L’oro non brilla più: sotto i 4 mila dollari per la prima volta in sette mesi

L’oro non brilla più: sotto i 4 mila dollari per la prima volta in sette mesi

Una Fed sempre più restrittiva continua a spostare l’interesse degli investitori verso asset più convenienti mentre alcune banche d’affari tagliano i loro target price sul metallo giallo.

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Quotazioni dell’oro sempre in calo

Prosegue il calo dell’oro, ormai sceso ai minimi dal novembre 2025. Questa mattina, il prezzo spot toccava un minimo di 3.963 dollari l’oncia, sotto i 4 mila dollari per la prima volta da sette mesi, mentre il future con scadenza ad agosto scendeva fino ai 3.979 dollari.

Il rally del metallo giallo si era esaurito a fine gennaio, poco dopo avere raggiunto il massimo storico di quasi 5.600 dollari l'oncia ed è sceso di oltre il 20% rispetto al suo ultimo picco.

L’indice del dollaro statunitense sta guadagnando quasi l’1% questa settimana, rendendo più costoso per gli acquirenti in altre valute l’acquisto dei metalli preziosi quotati in dollari.

Tra gli altri metalli, anche l’argento continua a scende dopo aver perso ieri quasi il 7%, arrivando fino a scendere sotto i 60 dollari l’oncia per la prima volta da dicembre, oggi scambiato a 56,80 dollari l’oncia.

Il ruolo della Fed

“L’oro deve affrontare una combinazione più difficile: una Fed più falco, rendimenti reali più solidi e alcuni danni tecnici dopo aver rotto il livello psicologico dei 4.000 dollari. Questo rende i rialzi vulnerabili a un esaurimento, almeno per ora”, spiega Christopher Wong, strategist di Oversea-Chinese Banking Corp.

I segnali arrivati dai membri della Federal Reserve mostrano un crescente sostegno a politiche monetarie più restrittive: il nuovo presidente Kevin Warsh ha adottato un tono da ‘falco’ nel corso della sua prima riunione a capo dell’istituto centrale. Tassi di interesse più alti rendono l’oro meno attraente rispetto ad altri asset che offrono rendimenti, come i titoli di Stato statunitensi.

Secondo Goldman Sachs, il messaggio restrittivo di Warsh probabilmente limiterà le preoccupazioni sull'indipendenza delle banche centrali nelle economie sviluppate, incertezze che precedentemente avevano alimentato le scommesse sui metalli preziosi nell'ambito della ‘strategia di svalutazione’ (debasing trade), che privilegia asset come oro e Bitcoin rispetto a valute vulnerabili a eccessi inflazionistici, fiscali e monetari come il deprezzamento del dollaro.

Investimenti massicci nell’intelligenza artificiale e la posizione energetica relativamente favorevole degli USA hanno rafforzato l’attrattiva del dollaro rispetto alle economie europee e asiatiche importatrici di energia.

“Il tema del ‘ciclico eccezionalismo USA’ sta prevalendo su quello strutturale del debasing”, evidenzia Nicky Shiels, responsabile della strategia sui metalli di Mks Pamp.

Un aspetto positivo per i metalli preziosi è dato invece dalla continua solidità della domanda da parte delle banche centrali.

Si riducono i target price

In questa situazione, nell’ultima settimana diverse grandi banche avevano ridotto le loro previsioni.

Tra queste, Goldman Sachs aveva tagliato di 500 dollari le sue attese, prevedendo ora 4.900 dollari l’oncia.

Stessa decisione per Deutsche Bank, che ha ridotto del 17% la sua stima per il quarto trimestre, portandola a 4.300 dollari.

Infine, Intesa Sanpaolo prevede una media di circa 4.200 dollari nel terzo trimestre e di 4.200 dollari nel quarto. Su base annua, il metallo giallo potrebbe passare da circa 4.400 dollari nel 2026 a 4.200 dollari nel 2027, ma tornare a registrare nuovi record negli anni successivi, prevedono dalla banca torinese.

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