Voci di accordo su Hormuz, petroliferi in affanno

Voci di accordo su Hormuz, petroliferi in affanno

L’intesa diffusa dai media prevede il ripristino del passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz mentre gli Stati Uniti dovranno ritirare le forze militari ‌nelle vicinanze dell'Iran e ⁠revocare il blocco navale.

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L’indiscrezione sull’accordo tra USA e Iran

Ci sarebbe già una bozza di accordo tra Stati Uniti e Iran. L’indiscrezione è stata diffusa dalla Tv di Stato iraniana, spiegando che si tratterebbe una prima ipotesi non ufficiale inserita in un memorandum d’intesa più complessiva.

Secondo il documento, l’Iran dovrà ripristinare - entro un mese - la navigazione commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz ai livelli prebellici, mentre gli Stati Uniti dovranno ritirare le forze militari ‌nelle vicinanze dell'Iran e ⁠revocare il blocco navale. Il transito delle navi sarà gestito in collaborazione con l'Oman.

Il ‘Memorandum di Islamabad’, questo il nome del documento, afferma che, se si raggiungerà un accordo definitivo entro 60 giorni, l'intesa dovrà essere approvata come una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

La tv di Stato precisa inoltre che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che Teheran non compirà alcun passo senza una “verifica concreta e tangibile” degli impegni previsti dall’accordo.

La notizia ha spinto al ribasso le quotazioni del petrolio, già in calo nel corso della mattinata di oggi, e il Brent scendeva del 4%, a 92,60 dollari, mentre il future sul greggio WTI con scadenza a luglio tornava a 88,80 dollari al barile.

Azionario in calo

A Piazza Affari, intanto, a soffrire maggiormente il calo del greggio sono i titoli energetici, in particolare Tenaris (-3,90%), Saipem (-3,70%) ed Eni (-3,50%). Male anche Erg (-1,90%), Maire (-1,20%) e Iren (-1%).

In Europa, crollano Maurel et Prom (-6%), TotalEnergies (-4%) e Equinor (-4%), seguiti da Repsol (-3,40%), Galp (-3%), Shell (-3%) e BP (-3%).

Negli Stati Uniti, stesso andamento nel pre market USA per Exxon Mobil (-2%), Chevron (-1,70%), ConocoPhillips (-2%) e Occidental Petroleum (-3%), tra le altre.

I precedenti segnali

Il calo del petrolio azzera i guadagni della seduta di ieri quanto i nuovi raid statunitensi in Iran avevano fatto tornare le incertezze sulla fine del conflitto in Medio Oriente.

Già nelle ore scorse il blocco del traffico nello Stretto di Hormuz sembrava mostrare qualche cedimento, con alcune petroliere GNL che lo avevano attraversato, alimentando le attese di una prossima riapertura della rotta.

L'analista PVM Tamas Varga ha spiegato alla Cnbc che "c'è stato un progresso palpabile verso la fine della crisi e un numero crescente di navi sta transitando attraverso il collo di bottiglia critico. È per questo che la pressione al ribasso è ripresa"."Riteniamo che lo shock petrolifero abbia superato la fase uno (panico iniziale) e la fase due (aspettative di un conflitto di breve durata) e stia ora entrando nella fase tre”, spiegano gli analisti di T. Rowe Price.

“Durante la fase uno di panico iniziale, gli investitori hanno in gran parte abbandonato le posizioni più affollate o ridotto significativamente l'esposizione dopo lo shock iniziale (inizio marzo). Nella fase due, invece, le aspettative erano di un conflitto di breve durata: poiché si prevedevano effetti inflazionistici di secondo livello limitati, si stimava solo un impatto moderato sulla politica monetaria, che è stato incorporato nei mercati da metà marzo a oggi", proseguono.

"La fase tre, infine, potrebbe prevedere una perturbazione prolungata: la mancanza di una soluzione implica carenze energetiche durature e la probabilità che gli effetti inflazionistici di secondo livello inizino a diventare più evidenti. In queste condizioni, le banche centrali potrebbero essere costrette a intervenire in modo più significativo", ha aggiunto Peter Botoucharov, Emerging Market Credit Analyst di T. Rowe Price.

Le previsioni in caso di continuo blocco di Hormuz

Nell’outlook macroeconomico di Oxford Economics ed Ey-Parthenon si prevede che il protrarsi della guerra in Medio Oriente rischia di provocare nuovi vertiginosi aumenti del petrolio. Il suo prezzo potrebbe infatti salire fino ai 190 dollari al barile "e restare sopra i 150 dollari per circa quattro mesi" in caso di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz fino all'autunno.

Il report specifica che si tratta dello "scenario più negativo" per i mesi a venire. Tuttavia, anche nell'ipotesi di una riapertura di Hormuz nei prossimi mesi "i flussi commerciali ed energetici tornerebbero alla normalità solo gradualmente", si legge, con effetti destinati a protrarsi oltre la fine del conflitto. Secondo Nicola Nobile di Oxford Economics, in caso di conflitto prolungato “lo shock energetico potrebbe intensificarsi e trasformare il rallentamento in una recessione globale”.

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