategia per gli investitori sia la pazienza", consiglia l’esperto.
"Riteniamo che l'S&P 500 stia toccando il fondo e pensiamo che sia opportuno iniziare ad aumentare le posizioni long su titoli ciclici e di qualità in crescita, dove gli utili rimangono solidi, le valutazioni si sono compresse e il sentiment è negativo", consiglia Michael Wilson di Morgan Stanley.
Secondo il desk di trading di Goldman Sachs Group, gli investitori sistematici sono pronti a tornare ad acquistare azioni dopo aver ridotto drasticamente la loro esposizione ai minimi pluriennali durante il recente crollo del mercato.
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BNP Paribas
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