Wall Street, la narrativa dell'intelligenza artificiale è più forte della Fed?

12/05/2026 09:30
Wall Street, la narrativa dell'intelligenza artificiale è più forte della Fed?

L'azionario a stelle e strisce continua a correre sui massimi storici, trainato quasi interamente dai semiconduttori e dalla narrativa sull’intelligenza artificiale. Ma dietro il rally emergono segnali sempre più estremi: concentrazione record, valutazioni tese, mercati obbligazionari in allerta e aspettative sulla Fed completamente ribaltate. Il CPI americano di aprile potrebbe ora diventare il vero test per capire se l’AI può davvero continuare a sostenere il mercato anche con inflazione elevata e tassi ancora restrittivi.

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Il treno americano non si ferma, e farlo notare ormai suona quasi banale. Nonostante le preoccupazioni che continuano ad accompagnare gli investitori globali, anche ieri Wall Street ha archiviato l’ennesima seduta sui massimi storici, con lo S&P 500 al sedicesimo record dell’anno e il Nasdaq 100 al dodicesimo. Ma, come si legge nel commento di Gabriel Debach, market analyst di eToro per l’Italia, sotto la superficie di questi numeri continua a muoversi qualcosa di molto più complesso.

Dai minimi del 30 marzo, lo S&P 500 ha guadagnato il 17%, il Nasdaq 100 il 28%. Ieri il Nasdaq ha chiuso in rialzo con soli 40 titoli positivi. Lo S&P 500 ha fatto lo stesso con appena 215, cioè il 43% dei componenti. Il restante 57% ha semplicemente assistito. Come osserva Debach, la concentrazione ha un nome ormai ben noto: semiconduttori. L'industria pesa oggi il 14,46% del paniere S&P 500, contro l'8,25% del software, seconda industria per peso. Il SOX, l'indice dei semiconduttori, rappresenta un record del 23% della capitalizzazione di mercato dell'intero S&P 500, una quota raddoppiata negli ultimi due anni mentre il settore metteva a segno un rally del +146%, distanziando nettamente l'indice principale. Da inizio anno, l’industria dei semiconduttori sullo S&P 500 segna un rendimento del 74%, con un contributo di 387 punti base sugli 8,7% di rendimento complessivo del VOO. In altre parole, spiega Debach, quasi la metà del rendimento del principale ETF sull'S&P 500 proviene da una singola industria che rappresenta meno di un settimo del paniere. La concentrazione non è più solo una caratteristica del mercato attuale ma è diventata il mercato stesso.

Se la narrativa AI è più forte della Fed

Ed è qui che il paradosso centrale di questo ciclo si manifesta in tutta la sua anomalia. In quegli stessi tre mesi in cui lo S&P 500 saliva del 17%, il FEDWatch ha ribaltato completamente le sue aspettative. Il mercato azionario ha, letteralmente, ignorato tutto il percorso della Fed. Alla fine, secondo Debach, la narrativa convenzionale del bull market americano post-pandemia era costruita su tassi bassi, politica monetaria accomodante e un Fed put implicito sotto ogni correzione. Quella narrativa sembra ormai tecnicamente morta. Il mercato non prezza più tagli a dicembre 2026, in alcuni momenti ha prezzato rialzi, e lo S&P 500 ha toccato il sedicesimo massimo storico. Evidentemente la narrativa AI ha reso la Fed quasi irrilevante.

Eppure, non mancano voci fuori dal coro, e non voci qualsiasi. Michael Burry, l'investitore reso famoso da "The Big Short" per aver anticipato il crollo immobiliare del 2008, ha pubblicato un post su Substack paragonando l'attuale mercato guidato dall'AI agli ultimi mesi della bolla dot-com. La sua osservazione più diretta: il mercato non reagisce più ai dati economici in modo logico. Nella stessa settimana, Paul Tudor Jones ha dichiarato alla CNBC che il mercato odierno assomiglia molto al 1999, circa un anno prima del picco dei titoli tecnologici. Due investitori con track record difficilmente contestabili, evidenzia Debach, sebbene non immuni anche loro da previsioni errate, con la stessa metafora storica in testa.

