Sebbene la stagflazione non sia il caso base, merita comunque di essere monitorata

20/03/2026 07:15
Sebbene la stagflazione non sia il caso base, merita comunque di essere monitorata

L'ultima fiammata geopolitica ha introdotto una nuova serie di potenziali venti contrari per i mercati, tra i quali un aumento sostenuto dei prezzi dell'energia in grado di riaccendere l'inflazione, pesando al contempo sull'espansione economica.

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM

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Richieste settimanali USA alla disoccupazione inferiori alle attese (205k contro 215 attese) e in calo rispetto alle 213k della scorsa settimana. PhillyFed di marzo più alto delle attese (18,1 punti contro 8,3 atteso) e in crescita rispetto ai 16,3 punti di febbraio.

Come era nelle attese, anche la BCE ha lasciato invariati i tassi di interesse. Secondo il Consiglio, la guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica. Il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici. Le implicazioni a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra nonché dal modo in cui le quotazioni dell’energia influenzeranno i prezzi al consumo e l’economia. Per definire l’orientamento di politica monetaria adeguato, il Consiglio direttivo seguirà un approccio guidato dai dati in base al quale le decisioni vengono adottate di volta in volta a ogni riunione.

Le nuove proiezioni degli esperti della BCE dello scenario di base vedono l’inflazione complessiva che si collocherebbe in media al 2,6% nel 2026, al 2,0% nel 2027 e al 2,1% nel 2028 (rivista al rialzo, in particolare per il 2026, in ragione dell’incremento dei prezzi dell’energia causato dalla guerra in Medio Oriente). L’inflazione al netto della componente energetica e alimentare si porterebbe in media al 2,3% nel 2026, al 2,2% nel 2027 e al 2,1% nel 2028 (anche questa rivista al rialzo). Per quanto riguarda l’economia, la BCE si attende una crescita economica pari in media allo 0,9% nel 2026, all’1,3% nel 2027 e all’1,4% nel 2028, con una revisione al ribasso, in particolare per il 2026, derivante dagli effetti a livello mondiale che la guerra produrrà sui mercati delle materie prime, sui redditi reali e sul clima di fiducia. Al tempo stesso, il basso livello di disoccupazione, la solidità dei bilanci del settore privato, la spesa pubblica per difesa e infrastrutture dovrebbero continuare a sostenere la crescita.

Inutile girarci intorno. L'ultima fiammata geopolitica ha introdotto una nuova serie di potenziali venti contrari per i mercati. Il principale tra questi è il rischio che un aumento sostenuto dei prezzi dell'energia possa riaccendere l'inflazione, pesando al contempo sull'espansione economica. Gli osservatori di mercato più esperti sono stati rapidi nel sollevare lo spettro della stagflazione, ovvero il binomio tossico tra prezzi in aumento e crescita stagnante. Un simile contesto, oltre che economico, presenta un dilemma politico. Infatti, allentare la politica monetaria per sostenere la crescita rischia di alimentare l'inflazione, mentre inasprirla per contenere i prezzi potrebbe frenare ulteriormente l'attività economica. Uno scenario decisamente impegnativo per i decisori della politica monetaria e per gli investitori.

La stagflazione non è lo scenario di base degli analisti. Le prospettive di crescita a medio termine non sono state alterate in modo significativo dal conflitto in Medio Oriente. I fondamentali dei consumatori sono complessivamente sani, i trend della produttività rimangono solidi e l'economia statunitense oggi è molto più resiliente agli shock energetici rispetto ai decenni passati. Il tanto temuto scenario di stagflazione merita comunque un'analisi approfondita con l'evolversi delle dinamiche geopolitiche.

Ritorno agli anni '70. Gli anni '70 e i primi anni '80 offrono un monito sul potenziale impatto economico e di mercato della stagflazione. Quel periodo fu definito da un mix dannoso di inflazione persistentemente alta e crescita debole, aggravato da ripetuti shock dell'offerta e da una risposta politica inizialmente inadeguata. L'embargo petrolifero dell'OPEC del 1973 aumentò drasticamente i costi energetici e compresse il potere d'acquisto delle famiglie, contribuendo al rallentamento della crescita e all'aumento della disoccupazione. Lo shock fu aggravato diversi anni dopo dalla Rivoluzione Iraniana del 1979, che interruppe le forniture globali di petrolio e spinse nuovamente al rialzo i prezzi dell'energia. L'inflazione s'impennò in un momento in cui lo slancio economico era già fragile. I decisori politici faticarono a contenere l'aumento dei prezzi senza aggravare il rallentamento economico e le aspettative di inflazione si radicarono nel sistema.

L'inflazione raggiunse infine tre picchi distinti nell'arco di oltre dieci anni, prima di essere messa sotto controllo nei primi anni '80, creando un contesto difficile per i mercati finanziari. In particolare, l'S&P 500 toccò il fondo nel 1974, quasi sei anni prima del picco finale dell'inflazione e quasi sette anni prima del picco dei tassi. Le Small-cap sovraperformarono le Large-cap su base annua per tutti gli anni '70, e lo stile Value registrò rendimenti elevati rispetto al Growth.

