Banche USA e disoccupazione in crescita. Inizio della discesa?


La Lagarde è convinta che nei prossimi mesi la crescita dei prezzi possa frenare. Non siamo tuttavia così sicuri che questo possa avvenire in modo significativo nel 2023. Probabilmente dovremo aspettare il 2024 per vedere qualcosa di più concreto.


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Settimana ricca di dati e avvenimenti importanti. Si comincia martedì alle 14:30 con l’inflazione USA YoY di febbraio prevista in contrazione al 6% (dal 6,4% di gennaio). Mercoledì alle 11:00 uscirà invece la variazione della produzione industriale MoM di gennaio dell’Europa (stima +0,5% contro -1,1% di dicembre). Alle 13:30 le vendite al dettaglio USA MoM di febbraio (stima 0,2% contro 3% di gennaio) e i prezzi alla produzione MoM di febbraio (stima 0,3% contro 0,7% di gennaio). Giovedì è il turno dell’inflazione italiana YoY di febbraio (stima 9,2% contro 10% di gennaio).

Lo scorso venerdì la disoccupazione USA di febbraio ha “finalmente” svoltato al rialzo, crescendo al 3,6% (stima 3,4%). Del resto, non più tardi della scorsa settimana Powell ha dichiarato di aspettarsi un tasso prossimo al 4%. Livello comunque contenuto rispetto a quello medio storico che crediamo in grado di supportare un soft landing.

Tasso di disoccupazione

Fonte: U.S. Bureau of Labour Statistics

Giovedì 16 si riunisce la BCE, attesa aumentare i tassi di ulteriori 50 bp, così come dichiarato dalla presidente. Per quanto riguarda l’outlook, non crediamo che la Lagarde sarà così chiara sugli ulteriori aumenti così come lo è stata nel corso del meeting del 2 febbraio scorso. Probabilmente si limiterà a ribadire che saranno i dati a guidare la politica monetaria, riservandosi una certa dose di flessibilità.

L’obiettivo dichiarato della BCE resta quello di raggiungere un’inflazione del 2% in modo tempestivo. Il che significa che potrebbero esserci ulteriori aumenti di 50 bp dopo quello di marzo, dipenderà appunto dai dati di inflazione. Soprattutto quella di fondo, che resta sui livelli massimi storici al 5,3%.

La Lagarde è convinta che nei prossimi mesi la crescita dei prezzi possa frenare. Non siamo tuttavia così sicuri che questo possa avvenire in modo significativo nel 2023. Probabilmente dovremo aspettare il 2024 per vedere qualcosa di più concreto. E questo per diversi motivi, tra i quali:

  • la resistenza alla discesa dell’inflazione di fondo. La crescita dei prezzi si è ormai infiltrata in gran parte dei settori produttivi e dei servizi. E una volta cresciuti, i prezzi difficilmente scendono;
  • l’effetto di “sostituzione” dei fornitori cinesi con quelli di altre zone del mondo, tra le quali Europa e America che ha fatto crescere i prezzi. La fase di sostituzione non si sta rivelando rapida nè tantomeno indolore e, una volta terminata i prezzi rimarranno probabilmente elevati (anche se smetteranno di crescere) andando comunque ad erodere il potere d’acquisto delle famiglie e per questa via ridurre i consumi;
  • le politiche fiscali di sostengo al caro energia, che stanno lavorando in modo contrario alla politica fiscale, sostenendo l’inflazione;
  • l’ultimo miglio. In passato è stato relativamente semplice far scendere l’inflazione dai livelli molto elevati a livelli più contenuti. Molto più complesso è stato invece fare l’ultimo miglio (per esempio dal 3% al 2%).

Storicamente quando l’inflazione è cresciuta così tanto come è avvenuto nel corso degli ultimi mesi, sono stati necessari diversi anni perché potesse ritornare a livelli accettabili. In un recente report Merryl Lynch ha analizzato quanto tempo è stato necessario negli ultimi quarant’anni perché l’inflazione tornasse al 2% dopo aver superato un livello del 5%. La risposta è stata 10 anni.

I mercati stanno però scommettendo in una rapidissima disinflazione, mai avvenuta nella storia economica recente e soprattutto senza che si verificasse una profonda fase di recessione. Ma c’è sempre una prima volta. L’incertezza però continua. E non potrebbe essere altrimenti con una guerra in corso.

Per i mercati, che rimangono banche centrali dipendenti, diventa quindi cruciale chiedersi dove andranno a finire i tassi di interesse nel 2023? L’aumento dei tassi potrebbe infatti fermarsi al 4%, livello che rappresenterebbe una sorta di compromesso tra la necessità di ridurre la corsa dei prezzi e portare il sistema economica verso un soft landing.

Ma potrebbe anche raggiungere livelli più elevati e compatibili con il “portare l’inflazione rapidamente all’obiettivo del 2%”. Soprattutto se la crescita dei prezzi in Europa dovesse superare nel corso del 2023 il 6% in media e rimanere stabilmente sopra di quella degli USA.

Per combattere l’inflazione in modo significativo i tassi di interesse di riferimento dovrebbero mantenersi per un periodo prolungato più alti del tasso di inflazione (il tasso reale dovrebbe rimanere a lungo positivo). Ma nella situazione attuale questo condurrebbe probabilmente il sistema economico verso un qualcosa che assomiglia di più ad un hard landing.

Poco chiara appare inoltre la durata dello squilibrio economico per riportare l’inflazione al livello obiettivo e soprattutto quale sarà il tasso reale compatibile con una crescita economica sostenibile nel lungo periodo. Aspetto questo non secondario per cercare di capire le performance dei mercati finanziari.

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