Rapporto tra S&P 500 e M2 Money Stock

Debach aggiunge il rapporto tra S&P 500 e M2 Money Stock, cioè il valore del mercato azionario rapportato alla quantità di moneta circolante nell'economia americana, che si trova oggi su nuovi massimi storici, praticamente oggi oltre i livelli della bolla dot-com. L'idea di fondo è che i prezzi degli asset non esistono nel vuoto. Dipendono dalla liquidità disponibile nel sistema e dal costo del denaro. Negli anni '90, questo rapporto esplose durante la bolla dot-com: il mercato cresceva molto più velocemente della massa monetaria, segnalando che gli investitori pagavano multipli sempre più elevati rispetto alla base monetaria reale.

Poi arrivò il 2000. Nel 2008 accadde qualcosa di diverso: il rapporto crollò non solo per la discesa dell'S&P 500, ma perché la Fed espanse violentemente la base monetaria, generando una diluizione del valore relativo dell'equity. Oggi, precisa Debach, quel rapporto è tornato ai massimi storici, sostanzialmente poco sui livelli della bolla dot-com. Questo suggerisce che il mercato azionario sta crescendo più velocemente della liquidità disponibile, che gli investitori stanno pagando multipli molto elevati, e che l'equity sta assorbendo una quota straordinaria della potenza monetaria del sistema. Non è un segnale di crollo imminente, secondo Debach, ma un promemoria di come quando un mercato sale molto più rapidamente della liquidità sottostante, si sta entrando in una fase dove le aspettative contano più della prudenza.

Dal fronte obbligazionario…

A dirlo a modo loro sono anche i mercati obbligazionari. Il breakeven a 10 anni si trova a 2,47%, ben sopra il target Fed del 2% e in tendenza ascendente. Il rapporto tra TIPS e Treasury nominali a scadenza intermedia (IEF), è a 1,18, sui massimi dal 2022 e in avvicinamento a quei picchi con una continuità che racconta di una domanda crescente di protezione dall'inflazione da parte degli investitori obbligazionari. Il 5-Year, 5-Year Forward Inflation Expectation Rate offre invece un segnale parzialmente più rassicurante, a 2,27% e in lieve calo, suggerendo che le aspettative di lungo periodo restano ancorate.

I due mercati leggono dunque lo stesso contesto in modo diverso per Debach: l'azionario prezza un futuro dominato dalla produttività AI, l'obbligazionario prezza un rischio inflazionistico residuo che non scompare. I rendimenti dei decennali si trovano già al 4,427%, con i biennali che testano il 4%. Quando due mercati di questa dimensione camminano in direzioni opposte per un periodo prolungato, storicamente uno dei due si sbaglia. Il problema è che non sappiamo mai in anticipo quale.

CPI di aprile in arrivo

Ed è esattamente in questo contesto che arriva oggi, alle 14:30, il CPI di aprile, il dato più atteso della settimana. Il consensus stima un'inflazione headline a +3,7% annuo, un'accelerazione rispetto al 3,3% di marzo, con il core a +2,7% annuo. Come si legge nella nota di eToro, una lettura leggermente più ottimistica sul core offrirebbe al mercato obbligazionario qualche argomento per rivalutare le probabilità di rialzo che aveva iniziato a prezzare in modo aggressivo a inizio maggio. Se invece dovesse sorprendere al rialzo, la narrativa di una Fed costretta ad alzare i tassi tornerebbe con forza, nonostante il prossimo insediamento di Warsh di questo venerdì.

In questo ultimo caso, conclude Debach, la narrativa dell'intelligenza artificiale sarà ancora sufficiente a proteggere Wall Street da una Fed costretta a considerare seriamente un ritorno ai rialzi?

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