Stretto di Hormuz, la crisi apre a nuove opportunità nel settore energetico

La chiusura dello Stretto di Hormuz riporta il mondo dentro un nuovo shock energetico, con effetti ancora difficili da misurare. Tra inflazione, crescita e nuove strategie energetiche, per gli investitori si apre una fase fatta di rischi ma anche di opportunità strutturali.
Indice dei contenuti
- 1. Lo shock energetico del 2026, chi è più esposto
- 2. La storia si ripete, gli shock petroliferi degli anni ’70
- 3. Risposte diverse ed esiti diversi
- 4. Il dividendo della decarbonizzazione, sicurezza oltre che sostenibilità
- 5. Quali sono i probabili impatti sulle strategie energetiche nazionali?
- 6. Perché le rinnovabili contano per la sicurezza (e per i costi)
Lo shock energetico innescato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz alla fine di febbraio si sta ripercuotendo sull’economia mondiale, e la portata complessiva del suo impatto – inclusi i probabili e complessi effetti a catena – è tutt’altro che chiara.
Come si legge nell'analisi di Irene Lauro, Senior Economist-Europe and Climate di Schroders, si tratta del secondo grande shock energetico degli anni 2020, mentre molte economie stanno ancora adattandosi al primo, scatenato nel 2022 dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
Guardando più indietro agli shock comparabili degli anni ’70, emergono le potenziali conseguenze profonde che potrebbero protrarsi per decenni. Mentre si affrettano a rafforzare le proprie forniture energetiche, paesi e blocchi commerciali intraprendono nuove direzioni di politica economica con implicazioni che toccano ogni settore e asset class. Per gli investitori questo comporta nuovi rischi, ma anche opportunità. Potrebbe, Lauro fa un esempio, aprire la strada a revisioni delle politiche relative ai progetti sugli idrocarburi. Ma potrebbe anche rafforzare le ragioni a favore di un “dividendo della decarbonizzazione”, con energia a basse emissioni e prodotta internamente che riduce la dipendenza dalle importazioni.
Lo shock energetico del 2026, chi è più esposto
Le economie asiatiche sono probabilmente quelle che subiranno gli effetti più pesanti dell’interruzione. Importano oltre l’80% delle spedizioni di petrolio e gas che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz, il che le rende altamente vulnerabili a interruzioni dell’offerta e a picchi dei prezzi. L’esposizione diretta dell’Europa è minore per Lauro: importa solo circa il 5% del suo petrolio greggio e il 13% del suo GNL attraverso lo Stretto, ma è tutt’altro che al riparo. L’energia è infatti prezzata sui mercati globali e una corsa agli approvvigionamenti di GNL, con Europa e Asia in competizione diretta, potrebbe mantenere i prezzi elevati più a lungo.
La vulnerabilità è massima dove la dipendenza dalle importazioni è più alta. In Asia, evidenzia Lauro, il Giappone appare il più esposto all’aumento dei prezzi dei combustibili fossili, dato che importa l’84% del proprio fabbisogno energetico, seguito da vicino dalla Corea del Sud con circa l’80%. In Europa, Italia, Spagna e Germania importano più di due terzi della loro energia. Con le rotte commerciali interrotte e i costi energetici in aumento, queste economie si trovano ad affrontare una classica minaccia di stagflazione: crescita più debole accompagnata da una rinnovata pressione inflazionistica.
Importazioni nette di combustibili fossili
Fonte: EMBER, Schroders Economics Group, aprile 2026
Gli shock energetici raramente si concludono con un semplice ritorno dei prezzi ai livelli precedenti. Più spesso, spiega Lauro, costringono a ripensare la strategia energetica, mentre governi e aziende rivalutano con urgenza la resilienza, diversificano le fonti di approvvigionamento e accelerano gli investimenti in sistemi energetici meno volatili e meno esposti alle interruzioni geopolitiche. Abbiamo già visto questo schema in passato.
La storia si ripete, gli shock petroliferi degli anni ’70
L’embargo petrolifero del 1973 e il successivo shock dell’offerta del 1979 misero in luce una vulnerabilità profonda al cuore delle economie industriali: una dipendenza schiacciante dai combustibili fossili importati da regioni geopoliticamente instabili. Il risultato, osserva Lauro, non fu semplicemente un aumento temporaneo dei prezzi dei carburanti, ma un cambiamento strutturale nella politica energetica di molti paesi.
All’inizio degli anni ’70, il consumo di combustibili fossili era in forte crescita e il settore era in piena espansione, finché l’offerta non venne improvvisamente ridotta. I governi furono costretti ad adottare rapidamente misure per contenere i consumi, mentre famiglie e imprese dovettero modificare i propri comportamenti. La lezione fu chiara per Lauro: quando la sicurezza energetica è compromessa, le risposte politiche possono essere rapide e di vasta portata.
