Petrolio in calo: l’Iraq torna ad esportare

Petrolio in calo: l’Iraq torna ad esportare

Alcune notizie positive legate all’offerta di greggio stanno dando respiro alle quotazioni dell’energia ma alcuni analisti prevedono che i prezzi resteranno ancora sopra quota 100 dollari al barile nel breve termine.

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Le quotazioni di oggi del petrolio

Petrolio in discesa questa mattina dopo l’accordo dell’Iraq con la Turchia che allieva le preoccupazioni per l’offerta di greggio dovute al blocco dello Stretto di Hormuz.

Il Brent scambia a 102 dollari (-1%) questa mattina dopo essere sceso sotto quota 100, mentre il greggio WTI ripiega a 93,40 dollari al barile.

L’accordo dell’Iraq

A dare respiro alle quotazioni del petrolio è l’annuncio fatto dall’Iraq sulla ripresa dei una parte delle sue esportazioni trasportate tramite oleodotto verso un porto turco, grazie ad un accordo con le autorità del Kurdistan iracheno, evitando così il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz.

In un comunicato, la compagnia petrolifera statale che gestisce i giacimenti petroliferi nel nord dell'Iraq ha annunciato “l'avvio delle operazioni presso la stazione di pompaggio di Sarlo, con la ripresa del pompaggio e dell'esportazione di petrolio da Kirkuk al porto turco di Ceyhan, con una capacità di esportazione iniziale di 250.000 barili al giorno”.

Il ministero delle Risorse Naturali della Regione del Kurdistan ha confermato in una nota che le operazioni sono iniziate alle 6.30 del mattino (le 4.30 in Italia, ndr) per l'esportazione di petrolio “attraverso l'oleodotto del Kurdistan verso il porto turco di Ceyhan”.

Con la guerra in Medio Oriente, scatenata il 28 febbraio dall'offensiva israelo-statunitense contro l'Iran, l'Iraq, membro fondatore dell'Opec, aveva completamente interrotto le sue esportazioni - che normalmente ammontano a circa 3,5 milioni di barili al giorno - e le autorità stavano cercando alternative allo Stretto di Hormuz, reso praticamente impraticabile dall'Iran.

La riapertura dell'oleodotto, secondo le stime di Bloomberg, potrebbe comunque solo parzialmente riequilibrare i numeri pre-guerra.

Intanto, gli Emirati Arabi Uniti potrebbe supportare gli USA nel trasporto marittimo nello Stretto di Hormuz, secondo quanto diffuso da alcuni media, diventando così il primo Paese a rispondere positivamente all’appello di Donald Trump di assistenza nell’importante rotta marittima.

Aumentano le scorte USA

Una buona notizia per i prezzi del greggio è arrivata ieri sera dati dai sulle scorte statunitensi, aumentate oltre le attese.

In particolare, i dati dell’American Petroleum Institute (API) hanno mostrato una crescita di 6,60 milioni di barili di stock la scorsa settimana, mentre le attese erano per un calo di 0,6 milioni.

I dati API di solito preannunciano una lettura simile dai dati ufficiali sulle scorte USA, quelle diffuse dall’EIA, che saranno pubblicati oggi, ore 15:30 italiane.

Sempre sopra quota 100 dollari secondo OCBC

Nonostante il calo, gli analisti di OCBC ritengono che i prezzi del petrolio resteranno sopra i 100 dollari al barile nel breve termine, alla luce dell’assenza di segnali di de-scalation nel conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Quota 100 dovrebbe mantenersi fino a metà 2026, secondo gli esperti del broker, segnando così un netto rialzo rispetto alla loro previsione precedente di 70 dollari, per poi scendere verso i 79 dollari entro l’inizio del 2027.

La banca ha dichiarato che il conflitto è entrato nella sua terza settimana senza alcuna svolta diplomatica credibile, lasciando i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz gravemente limitati e mantenendo i mercati globali del greggio sotto pressione.

"La persistente paralisi del trasporto marittimo sta costringendo i produttori del Golfo a chiudere la produzione, aumentando il rischio che le interruzioni temporanee si trasformino in perdite di offerta più durature", hanno affermato gli analisti delle materie prime di OCBC.

Misure di mitigazione - tra cui rotte alternative tramite oleodotti, rilasci di riserve strategiche e continuazione delle esportazioni iraniane - potrebbero compensare fino a 10 milioni di barili al giorno, ha affermato OCBC, ma lascerebbero comunque un significativo divario di offerta in caso di interruzione prolungata.

La banca ha aggiunto che i mercati petroliferi si stanno ora avvicinando a uno scenario di shock dell’offerta "moderatamente grave", con rischi orientati verso ulteriori rialzi se le tensioni persistono.

Le nuove previsioni di altri analisti

Anche altre banche d’affari e società di ricerca hanno aggiornato le loro previsioni sui prezzi del petrolio Brent e WTI alla luce delle tensioni legate allo Stretto di Hormuz.

Barclays stima per il 2026 un prezzo medio del Brent intorno agli 85 dollari al barile, ipotizzando una normalizzazione del traffico nello stretto in 2-3 settimane; tuttavia, se le interruzioni dovessero durare 4-6 settimane, il prezzo potrebbe salire fino a 100 dollari al barile. Anche ANZ ha rivisto al rialzo le stime per il primo trimestre 2026, portandole a 100 dollari da 90.

Goldman Sachs prevede invece una media di 75 dollari al barile nei prossimi tre mesi e 71 dollari nei dodici mesi, mentre BMI stima una media di 67 dollari nel terzo trimestre 2026 e 69 dollari nel quarto. Citigroup vede il Brent a 75 dollari nel primo trimestre 2026, 78 nel secondo e 68 nel terzo, mentre Bank of America indica una media di 80 dollari nel secondo trimestre 2026, ma un calo verso 65 dollari nel 2027 con il ritorno di un surplus di offerta.

Più elevate le stime di HSBC, che prevede prezzi intorno agli 80 dollari nel 2026, mentre UBS avverte che un’interruzione prolungata dei flussi attraverso Hormuz potrebbe spingere il Brent oltre i 100 dollari, con livelli superiori a 120 dollari tali da provocare una significativa distruzione della domanda.

Nello scenario più estremo, Macquarie ritiene che una chiusura dello stretto per diverse settimane potrebbe far salire il greggio fino a 150 dollari al barile o oltre.

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