Tassi di interesse stabili, nuove priorità per la Fed

L’arrivo di Kevin Warsh alla guida della Fed aveva alimentato le aspettative di una politica monetaria più accomodante. Ma tra inflazione ancora sopra il 4%, rincari energetici legati alle tensioni in Medio Oriente e un mercato del lavoro che continua a mostrare forza, la Fed non ha fretta di tagliare i tassi. Sullo sfondo emerge anche un possibile riassetto dell’istituzione, che però non sembra destinato a mettere in discussione l’indipendenza della banca centrale americana.
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"L'intelligenza artificiale costituirà una significativa forza disinflazionistica". Kevin Warsh, presidente della Federal Reserve (Fed) statunitense da metà maggio, ha fatto pubblicare questa dichiarazione sul Wall Street Journal proprio lo scorso novembre. In questo modo ha alimentato una narrazione secondo cui un abbassamento dei tassi d’interesse sarebbe ipotizzabile, con grande soddisfazione del presidente Trump, che ha ripetutamente chiesto una riduzione dei tassi di riferimento.
Come si legge nel commento a cura di Julian Marx, Research Analyst di Flossbach von Storch, sono state presumibilmente dichiarazioni come queste a spingere il presidente Usa a nominare Warsh alla guida della Fed.
Eppure è chiaro che eventuali tagli potrebbero farsi aspettare, perché l'attuale contesto di politica monetaria offre al nuovo presidente della Fed ben pochi motivi per affrettare una riduzione dei tassi. Tuttavia, con l'inflazione dei prezzi al consumo negli Stati Uniti salita da poco meno del 3% alla fine del 2025 al 4,2% a maggio, è persino ipotizzabile che l’ago della bilancia possa tornare a pendere verso un aumento dei tassi di interesse. Molto dipenderà probabilmente dalla misura in cui le speranze di un calo dei prezzi dell'energia si concretizzeranno nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Per il momento, tuttavia, la Fed mantiene un profilo basso e lascia i tassi di interesse di riferimento all'interno dell'intervallo compreso tra il 3,5 e il 3,75%.
Gli effetti del conflitto in Medio Oriente
Le ostilità in Iran e in Medio Oriente negli Stati Uniti si sono fatte sentire con un aumento del prezzo medio nazionale della benzina, che tra aprile e maggio si è stabilizzato a oltre quattro dollari per gallone, dopo essere rimasto al di sotto dei tre dollari all'inizio dell'anno. Complessivamente, spiega Marx, a maggio i prezzi dell'energia negli Stati Uniti sono balzati del 23,5% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Ciò rappresenta un notevole onere aggiuntivo in un paese dalle grandi distanze, che tuttavia potrebbe anche attenuarsi rapidamente: nelle ultime quattro settimane infatti, il prezzo di un barile di greggio West Texas Intermediate è sceso da circa 100 dollari a meno di 80. La sostenibilità di questo calo del prezzo del petrolio, secondo Marx, dipenderà in modo cruciale dal fatto che l'accordo pianificato tra gli Stati Uniti e l'Iran possa effettivamente garantire una ripresa duratura della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
La riserva strategica di petrolio (SPR) degli USA è diminuita di circa 75 milioni di barili di petrolio, scendendo a 340 milioni di barili dall'inizio delle ostilità con l'Iran, come annunciato dal dipartimento dell'energia degli Stati Uniti all'inizio di questa settimana; le riserve non erano così basse dal 1983. Di conseguenza, il prossimo percorso di politica monetaria rimane per il momento strettamente legato agli sviluppi in Medio Oriente.
Inoltre, evidenzia Marx, le tendenze dei prezzi degli ultimi mesi rivestono una particolare rilevanza per la politica monetaria perché rappresentano l'ennesimo shock dei prezzi dopo molti anni di tassi di inflazione elevati. Gli effetti dei dazi mantengono l'inflazione statunitense sopra il target del 2% da ben 62 mesi. Secondo la Fed, il superamento dell'obiettivo persisterà ancora: per l'ultimo trimestre del 2026 si attendono infatti un'inflazione generale al 3,6% e una componente core al 3,3%. Il rischio è che i cittadini statunitensi siano sempre più indotti a ritenere che l'inflazione sia strutturalmente più elevata.