Risposte diverse ed esiti diversi
La Francia reagì con decisione, sottolinea Lauro, lanciando il Piano Messmer direttamente in risposta allo shock petrolifero. Il risultato fu il più rapido sviluppo su larga scala dell’energia nucleare nella storia moderna, che ha rimodellato il sistema elettrico del paese per decenni. La Danimarca intraprese una strada diversa: intensificò l’esplorazione nel settore danese del Mare del Nord, diventando autosufficiente nel gas naturale già nel 1984 e nel petrolio nel 1993. Allo stesso tempo, precisa Lauro, la Danimarca fu tra i primi pionieri dell’energia eolica commerciale negli anni ’70.
L’Italia rappresenta un approccio contrastante per Lauro. Piuttosto che ridurre in modo significativo la dipendenza dai combustibili fossili importati, è rimasta fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, con politiche più orientate alla diversificazione: passando dal petrolio al gas, importato principalmente dal Nord Africa e dalla Russia. Questo periodo, evidenzia Lauro, ha visto anche una più ampia svolta dell’Europa occidentale verso il gas russo, con la costruzione di gasdotti che collegavano l’Unione Sovietica all’Europa occidentale, ponendo le basi per una dipendenza cresciuta significativamente nei decenni successivi.
Il dividendo della decarbonizzazione, sicurezza oltre che sostenibilità
L’invasione dell’Ucraina ha messo in evidenza la sicurezza energetica come ulteriore motore della transizione lontano dai combustibili fossili. Come si legge nell'analisi di Schroders, l’energia rinnovabile non è solo un percorso verso minori emissioni, ma riduce anche la dipendenza dalle importazioni.
In Europa, lo slancio è stato concreto. Nel 2025, eolico e solare hanno generato più elettricità nell’UE rispetto ai combustibili fossili per la prima volta, limitando l’esposizione dell’Europa al tipo di shock esterno che sta affrontando oggi. Anche i paesi asiatici sono stati colpiti dallo shock energetico del 2022 attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia. Ciò, spiega Lauro, ha portato a una maggiore quota di energie rinnovabili nella produzione elettrica nelle economie asiatiche, poiché il vantaggio relativo in termini di costo delle rinnovabili rispetto a petrolio e gas è diventato evidente.
Quali sono i probabili impatti sulle strategie energetiche nazionali?
Nonostante le misure adottate in seguito ai precedenti shock petroliferi, secondo Lauro, la chiusura dello Stretto di Hormuz suggerisce che le lezioni sulla sicurezza energetica non siano state pienamente assimilate. La dipendenza dai combustibili fossili importati continua a lasciare le economie vulnerabili, in particolare attraverso il GNL.
Nel breve termine, osserva Lauro, i governi potrebbero aumentare le scorte di petrolio e gas come cuscinetto, mentre vengono sviluppate soluzioni di più lungo periodo. L’espansione della capacità di stoccaggio è in genere più rapida rispetto alla costruzione di nuove infrastrutture di generazione, soprattutto considerando gli attuali colli di bottiglia delle reti e la limitata capacità di trasmissione.
Perché le rinnovabili contano per la sicurezza (e per i costi)
Il conflitto con l’Iran riporta le energie rinnovabili al centro dell’attenzione come strumento strategico per garantire l’indipendenza energetica. Le tecnologie solari ed eoliche non richiedono combustibili fossili, spiega Lauro, quindi i loro costi di generazione sono meno esposti alle oscillazioni dei mercati energetici globali.
Nei mercati elettrici europei, sottolinea Lauro, il generatore più costoso necessario per soddisfare la domanda, tipicamente il gas, spesso determina il prezzo all’ingrosso dell’elettricità su base oraria. Con l’aumento della produzione da tecnologie a basso costo come eolico e solare, queste tendono a sostituire più frequentemente gas e carbone, facendo sì che l’energia da fonti fossili determini il prezzo meno spesso.
La Spagna offre un esempio chiaro per Lauro. Un’analisi di Ember, think tank globale sull’energia, rileva che la forte crescita di solare ed eolico ha contribuito a disaccoppiare progressivamente i prezzi dell’elettricità spagnola da quelli del gas. Nella prima metà del 2019, i prezzi dell’energia riflettevano il costo della generazione fossile nel 75% delle ore; nello stesso periodo del 2025, questa quota è scesa al 19%. Anche con il forte aumento dei prezzi del gas legato al conflitto con l’Iran, conclude Lauro, l’elettricità in Spagna rimane tra le più economiche in Europa.
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