L'inflazione persistente ha inoltre generalmente eroso i rendimenti reali del reddito fisso. I Real Asset, come l'oro e le materie prime, hanno goduto di performance relativamente forti, con l'indice Bloomberg Commodity che ha registrato un guadagno annuo del 24,0% nel corso del decennio.

Saltiamo in avanti fino al 2026. L’attuale scenario economico appare fondamentalmente diverso da quello degli anni '70. Strutturalmente, l’economia statunitense è molto meno vulnerabile a quel tipo di pressioni sui prezzi che si autoalimentano e che hanno caratterizzato quell'epoca. Il passaggio verso l’indipendenza energetica è tra i miglioramenti più significativi. Mentre un tempo gli Stati Uniti dipendevano fortemente dal petrolio importato, oggi sono un esportatore netto di energia, il che fornisce un importante cuscinetto contro gli shock dei prezzi energetici globali. Anche i consumatori potrebbero essere oggi in una posizione migliore per resistere all’aumento dei prezzi dell’energia. La spesa energetica rappresenta infatti attualmente il 3,0% del reddito personale, ovvero meno della metà del livello medio osservato negli anni '70. Anche le aspettative di inflazione oggi rimangono relativamente ben ancorate, contribuendo a ridurre il rischio di quella spirale prezzi-salari che alimentò il rapido ritmo dell’aumento dei prezzi durante l’era della stagflazione.

Che significa questo per gli investimenti? L'ultimo conflitto geopolitico ha introdotto una serie di potenziali venti contrari per i mercati e l'economia. In periodi di elevata incertezza, mantenersi ben diversificati e fedeli a un piano finanziario a lungo termine può essere una valida linea d'azione.

La cosa fondamentale di oggi è che il conflitto geopolitico si sta manifestando in un momento in cui le pressioni inflazionistiche si sono già notevolmente attenuate rispetto al picco di metà 2022. L’IPC è cresciuto del 2,4% su base annua a febbraio, in linea con le aspettative e appena al di sopra dell’obiettivo di inflazione del 2,0% della Federal Reserve. Sebbene un aumento sostenuto dei prezzi dell’energia possa rallentare il processo di disinflazione — in particolare se il conflitto dovesse rivelarsi prolungato — il quadro strutturale suggerisce che l’economia statunitense sia in una posizione migliore per assorbire tali shock.

Sul fronte della crescita, è innegabile che i fondamentali economici rimangano – per ora - favorevoli. A febbraio, il mercato del lavoro ha mostrato alcuni segnali di raffreddamento dopo diversi mesi di stabilizzazione, con gli occupati del settore non agricolo (nonfarm payrolls) che hanno registrato un calo legato a fattori meteorologici e il tasso di disoccupazione che è salito al 4,4%. Ciò nonostante, il mercato del lavoro rimane ben lontano dal territorio recessivo.

I consumatori restano in salute nel complesso. I dati del Bank of America Institute mostrano che la spesa con carte di credito e di debito è aumentata del 3,2% su base annua a febbraio — il ritmo più rapido in oltre tre anni. I recenti dati dell’Institute for Supply Management suggeriscono che il settore manifatturiero stia entrando in una ripresa a lungo attesa negli Stati Uniti. Gli utili per azione dell’S&P 500 stanno crescendo ad un ritmo a doppia cifra su base annua e i margini aziendali rimangono resilienti. Inoltre, un ciclo pluriennale di investimenti guidato dalla tecnologia è già ben avviato e si prevede che la continua adozione e integrazione dell’IA aumenterà significativamente la produttività in futuro.

Vogliamo tuttavia essere chiari. Un conflitto prolungato che spinga i prezzi del petrolio significativamente più in alto per un periodo esteso potrebbe comunque pesare sulla crescita economica e presentare rischi al rialzo per l’inflazione. Tuttavia, l’economia statunitense sta entrando in questo periodo di incertezza geopolitica da una posizione di relativa forza. Per ora, i fondamentali rimangono solidi e gli analisti continuano a prevedere una crescita del PIL reale degli Stati Uniti di circa il 2,8% nel 2026.

Quindi, sebbene lo scenario della stagflazione non rappresenti il caso base, il rischio merita comunque di essere monitorato, considerando tutte le diverse correnti contrastanti nel panorama economico globale. In sintesi, l'economia statunitense è strutturalmente più forte e molto più isolata dagli shock energetici rispetto ai decenni passati.

Per gli investitori, il punto chiave è che le preoccupazioni per gli effetti di ricaduta (spillover) dell’ultimo conflitto geopolitico non dovrebbero compromettere un piano finanziario a lungo termine. Mantenere la diversificazione e restare investiti durante i periodi di volatilità rimangono strategie affidabili per navigare nelle fasi di incertezza.

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