Argento in accelerazione, dal rally “parabolico” ai rischi per l’industria

Mentre l’attenzione pubblica resta inchiodata su Groenlandia, dazi e geopolitica, sui mercati si stanno muovendo segnali che rischiano di passare in secondo piano. La corsa dell’argento è uno di questi: una dinamica che, per intensità, sta uscendo dalle statistiche e inizia a somigliare a un allarme strutturale. Tra domanda industriale rigida, flussi finanziari “a leva” e nuove tensioni logistiche legate al protezionismo, il metallo si trasforma in un barometro scomodo, con effetti collaterali potenzialmente pesanti per la filiera produttiva.
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La rotazione dei tecnologici
Si rischia di andare controcorrente a spostare l’attenzione in una fase in cui il dibattito pubblico sembra gravitare attorno a un unico gigantesco buco nero: Groenlandia, dazi, effetto Trump, incertezze sull’Europa, debito giapponese. E naturalmente l’AI, che paradossalmente sembra quasi scivolata in secondo piano, malgrado gli interventi di ieri del ceo di Microsoft a Davos. Sembra, ma non è: come si legge in una nota di Gabriel Debach, market analyst di eToro, chi resta ipnotizzato dalla politica rischia di perdersi i movimenti più rilevanti che stanno avvenendo dentro il mercato.
Debach richiama un segnale brutale: in una sola seduta Nvidia ha bruciato circa 198 miliardi di dollari di capitalizzazione, mentre SanDisk segnava un +9,5%, portando il rialzo da inizio anno a un impressionante +90,9% in appena dodici sedute. Il messaggio, osserva Debach, è netto: il mercato non ha smesso di credere nella tecnologia, sta solo cambiando violentemente cavallo. Mentre la politica discute di confini e tariffe, il denaro “intelligente” ruota, esce dai vincitori più scontati e insegue ciò che è rimasto indietro ma che diventa essenziale per la prossima fase dell’infrastruttura digitale.
È proprio quando l’attenzione resta concentrata sulle grandi narrazioni, osserva Debach, che vale la pena spostare lo sguardo altrove.
L’argento “urla” un messaggio di rischio
Nel mondo più instabile delle materie prime, si stanno muovendo segnali che parlano di rischio, filiere e squilibri strutturali. E tra tutti, l’argento è quello che sta alzando la voce più forte. Nelle ultime settimane, si legge nel report di eToro, il prezzo del metallo è entrato in una dinamica apertamente parabolica. Non una semplice tendenza rialzista, ma un’accelerazione che lo ha portato a un livello di deviazione statistica estrema: oltre il 105% sopra la propria media mobile di lungo periodo.
Non è un tecnicismo, insiste Debach. È un allarme rosso, perché una deviazione di questa portata segnala un disallineamento profondo tra prezzo e “gravità” storica. Sono quegli eventi di coda che compaiono quando il mercato sta prezzando qualcosa che va oltre il normale ciclo economico. In questa lettura, il mercato non sta correndo: sta forzando l’equilibrio.
Qui entra in gioco la natura particolare dell’argento. A differenza dell’oro, non vive solo nei caveau: è metà bene rifugio e metà input industriale indispensabile. Sta nei pannelli solari, nei veicoli elettrici, nei data center. Questa doppia identità lo rende ipersensibile ai colli di bottiglia e spietato quando domanda finanziaria e industriale si sovrappongono, trasformando la tensione sul prezzo in una variabile che può ricadere direttamente sull’economia reale.
Il parallelo storico con il 1980 e i fratelli Hunt, secondo Debach, è d’obbligo ma va letto con occhi moderni. È l’unico periodo in cui lo scostamento percentuale dalla media di lungo periodo è stato superiore a quello attuale, arrivando quasi al 250%. Allora la lezione fu che quando entrano in gioco leva e concentrazione, l’aggiustamento non è mai graduale. Oggi, con l’argento a 94 dollari l’oncia, si entra in un territorio simile per tensione, ma diverso per fondamentali.
Ed è qui che il tema esce dai grafici. Debach sostiene che oggi non ci sono solo speculatori: c’è un mondo reale che rischia di fermarsi. Non a caso, richiama il monito di Elon Musk su X: “This is not good. Silver is needed in many industrial processes.” Un argento a questi livelli, triplicato rispetto all’inizio del 2025, non è solo una linea che sale: è un costo che esplode per Tesla, un freno per il fotovoltaico globale e un problema critico per i data center dell’AI.
Tre crisi che si alimentano a vicenda
Perché sta accadendo ora? Debach colloca il rally all’intersezione di tre crisi simultanee che si auto-alimentano, creando una tempesta perfetta.
La prima è lo squeeze industriale, la crisi fisica. Con la Cina che dal 1° gennaio ha limitato l’export di minerali strategici e una domanda “green” che erode le scorte, l’industria si ritrova con le spalle al muro. Debach cita un deficit stimato a 215 milioni di once e un segnale di mercato considerato decisivo: a Shanghai si è vista backwardation, con il metallo a pronti più caro dei futures. È la prova che, quando il fisico scarseggia, chi deve produrre è costretto a comprare quasi a qualsiasi prezzo pur di non fermare le linee.
La seconda è la fuga finanziaria, la crisi monetaria. Con il debito pubblico Usa esploso a 38 trilioni di dollari, un’inflazione “vischiosa”, incertezze geopolitiche e un oro che ha sfondato la barriera psicologica dei 4.800 dollari, il capitale cerca protezione. In questo scenario, l’argento smette di essere soltanto una commodity e diventa l’opzione “a leva” sull’oro, attirando flussi speculativi che amplificano ogni movimento e rendono più violenti gli strappi.
La terza è la geopolitica dei dazi, la crisi logistica. Il protezionismo trumpiano, spiega Debach, trasforma le scorte fisiche in asset di sicurezza nazionale. La conferma arriverebbe dall’indagine Section 232 del Dipartimento del Commercio, che ha bollato le importazioni come un rischio per la sicurezza nazionale. Ma, aggiunge, il mercato lo aveva già anticipato: le scorte fisiche si erano preventivamente spostate verso gli Stati Uniti, prosciugando i magazzini di Londra. Il risultato è un’anomalia storica: Comex in contango, con scorte accumulate negli Usa in attesa di prezzi più alti, mentre il resto del mondo rimane a secco.
Il punto, quindi, non è discutere se l’argento sia “caro”. La domanda vera, secondo Debach, è quanta parte di questo prezzo sia domanda reale (Musk che deve costruire auto) e quanta sia paura, l’investitore che fugge dai bond. Il prezzo nasce dallo scontro tra un mercato finanziario elastico e un mercato industriale rigido. Più il prezzo sale in verticale, più la componente finanziaria diventa dominante, rendendo il castello instabile.
Non si sta osservando un metallo che corre, conclude la lettura. Si sta osservando un sistema che cerca un nuovo equilibrio tra vincoli fisici e svalutazione monetaria. Per chi investe, l’avvertimento di Debach è chiaro: deviazioni superiori al 150% sono storicamente seguite da volatilità brutale. In questo 2026, l’argento non è più solo una commodity: è il barometro più preciso e più pericoloso dei rischi sistemici globali.
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