Segnali di distensione sul mercato del lavoro
Almeno per il momento, Warsh & Co. sono inclini a orientare maggiormente la politica monetaria verso l'obiettivo della stabilità dei prezzi. Questo perché, precisa Marx, per quanto riguarda il secondo obiettivo della banca centrale, la piena occupazione, sono recentemente emersi segnali di distensione.
Non solo l'economia statunitense continua a registrare buone performance, con i banchieri centrali che si attendono una solida crescita reale del 2,2% per l'ultimo trimestre del 2026, ma, secondo l'ufficio di statistica del lavoro statunitense, l'occupazione è aumentata complessivamente di 565.000 unità tra marzo e maggio. Ciò è notevole per Marx se si considera che per l'intero anno solare 2025, la crescita dell'occupazione è stata di poco superiore alle 100.000 unità.
Nuove priorità in tempi di incertezza
I dati solidi sul mercato del lavoro indicano che al momento non c’è un bisogno immediato di tagliare né aumentare i tassi di riferimento. I tassi di interesse rimangono a un livello elevato che può essere considerato alle soglie della zona restrittiva e i segnali positivi riguardanti la ripresa della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz potrebbero portare un sollievo duraturo ai prezzi dell'energia. Di conseguenza, sottolinea Marx, la ricerca di una direzione sul fronte dei tassi d'interesse è destinata a continuare.
Tuttavia, l'incertezza va oltre il futuro dei tassi di interesse. Non è chiaro nemmeno in quale misura Warsh attuerà la sua visione di un riorientamento della Fed nei primi anni a venire. Si è parlato molto di un "cambio di regime". Ad esempio, alla vigilia della sua prima apparizione in veste di presidente della Fed, si era discusso di un bilancio della Fed più snello. Con i suoi 6.700 miliardi di dollari, il totale di bilancio si attesta attualmente intorno al 21% del Pil statunitense. A titolo di confronto, precisa Marx, quando Warsh entrò a far parte della Fed nel febbraio 2006, il totale di bilancio era ancora inferiore al 10% del pil statunitense.
Eppure, già dalla prima decisione sui tassi di interesse sotto la guida di Warsh, è chiaro che non ci sarà una netta rottura con la politica monetaria degli ultimi anni. Tutti i 12 membri votanti del comitato della Federal Reserve hanno ribadito l'intenzione di proseguire con l'attuale politica di mantenimento di riserve adeguate all'interno del sistema bancario. Warsh ha anche chiarito molto bene, proprio all'inizio della sua prima conferenza stampa, che avrebbe difeso l'obiettivo della stabilità dei prezzi della Fed. Secondo Marx, qualsiasi residuo timore che il nuovo presidente della Fed potesse cedere troppo rapidamente ai desideri del presidente degli Stati Uniti in materia di tassi è quindi probabilmente svanito nel nulla. La Fed è e rimane indipendente.
Ciononostante, è emerso chiaramente che le modalità di comunicazione e di funzionamento cambieranno sotto la guida del nuovo presidente della Fed. Quest’ultimo ha immediatamente stabilito diverse priorità ben definite. Ad esempio, ha sorpreso gli osservatori con un comunicato stampa significativamente più breve rispetto al passato, incentrato sul minimo indispensabile di informazioni necessarie. Inoltre, Warsh istituirà cinque gruppi di lavoro (tra cui uno sul quadro inflazionistico e uno sul bilancio della Fed), dai quali spera di ricavare indicazioni significative entro la fine dell'anno. Solo sulla base di queste informazioni, conclude Marx, diventerà più chiaro quanto sarà profonda la ristrutturazione che il nuovo presidente opererà su questa istituzione che compirà presto 113 anni.
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